Diritto Criminologia e criminalistica

Criminalistica e Criminologia: strumenti della Legge – le ulteriori riflessioni: la criminologia e la criminalistica, quale rapporto?

di Jolanta Grębowiec Baffoni

Le precedenti riflessioni sulla criminalistica permettono di evidenziare il suo approccio esclusivamente materiale, poiché «solo le cose materiali possono avere la peculiarità della traccia». Se dal punto di vista criminalistico le impronte permettono di risalire al colpevole, dal punto di vista criminologico danno la possibilità di risalire alla “mente criminale”, cercare di capire le sue motivazioni e le situazioni incitanti al reato. Per questo motivo, nonostante le differenze di queste due scienze, è impensabile il funzionamento di una senza l’altra[i].

Infatti, gli esperti più autorevoli considerano la criminalistica e la criminologia come due scienze più affini[ii], anche se le riflessioni sull’ambito d’azione e il rapporto fra le due discipline, comportano qualche volta dei malintesi. La letteratura non dedica abbastanza spazio alla distinzione dei loro ambiti e alle classificazioni. B. Hołyst afferma che «se la criminalistica e la criminologia si sono formate ormai come discipline scientifiche autonome, riflettendo sulla loro relazione reciproca, è necessario introdurre i sostanziali criteri come: oggetto, metodo e loro rapporto con le altre scienze affini»[iii].

La definizione più semplice di queste due scienze permette di affermare che mentre «la criminalistica è la scienza dei metodi e dei mezzi di lotta contro la criminalità e della sua prevenzione, la criminologia si occupa del criminale, del fenomeno del crimine e dei fenomeni dell’ambito della patologia della vita sociale»[iv]. Tuttavia, le discussioni sugli ambiti di queste due scienze indicano che fino ad oggi il confine e il rapporto tra esse, non è del tutto chiaro. B. Hołyst afferma che in diversi autori si può riscontrare l’idea che la criminologia «comprende le discipline come criminalistica, il diritto penale materiale e formale, politica criminale, penologia e scienze penitenziarie, ovvero generalmente le discipline di legge penale». Questa concezione della criminologia si deve in qualche modo alla pubblicazione di H. Gross, che nell’introduzione alla quarta edizione (1904) de “Il manuale per il magistrato”, ha scritto che la criminologia comprende: antropologia criminale, sociologia criminale, la psicologia criminale, ma anche la criminalistica, la politica criminale, la penologia e il diritto penale materiale e formale[v]. Tale concezione della criminologia si riflette ancora in alcuni autori più recenti come per esempio in E. Seelig che nell’opera “Lehrbuch der Kriminologie” del 1951, assegna a questa disciplina un ambito corrispondente a quello di Gross[vi]. Le definizioni simili trovavano il riflesso anche nelle edizioni delle riviste specialistiche, che nonostante che contenevano soprattutto i lavori di criminalistica, si denominavano come “riviste criminologiche”[vii]. La situazione analoga si diffondeva nella pubblicazione dei libri, che nonostante il loro titolo comprendente il nome di “criminologia”, in realtà trattavano esclusivamente agli argomenti del campo di criminalistica[viii].

La distinzione più evidente delle due materie si riscontra nelle pubblicazioni di F. Liszt, che distingue le due scienze e le considera al medesimo livello, riconoscendo la criminologia per la scienza che studia i fenomeni e le cause del reato, accanto alla criminalistica, al diritto penale e alla politica penale, nel sistema di scienze del diritto penale[ix].

Tale concezione della criminologia permette la sua distinzione come scienza del reato e del suo autore, dei sintomi e delle cause dei reati e degli altri fenomeni della patologia sociale e della loro eliminazione[x].

B. Hołyst, dedicando numerose riflessioni alla distinzione della criminalistica dalla criminologia, dichiara la prima come disciplina che serve alla lotta contro il crimine e alla sua prevenzione in modo concreto, cioè attraverso la rivelazione del crimine stesso, l’identificazione dell’autore del reato e la protezione delle prove per l’amministrazione della giustizia. La seconda invece tende di elaborare i metodi della prevenzione della criminalità attraverso l’eliminazione delle cause di natura generale, comprendendo il crimine come il fenomeno sociale.

