Economia

«φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ»

(di Nicola Sguera)

«φύσις κρύπτεσθαι φιλε». Enigmatico avvio del pensiero occidentale nelle parole misteriose dell’oscuro Eraclito di Efeso. Physis… I latini tradurranno la parola con “natura”, poi passata alla nostra lingua. Ma Martin Heidegger ci ha insegnato che ogni atto di traduzione è anche un “tradimento”, che non è solo un neutrale gesto tecnico ma la riconfigurazione, soprattutto attraverso le parole essenziali, di un intero mondo. Nella natura i Greci che vissero prima di Platone videro la forza generatrice, custodita in un mistero mai interamente ri-velabile. La cultura romana e quella ebraico-cristiana hanno smarrito, per motivi diversi (il pragmatismo da una parte, l’idea del Dio creatore “ex nihilo” dall’altra) quanto di “sacro” aveva la Physis greca, e dunque di inviolabile, creando le premesse per la hybris (tracotanza) della modernità, che avrebbe fatto del progetto di dominio “tecnico” sulla Natura la propria ragion d’essere, lungo l’asse che si dispiega da Cartesio e Bacone, violando i precordi, mettendo “al lavoro” le energie celate nelle profondità della terra, miticamente affidate – anche nel folklore popolare (Biancaneve) ad esseri non pienamente umani. Il piano inclinato ci ha portato ad un presente proteso, e con scarsa consapevolezza, alla distruzione dell’habitat naturale dell’uomo, come film di fantascienza catastrofista (Avatar di Cameron, il recente After the Earth di Shyamalan) hanno mostrato.

Il pensiero occidentale, ha dunque, dentro di sé svariate possibilità. Supportare la tecno-scienza nella violazione della Natura fino alla sua distruzione o, rimettendosi all’altezza del pensiero greco arcaico e di molto pensiero orientale, riorientare teorie e prassi, plasmando una vera e propria “ecosofia”. È possibile attingere a diverse eresie emerse periodicamente nella nostra cultura. Penso ad un visionario come Giordano Bruno, che, negli anni in cui si ponevano le fondamenta per il dominio tecnico attraverso la scienza, immaginava il cosmo come un essere vivente: «[…] abbassando gli occhi, si vede l’università di venti, nubi, nebbie e tempeste, flussi e reflussi che procedendo dalla vita e spiramento di questo grande animale e nume, che chiamiamo Terra […]». (Fracastorio, Dialogo III). Oppure a tanta cultura romantica, non solo squisitamente filosofica, come Schelling («Nulla, assolutamente nulla è in sé imperfetto, ma tutto ciò che è appartiene, in quanto è, all’essere della sostanza infinita… Questa è la santità di tutte le cose»), ma anche poetica, da Novalis (I discepoli di Sais) a Coleridge (La ballata del vecchio marinaio), per non dire il primo Leopardi.

Anche in pieno trionfo positivismo, con il mito imperante della scienza, panacea di ogni male, con il mito del progresso illimitato, pensatori americani come Emerson o il suo discepolo critico, Thoreau, immaginavano la reimmersione nella Natura come unica possibile cura: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici […]». (Walden, o Vita nei boschi, cap. II).

Oggi ci troviamo nel momento del massimo pericolo, quando si decide della perdizione dell’umanità o della sua possibile salvezza. Le menti più illuminate del XX secolo hanno percepito questa sfida epocale e ci hanno dato gli strumenti per vincerla, rimettendo in discussione i miti fondanti della modernità (il progresso illimitato, il dominio tecnico della realtà). Urge quella che il teologo Raimon Panikkar ha definito “una nuova saggezza”, che deve incarnarsi da subito nelle nostre vite e nelle nostre scelte quotidiane, incidendo sui nostri consumi (in primis alimentari), sulla nostra mobilità, insomma sul nostro stile di vita. La Natura non può essere, come troppo spesso accade, il sogno di una Wilderness (terra selvaggia) incontaminata, che rischia di diventare un’insana utopia. Pur ammettendo la necessità periodica di immersioni rigeneranti a contatto con alberi e terra, ritengo doveroso “naturalizzare” le nostre pratiche quotidiane, ripensando gli ambienti urbani, le scuole, le nostre case. Per troppo tempo abbiamo sognato città letteralmente sradicate dalla terra (penso a certe follie architettoniche di Le Corbusier). È tempo di tornare ad abitare poeticamente la nostra Terra-Patria (Morin), con umile e riconoscente atteggiamento filiale.

Ogni iniziativa in questa direzione va vista come prefigurazione di una nuova, creaturale, capacità di essere pienamente terrestri, pienamente umani, seguendo – nell’era dell’empatia – questo aureo invito di Arthur Schopenhauer: «La conoscenza che ogni cosa vivente è per l’appunto la nostra essenza in sé estende la nostra partecipazione a tutto quanto vive».

Questa parole sono state scritte da Benevento, dal Sannio, riviste nei giorni in cui una Natura offesa, colpita dalla hybris umana, dalla “tracotanza”, ha ricordato, attraverso Nemesis, la Giustizia compensatrice, che non siamo i padroni dell’Ente, e che il tempo di imparare la legge (il Logos, non il Nomos) di un nuovo abitare, poetico.

Download PDF