Economia

Brevi riflessioni sull’Heidegger dei Quaderni neri

(di Nicola Sguera)

La pubblicazione dei Quaderni neri (mai titolo, fatta eccezione per la Metafisica di Aristotele nell’ordinamento di Andronico di Rodi, fu più “azzeccato”!) di Martin Heidegger, prevista dallo stesso pensatore della Selva Nera, e in via di traduzione in Italia da Bompiani, ha messo in subbuglio la comunità filosofica internazionale, che conta rinomati allievi diretti o indiretti del più discusso pensatore del XX secolo.

I fatti: lo scorso anno si è avviata la pubblicazione di quaderni redatti da Heidegger a partire dal 1931, detti “neri” per la tipica copertina cerata in uso all’epoca. Nelle note degli anni cruciali della guerra e degli anni immediatamente successivi emergono affermazioni sconcertanti sull’ebraismo che denotano quello che è stato definito un antisemitismo “metafisico”. In sostanza, la Shoah vi emergerebbe come un «auto-annientamento» del popolo ebraico, che nel suo “sradicamento” sarebbe la punta estrema del “mondo tecnico” che, proprio nel Lager, trova la sua compiuta realizzazione. Una mostruosità del genere non merita neanche di essere discussa. Il problema, almeno per chi scrive questa nota, è di continuare, ciò malgrado, a ritenere Heidegger il più grande e per certi versi l’unico pensatore del Novecento. Posso solo accennare alle questioni che la vicenda dischiude.

  • I Quaderni neri sconvolgono radicalmente la questione Heidegger/Nazismo/antisemitismo o aggiungono elementi preziosi su un quadro già sostanzialmente definito?
  • I Quaderni neri corroborano la tesi di chi, come Faye, ritiene la filosofia heideggeriana tout court “nazista”, addirittura ante litteram con le tematiche della “decisione” e del “destino” presenti in Sein und Zeit del 1927?
  • È possibile “salvare” Heidegger?

Con molta umiltà, e premettendo che il confronto con la questione l’ho personalmente avviato negli anni Ottanta, con il libro di Farias, provo a dare le mie risposte.

  • Al netto dell’antisemitismo metafisico, aberrante e ingiustificabile (lo ribadisco a scanso di equivoci), ma che va letto con riflessioni analoghe come quelle di Nietzsche sulla morale di derivazione ebraica o della Weil (ebrea!) sul popolo ebreo come popolo sradicante (al pari dei Romani), Heidegger, umanamente mediocre e ambizioso, vide nel nazismo la possibilità di una rapida ascesa sociale e filosofica, e volle vedere nel nazismo una forza “catecontica” rispetto ad una modernità devastatrice, salvo rendersi rapidamente conto dell’abbaglio e avviare un percorso di pensiero senza il quale non potremmo capire non solo il nazismo nella sua essenza ma l’intera civiltà contemporanea.
  • La filosofia di Heidegger, a parte i deliranti discorsi “istituzionali”, non è “nazista”, e lo stesso filosofo fu percepito dagli intellettuali di regime come pericoloso e lontano. Pur non avendo particolari simpatie per quello che erroneamente, a mio avviso, viene considerato il suo opus magnum, cioè Essere e Tempo, vi trovo elementi comuni a molta cultura europea del tempo, ma nulla di affine ai deliri del Mein Kampf, che pure era stato scritto in quello stesso giro di anni, dove il razzismo biologico ha una funzione portante.
  • Heidegger resta un pensatore imprescindibile per capire non solo il presente ma anche per pensare un altro futuro possibile. Le tematiche dischiuse dalla sua “svolta”, quindi dai libri della seconda metà degli anni Trenta, restano fondamentali per ripensare la tecnica, la spiritualità, l’ecologia, l’estetica, la filosofia stessa. Saggiamente bisogna rigettare senza alcuna esitazione gli aspetti deteriori del suo pensiero, e, soprattutto, metterlo in dialogo con quanti (e penso alla grande filosofia ebraica) hanno pensato, ad esempio, la tragedia del XX secolo, il tema del radicamento e dell’alterità in maniera talvolta antitetica, talvolta complementare.
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