Seguendo le considerazioni di Hołyst, è possibile rilevare le sostanziali differenze tra le due discipline, che nonostante ciò, trovano le notevoli affinità. Le affinità consistono nello stesso oggetto di studio ovvero il crimine e il suo autore, con lo stesso obiettivo, ovvero di prevenire il crimine. La differenza traspare dai diversi punti di vista dello stesso oggetto di studio. Per questo motivo, nonostante alcune comuni metodiche di ricerca,  gli aspetti di ricerca criminologica e criminalistica, sono diversi.

Per questo motivo il classico ambito del senso delle ‘sette domande’ poste nella criminalistica, ovvero: chi? cosa? dove? con l’utilizzo di quale mezzo? perché? in che modo? quando? – nella luce della criminologia assumerà l’aspetto diverso.

E così per esempio la domanda «perché?» nella criminalistica costituisce un elemento di ricerca del movente nella selezione delle persone sospettate, nella criminologia invece la stessa domanda considera le generali condizioni del crimine con l’obiettivo di eliminare le sue cause.

Perciò, trovando la risposta sul «perché» il criminalista è in grado di individuare il colpevole, il criminologo invece cerca di capire le condizioni psicosociali che l’hanno guidato ad assumere un atteggiamento criminoso. Per questo motivo gli aspetti delle ricerche criminologiche e criminalistiche assumeranno le prospettive diverse. Hołyst, citando l’esempio di una falsificazione, propone l’osservazione di questo misfatto da due punti di vista: ovvero il criminalista si interesserà della tecnica del reato, mentre il criminologo volgerà la sua attenzione soprattutto alle condizioni facilitanti il reato e la sua diffusione[xi].

Dal punto di vista della ricerca, nonostante alcune scienze che costituiscono la base universale per ambedue discipline, la criminalistica, che si pone l’obiettivo di individuare l’autore del reato attraverso le sue tracce, utilizza nel suo ambito soprattutto le discipline naturali e tecniche, nella criminologia invece dominano i metodi delle ricerche statistiche, sociologiche i psicologiche. Di conseguenza anche il rapporto di ambedue scienze con la giurisprudenza è differente, così la criminalistica è molto vicina al diritto processuale, mentre la criminologia al diritto penale[xii].

Queste considerazioni permettono di osservare il confine abbastanza netto fra le due discipline, tuttavia Hołyst ricorda la complessiva “circolazione” dei loro interessi e dei saperi, poiché la conoscenza della criminologia permette di approfondire le problematiche che entrano nell’ambito della criminalistica e la realizzazione più efficace dei suoi compiti. L’autore cita come esempio i risultati delle ricerche criminologiche che riguardano le personalità dei criminali, le usanze degli ambienti criminosi, i processi motivazionali dell’attività criminosa, ciò ovviamente facilita il procedimento d’investigazione. Dall’altra parte la criminalistica offre numerose informazioni sul reato e sul suo autore per le ricerche criminologiche[xiii].

Le stesse conclusioni si traggono dalla lettura dell’articolo di E. Żywucka-Kozłowska sullo svolgimento del profiling criminalistico, che oltre le discipline naturali e tecniche coinvolge la psichiatria e la psicologia[xiv]. Dal testo risulta che il punto di incontro tra le due scienze è evidente proprio nel comportamento della persona, o piuttosto nelle sue tracce lasciate sul luogo del reato.

Se il comportamento stesso è classificabile come oggetto di studio della criminologia, è vero che attraverso le tracce comportamentali si ottengono le prove materiali; da esse è possibile rilevare le azioni del criminale, che spinto da una motivazione (psicoemotiva), ha lasciato le tracce fisiche. È vero che ogni azione umana lascia le tracce (fisiche) e attraverso queste gli esperti delle scienze psicologiche (e grafologiche, nel caso della scrittura[xv]), sono in grado di creare un profilo psicologico del loro autore. Tuttavia, il punto d’incontro fra le due scienze è proprio quella traccia fisica da sottoporre alle ulteriori analisi criminalistiche, offrendo in questo modo ai criminologi il materiale per gli studi psicologici o psichiatrici. Quindi tutte le tracce comportamentali diventano la base della ricerca criminalistica e criminologica[xvi].

La complessità delle origini della Criminologia

I numerosi malintesi riguardanti la criminalistica e la criminologia oggi sembrano svanire: i compiti e gli ambiti di queste discipline sono sempre più distinti. La frequente confusione di queste due materie si deve probabilmente alla loro radice comune, ovvero il reato e il suo autore.

Se la criminologia oggi si avvale delle ricerche criminalistiche, lo si deve al dinamico sviluppo delle scienze naturali e tecniche. Tuttavia la disciplina stessa prende le basi da un altro punto di  studi della cultura illuminista con il trattato “Dei delitti e delle pene” del giurista italiano Cesare Beccaria.

Nonostante ciò comunemente per il fondatore della criminologia si intende il medico italiano della seconda meta dell’Ottocento, il padre dell’antropologia criminale, Cesare Lombroso, che segue l’approccio medico-biologico dell’antropologia criminale. Lombroso, recandosi nelle prigioni per osservare le posture, le facce e le mani degli arrestati,  ha creato la teoria antropologica che presumeva l’esistenza “del criminale dalla nascita”. Secondo la sua teoria, esisterebbero determinate e costanti caratteristiche somatiche, caratterizzanti i criminali. Per questo motivo, dal punto di vista penale, le persone con tali caratteristiche non sarebbero punibili.

La ricerca delle cause dei crimini nella struttura cerebrale, influente su tutto l’aspetto psicofisico della persona, trova le sue origini già nelle teorie di Aristotele, secondo cui l’aspetto della testa, del teschio, delle orecchie rivelerebbero le caratteristiche psichiche e comportamentali della persona. Venti secoli più tardi la sua teoria è stata ripresa dai frenologi, che cercavano di individuare le localizzazioni delle attività psichiche e dei talenti individuali, nella struttura cerebrale. La corrente frenologica si è sviluppata in doppio senso: mentre il fondatore della disciplina Franz Josef Gall cercava le prove scientifiche per sostenere le proprie tesi sul fondamento neuronale delle diverse funzioni psichiche, i suoi collaboratori sviluppavano le loro idee nella direzione pseudoscientifica, che riduceva la disciplina alle affermazioni sui talenti e sui difetti possibili da rilevare dalla forma del teschio. Ovviamente tali affermazioni non hanno avuto la conferma della scienza e hanno contrastato notevolmente lo sviluppo della frenologia stessa, che tuttavia merita il riconoscimento per aver influito sulle ricerche del cervello e delle scienze neurologiche e neuropsicologiche. In tal senso il merito principale si deve a Gall stesso che dichiarava fra l’altro che le capacità linguistiche sono connesse con le zone anteriori del cervello. Tanti scienziati cercavano le conferme di questa tesi, fra loro Paul Broca che ha messo in relazione i sintomi dell’afasia motoria con i danni alla parte anteriore del cervello.

Lombroso quindi, circa un secolo più tardi, riprendendo la teoria della struttura fisica come riflesso della vita psichica nei confronti degli autori dei reati, fa i tentativi di connettere le teorie pseudoscientifiche della frenologia con le sue intuizioni scientifiche. Infatti, alla ricerca dei centri cerebrali responsabili per i determinati comportamenti, unisce le misurazioni precise di ogni componente della struttura fisica. Gli studi di Lombroso hanno trovato moltissimi sostenitori e venivano applicati fino agli anni venti del secolo scorso, ma anche oggi, nonostante le numerose accuse di pseudoscientificità del suo metodo, si fa spesso il riferimento ai risultati delle sue ricerche.

Mentre Lombroso si dedicava agli studi antropologici sui criminali, nello stesso periodo si sviluppavano gli studi sociologici delle condizioni favorenti lo sviluppo della “mente criminale”, in rapporto con la classe sociale di appartenenza. Infatti in quell’epoca si assiste «all’accrescimento della criminalità per la migrazione delle popolazioni, dovuta allo sviluppo dei centri industriali e lo sviluppo delle città e le veloci dinamiche delle trasformazioni sociali». Le cause principali dei crimini vengono attribuite alle povertà delle classi svantaggiate. In Gran Bretagna si assiste al mutamento del concetto dell’autore del reato, ciò trova il riflesso nella riforma del sistema carcerario e l’abolizione delle torture[xvii].

Il concetto di criminologia si sviluppa parallelamente con lo studio dei reati e dei loro autori[xviii]. Se da una parte questi studi si organizzano gradualmente in una scienza indipendente, dall’altra è indispensabile il contributo delle altre scienze. L’epoca del positivismo comporta un dinamico sviluppo delle scienze psicologiche ciò influisce notevolmente sulle conquiste psichiatriche e psicopatologiche. Questi indirizzi diventano uno sfondo importante per lo sviluppo della criminologia contemporanea.

Le dottrine criminologiche

Le dottrine criminologiche, quindi, mutavano a pari passo con la trasformazione delle epoche, a partire dai concetti prescientifici ai quali vengono incluse le correnti antropologiche, biologiche e biopsicologiche. Tali correnti in qualche modo sono state ereditate già dall’Antichità, con la fede che tutto succede per la volontà degli dei. Un punto di vista simile lo riscontriamo ancora nel Medioevo, con il Dio che si trova al centro del pensiero umano, abbattendo ogni concezione scientifica, che non corrispondeva con la religione. Il reato era visto quindi come l’opposto del  “Bene Assoluto”, ovvero il male assoluto, che si pagava con la mutilazione del corpo.

Alla dottrina prescientifica si uniscono ancora le teorie dei frenologi che svolgevano le misurazioni del cranio in ricerca delle risposte sui tallenti e sui difetti delle persone e gli successivi studi di Lombroso e del suo continuatore, R. Garofalo[xix].  Proprio a quell’ultimo si deve l’invenzione del nome “criminologia”, nel 1885[xx]. Gli studi dei due scienziati hanno influito sullo sviluppo delle applicazioni biologiche, che tendevano di spiegare i comportamenti criminosi dal punto di vista biologico, mettendo le basi alle concezioni scientifiche della criminologia, fra esse la concezione dei caratteri ereditari di Gregor Mendel, oggi ritenuto il padre della genetica[xxi].

Nello stesso periodo si sviluppava la dottrina sociologica, originata dalla concezione prescientifica, che spiegava i fatti criminosi con le influenze dell’ambiente brutale e malvagio. Questa convinzione è la base degli studi di Emil Durkheim e di Edwin Sutherland. Il primo di loro approfondiva i crimini come fatto o fenomeno sociale e, secondo lui, senza il fenomeno della criminalità non sarebbero possibili cambiamenti sociali, poiché la criminalità integra la società, rafforza i legami e le relazioni sociali, rafforza l’efficacia del sistema del controllo sociale[xxii].

La sua teoria dell’anomia si concentra sullo stato connesso con gli intensi cambiamenti sociali, in risultato dei quali le persone perdono l’orientamento sulle esistenti norme sociali, ciò comporta i disturbi e l’indebolimento della sfera del controllo sociale e la manifestazione delle tendenze antisociali. Le tendenze egoistiche presenti in ogni persona comportano l’aumento dei comportamenti devianti e della criminalità[xxiii].

Un’altra importante corrente sociologica si è formata attorno anni trenta del XX secolo, con la teoria delle associazioni differenziali di Edwin Sutherland, che considera l’uomo come colui che forma la propria personalità in base ai comportamenti delle altre persone, acquisendo da loro alcune qualità del carattere. Sutherland, inoltre, ha portato alla luce la problematica della criminalità svolta da persone “con i colletti bianchi” (“whitercollar-crime”) , ovvero degli autori dei crimini non provenienti solamente dai quartieri poveri e dalle classi sociali più basse, ma dalle persone con alti incarichi istituzionali e professionali. Secondo l’autore, la maggior parte di questi crimini non vengono portati alla luce, perché i loro autori hanno più probabilità e il potere di nasconderli[xxiv].

La complessità eclettica della Criminologia

Oggi la criminologia ha esteso il suo ambito e attinge dalle altre scienze umane con il diritto penale che si interessa dell’esistenza delle motivazioni e dei comportamenti riconosciuti non conformi alla legge. Il diritto penale si occupa del reato e della fase preparatoria dell’indagine. Se il diritto penale cerca le soluzioni con le quali si potrebbero determinare i specifici comportamenti come criminosi, la criminologia si occupa della persona del criminale, cercando di rispondere alla domanda quali fattori stanno alla base di un concreto crimine, quali fattori hanno condizionato il reato e qual è la dinamica del reato.

In questo ambito la criminologia attinge alle scienze psicologiche che cercano di rispondere alle determinate domande, percorrendo la vita dell’autore del reato. Infatti, si prendono in considerazione le fasi dello sviluppo dell’uomo in continua e dinamica evoluzione. Gli istanti più importanti nello sviluppo della persona è il periodo da 0 a 13 anni (quindi la prima adolescenza), in cui «tutto nasce e comincia […]. In ogni attività, già dal primo giorno della vita tutto viene registrato: stato di ubriachezza dei genitori, il modo di esprimere gli stati affettivo-emotivi. Tutto ciò viene registrato nel sistema nervoso centrale e risponde come costans, nelle successive tappe della vita segnate da frustrazione o oppressione»[xxv].

Tale approccio permette di considerare il neonato come “una creatura pura”, poiché le persone non nascono cattive, «non esiste nessun gene né sistemo genetico della persona scorretta, aggressiva, pericolosa, nessuno nasce con l’intenzione di fare del male. La scienza esclude le storie di questo tipo»[xxvi].  Ovviamente non è facile capire quando l’uomo “viene contaminato con il male”, in quale momento e in quale situazione della sua vita ha l’inizio l’evoluzione della condizione del reato.

Cercando le domande a queste risposte la criminologia si affida alle ricerche di carattere  anamnestico-catamnestico[xxvii].

L’analisi anamnestica, ovvero qualcosa che anticipa lo stato della malattia, della crisi, della diversità, della deviazione e della criminalità dell’uomo, può rispondere alla domanda fino a che momento “la personalità pura si mantiene sana”.

La catamnesi è invece il periodo in cui si registrano i primi sintomi, la malattia, ovvero l’inizio del ruolo del deviante o del criminale. Questo tipo di analisi serve per fornire le risposte sulle reintegrazione della persona nella società.  L’analisi catamnestica non può essere statica, non si possono analizzare i gruppi dei devianti in un tempo determinato dell’analisi. È un lungo processo di ricerca qualitativa che secondo gli studiosi non dovrebbe essere più breve di 5 anni. I criminologi appellano che la ricerca osservativa dovrebbe essere moltiplicata attraverso la continua osservazione in diversi contesti: scuola, casa, centro educativo, parrocchia, ecc. ovvero in qualsiasi istituzione in cui la persona si aggira, con l’obiettivo di svolgere le conclusioni, sulla sua reintegrazione sociale[xxviii].

Quindi il compito della psicologia nella criminologia è quello di spiegare perché esistono certi comportamenti criminali, quando nascono, quali sono gli elementi del carattere umano che permettono il loro sviluppo. Tali risposte si cerca di ottenere sia dall’osservazione diretta degli autori del reato, sia dalla stessa dinamica del reato (“letta” nelle tracce materiali) che è in grado di rivelare le tracce psicologiche (ovvero non materiali), quindi verificare i processi psichici avvenuti durante il crimine, determinare gli obiettivi psicologici del reato, trovare il movente dell’azione, analizzare i determinati processi psichici e la personalità in rapporto del suo ambiente.

In quel punto si riscontra un legame tra psicologia e sociologia, che considerano l’ambiente dell’uomo come “nutrimento dell’educazione”,  cercando di capire i processi e i fenomeni sociali. La sociologia criminologica, dunque, permette l’analisi del crimine nella luce del suo ambiente sociale e si concentra sulle questioni delle patologie sociali, tipiche per un determinato ceto sociale.

La distinzione delle caratteristiche criminogenne non è semplice e necessità la considerazione degli elementi come per esempio i contatti con il mondo del reato, l’età in cui avvengono, il tipo di questi contatti (famiglia, amici, lavoro, altro), la recidività, le predisposizioni caratteriali, fattori psicopatici, ecc. Per questo motivo i metodi statistici non sempre sono in grado di offrire i risultati prognostici utili. «La debole prevedibilità di queste prognosi consiste sicuramente in semplicistica comprensione del reato con la pragmatica concezione di tanti fattori»[xxix]. Tuttavia, generalmente parlando, diversi autori citano fra i fattori criminogenni nell’ambiente, soprattutto: alcool, droga, disoccupazione, trascuratezza dei minorenni, patologie nel sistema statale, cultura della violenza e del sesso, prostituzione, negative influenze dei media, ecc.

Da questo punto di vista lo studio criminologico considera il comportamento dell’autore del reato, come risultato delle dinamiche sociali anomale.

In questo contesto si inserisce anche la dinamica dei rapporti con la vittima. Fino a poco tempo fa, il ruolo di quell’ultima nel reato non veniva preso in considerazione, invece gli studi degli ultimi anni dimostrano che nel contesto delle azioni criminose il ruolo della vittima è spesso determinante nel reato stesso e nella sua rilevanza. Le ricerche criminologiche in questo ambito hanno posto le basi ad una nuova disciplina, ovvero la vittimologia, che studia la vittima da punto di vista biologico, psicologico e sociale, compreso i rapporti con il proprio aggressore[xxx] sia prima del reato, sia durante il suo svolgimento, come avviene per esempio nel caso dei rapimenti delle persone, quando la vittima crea con il suo oppressore un legame singolare[xxxi].

Raggiungimento delle conoscenze sulle diverse sfumature delle dinamiche del reato, specialmente negli ultimi anni, ha permesso di modificare o piuttosto di estendere il concetto della pena, che da «un dovere giuridico e morale di “sdebitarsi” nei confronti della società, risarcire i danni e riparare le colpe secondo altre norme prestabilite dalla legge»[xxxii] si amplia al ricupero della persona, all’aiuto delle persone inadattate, creando le condizioni di lavoro socialmente utile e il sostegno educativo, con l’obiettivo di un ritorno della persona rinchiusa in carcere, alla vita normale. In questo ambito la criminologia si avvale delle scienze pedagogiche.

Certamente non sempre il reato si può “giustificare” con le influenze negative dell’ambiente patologico. Nonostante un continuo sviluppo delle scienze, tanti fattori della motivazione del reato, rimangono, e probabilmente rimarranno, inspiegabili, ponendo davanti ai criminologi le domande sempre più nuove. Se la sociologia e la psicologia cercano le risposte sul «perché del reato» all’interno dell’ambiente e della psiche della persona, la medicina, particolarmente la neurologia che studia il sistema nervoso e la psichiatria che approfondisce le sofferenze della mente, cercano di capire se l’autore del reato non sia affetto da qualche malattia, se non abbia subito delle lesioni al livello del sistema nervoso, che potrebbero influire sulle motivazioni del reato o persino sul cambiamento della personalità.

Accanto a queste scienze, si pone la criminalistica, la disciplina più nuova e più affine, senza la quale molte domande della criminologia sarebbero rimaste senza risposte. Il sapere “circolare” tra queste due scienze, permette il loro continuo sviluppo, come scienze autonome e affini.


[i] Vedi Grębowiec Baffoni J. (2013),  Criminalistica e Criminologia: strumenti della Legge, in Economia e Diritto, n. 4 http://www.economiaediritto.it/?p=1895

[ii] Hołyst B. (1994), Kryminologia, Warszawa, V edizione.; Schneider H. J. (1993) Kriminologie, Miinchen, III edizione; Kaiser G. (1988), Kriminologie, Heidelberg, II edizione;  Adler F., Mueller O. O. W., Laufer W. (1991), Criminology, New York, San Francisco; Beirne P. (1993), Imenting Criminology: Essays on the Rise of „Homo Criminalis”, Albany N.Y.; Maguire M., Morgan R. Reiner R. (a cura di) (1994), The Oxford Handbook of Criminology, Oxford; Akers R. L.(1994), Criminological Theories: Introduction and Evaluation, Los Angeles CA; da Hołyst B. (1996), Kryminalistyka, Wydawnictwa Prawnicze PWN, Warszawa.

[iii] Hołyst B. (1996), Kryminalistyka, Wydawnictwa Prawnicze PWN, Warszawa., p. 24

[iv] Grębowiec Baffoni, J. cit.,

[v] Gross H. (1922), Handbuch fur Untersuchungsrichter als System der Kriminalistik, Miinchen, ed. VII, p. XIII., da Hołyst B., cit., p. 24,

[vi] Seelig E. (1951), Lehrbuch der Kriminologie, Miinchen, ed. II, p. 11, da Hołyst B. cit. p. 25

[vii]  Come per esempio la rivista più importante „Archiv fur Kriminologie”, che fino al 1995 ha pubblicato 195 tomi. Il primo numero di questa rivista intitolata  “Archiv fur Kriminal-Anthropologie und Kriminalistik” è uscito il 1 ottobre del 1989. Con il termine „Kriminal-Anthropologie” si comprendeva allora la criminologia. (Da Hołyst, cit. p. 25)

[viii] Come per esempio il libro di Morland N. (1973), An Outline of Scientific Criminology, London, da B. Hołyst, p. 25.

[ix] Goldschmidt J. (1921) Franz von Liszt, in „Archiv fur Kriminologie” z., t. 73, da B. Hołyst, , cit.p. 25.

[x] Hołyst B., cit. P. 25,

[xi] idem, p. 26,

[xii] idem,

[xiii] idem.

[xiv] Vedi l’articolo di Żywucka-Kozłowska E., Il profilo criminalistico del delinquente, in questo numero della Rivista Economia e Dirtto.

[xv] Vedi il contributo di Marisa Aloia, L’autopsia psicologica, in questo e prossimo numero di Economia e Diritto

[xvi] Żywucka-Kozłowska E. cit.

[xvii] Vedi Grębowiec Baffoni, cit.

[xviii] È interessante in tal senso l’articolo di Szostak. M “Da dove deriva il male?”. Le teorie criminologiche della eziologia dei comportamenti criminali e la loro genesi, Economia e Diritto n. 4, http://www.economiaediritto.it/?p=1900

[xix] Glueck S. (1928), Principles of a Rational Penal Code in Harvard Law Reviev, Vol. 41 n. 4 pp. 453-482.

[xxi] Gabryelska M. M., Szymański M., Barciszewski J. (2009), DNA – cząsteczka, która zmieniła naukę.

Krótka historia odkryć, in Nauka n. 2/2009,  pp.111-134

[xxii] Czekaj K., Gorlach K., Leśniak M. (1998), Labirynty współczesnego społeczeństwa,

Katowice 1998, p. 131, in Ziomka Z. (2008), Przyczyny zachowań przestępczych ora zjawisk patologicznych w świetle teorii socjologicznych, Wydawnictwo Szkoły Policji, Katowice, p. 18.

[xxiii] Ziomka Z. (2008), Przyczyny zachowań przestępczych ora zjawisk patologicznych w świetle teorii socjologicznych, Wydawnictwo Szkoły Policji, Katowice, p. 18.

[xxiv] Frysztacki K. (2012), Kubiak H. E. (a cura scientifica di) Polska bieda w świetle Europejskiego Roku Walki z Ubóstwem i Wykluczeniem Społecznym, p. 169 Kraków : Krakowskie Tow. Edukacyjne–Oficyna Wydawnicza AFM, 2012.

[xxv] Bałandynowicz A (2013). Krytyczna ocena systemu readaptacji społecznej. Eliminacja modelu segregacyjnego i integracyjnego in Probacja, Ministerstwo  Sprawiedliwości, n. 1 pp.32-33

[xxvi] Sztompka P. (1971), Logika analizy funkcjonalnej w socjologii i antropologii społecznej, in  Nowak S. (a cura di.), Metodologiczne problemy teorii socjologicznych, wyd. UW, Warszawa

[xxvii] Baładynowicz A. cit. p. 33

[xxviii] Pytka L. (1995), Granice kontroli społecznej i autonomii osobistej młodzieży,  in Opieka – Wychowanie – Terapia”, n. 1.

[xxix] Kaiser G. (1983), Kryminologie, Heidelberg 1983, pp. 882, 883, in Hołyst B. (2013), Podstawy i zakres indywidualnej prognozy kryminologicznej in Probacja, Ministerstwo Sprawiedliwości, n. 1, p. 17

[xxx] Cfr. Codini G., La vittimologia: lo studio delle vittime per prevenire il crimine, http://www.supportoallevittime.it/ita/doc/LA%20VITTIMOLOGIA.pdf

[xxxi] Come per esempio la sindrome di Stoccolma che si riscontra nelle vittime dei rapimenti o negli ostaggi. Le vittime, trovandosi nelle condizioni di reclusione, non vedendo nessuna possibilità di sopravvivenza, si legano emotivamente con i loro oppressori. Tale legame risulta molto pericoloso poiché gli ostaggi non riescono a liberarsene e fanno di tutto per farlo perdurare. In risultato la vittima avverte la simpatia e la solidarietà con le persone che la tengono prigioniera, fino al punto di aiutarle a perseguire i loro scopi o fuggire dalla polizia. Il nome della sindrome deriva dall’aggressione alla banca Kreditbanken in Stoccolma nel 1973, durante la quale gli assalitori detenevano gli ostaggi per sei giorni. Dopo la cattura degli aggressori e il rilascio delle persone detenute, quest’ultime  difendevano i criminali e rifiutavano la collaborazione con la polizia.

[xxxii] Grębowiec Baffoni J., cit.

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