Economia

Dal “sé” a “gli altri”: dal self-interest all’orchestra Smithiana.

di Francesco Zappia

Nell’articolo pubblicato nel numero di agosto de “L’umanista”  ho già citato la categoria più saggia di uomini, quella de “gli antichi”, per fare un espresso richiamo alla fondamentale esigenza, da me ravvisata, di individuare un valido punto di partenza dal quale iniziare il difficoltoso tentativo di analizzare le dinamiche di una società.

Tali dinamiche traducono una serie, per non dire un’infinità, di interazioni tra gli individui che la compongono.

Ormai lo sappiamo: la società è un’entità molto ampia e può essere concepita come un sistema di cose e di persone definibile secondo molteplici accezioni.

Una delle più affascinanti e “globalizzanti” è quella che conduce all’analisi sociologica del “sistema uomo” orientato nella direzione di offrirsi un’organizzazione al fine di raggiungere scopi collettivi: cioè, obiettivi che ogni singolo uomo solo non avrebbe potuto raggiungere. Dalla nascita dell’uomo, si arriva, insomma, all’esigenza di condividere valori, culture, credenze ed interessi;  tutto ciò unendosi spontaneamente e  fondando, così, luoghi in cui condividere la quotidianità.

Andando oltre si arriva alla formazione di aggregazioni sempre più eterogenee e complesse, sempre meno armonizzabili senza l’istituzione di un adeguato apparato politico e governativo atto ad individuare e realizzare  le scelte vantaggiose per la società costituita.

Uomo, società e civiltà sono tre termini molto differenti tra loro ma che costituiscono un percorso univoco che si è sviluppato nell’arco di secoli “dalla base all’altezza”, un crescendo fenomenico che, come potrebbe apparire, ha ridotto il ruolo del “sé”, del singolo uomo che a poco a poco è diventato “noi”, fino a valorizzare ed istituzionalizzare l’identità generale degli “altri” attraverso l’armonizzazione e l’integrazione; due processi, questi,  anche culturali, che hanno certo inciso sul valore e sull’accezione  dell’ “identità” del singolo fino a creare quella del gruppo.

L’iter storico-sociale è molto affascinante! Ed ha interessanti sfaccettature, se si considera che dalle basi storico-sociali sono sorti i due più importanti “sottosistemi” organizzati provenienti dalla società (genericamente intesa) e, cioè, la società civile ed economica.

L’uomo è da sempre stato considerato un “animale sociale” (“Politica”, Aristotele IV sec. A.C.) tendente, per sua natura, ad aggregarsi con gli altri uomini per poi fondare la società. Già da nomade del Paleolitico (primo step dell’ “età della pietra”) egli tendeva ad aggregarsi con altri della sua specie impiegando principalmente il proprio tempo per il raggiungimento della sopravvivenza. Passando attraverso il periodo Mesolitico (secondo periodo dell’”età della pietra”) si arriva al Neolitico (ultimo periodo) pieno di innovazioni tra cui l’uso dell’agricoltura e, dunque, l’affermazione sempre crescente delle tecniche di coltivazione e di allevamento.

Ed infatti è proprio in questa fase che si accende la rivoluzione agricola in cui iniziano a formarsi le prime comunità stabili. Ad esse va riconosciuta una connotazione fortemente economico-sociale (se si considera tale sviluppo funzionale alla soddisfazione dei bisogni umani), sebbene ancora non fossero dotate di un’organizzazione politico-governativa e sebbene al loro interno non si fosse ancora manifestato lo utility maximising behaviour, comportamento che avrebbe portato (per dirlo alla maniera dei giorni nostri) all’ottimo sociale, principio fondamentale per lo schema neoclassico dell’economia razionale che si basa sulla divisione del lavoro.

Già a questo punto della storia possiamo prendere spunto da diversi elementi per rivolgerci qualche domanda sull’uomo che “avanza” verso la società.

Intanto mi chiederei, facendo un bel balzo in avanti nella storia, se l’uomo, nel muovere i primi passi verso l’aggregazione in gruppo, fosse mosso da self-interest, (visione simile all’ homo omini lupus del filosofo Thomas Hobbes, al lupus est homo homini del commediografo Plauto ed al Homo homini aut deus, aut lupus degli Adagia dell’umanista Erasmo da Rotterdam) oppure dal self-love, l’amor di sé  di Adam Smith, padre della micro economia politica ed autore della  “Teoria dei sentimenti morali” e della “Ricchezza delle nazioni”.

Mentre George Joseph Stigler, premio Nobel per l’economia nel 1982, risponderebbe a favore del self-interest, “il più persistente, il più universale e quindi il più affidabile dei moventi umani”, Adam Smith andrebbe a favore del self-love fondato sulla sympathy, sulla fellow-feeling,  come passione cui consegue una favorevole aggregazione tra uomini nella società.

Infatti, “per quanto egoista lo si possa supporre – scrive con profonda e commovente passione Smith nella “Teoria dei sentimenti morali” – l’uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria la loro felicità”; ed ancora nei suoi scritti ci illumina su come l’uomo “desidera naturalmente non solo di essere amato, ma di essere amabile; ossia quella cosa che è il naturale ed appropriato oggetto d’amore. Teme naturalmente non solo di essere odiato, ma di essere odioso; ossia di essere quella cosa che è il naturale e appropriato oggetto di odio”.

E’ importante condurre un’indagine sulla visione di Smith che guarda all’uomo ed alla società come il risultato di un’azione o una serie di azioni cooperative, solidali svolte dai singoli uomini in grado di “auto giudicarsi” (importante sarebbe approfondire in questo senso l’immagine che Smith ci trasmette dello “spettatore imparziale” che approva o disapprova la condotta dell’uomo immerso nella società); azioni che poi sfociano nell’equilibrio sociale passando attraverso il c.d. accomodation, un continuo processo di aggiustamento che porta all’equilibrio stesso.

E’ chiaro: la società che raggiunge l’equilibrio, una misura auspicabile in ogni “settore sociale”, è salubre e non è difficile pensare (tornando questa volta molto indietro nella storia)  alle prime comunità agricole del Neolitico come entità non troppo organizzate, ma costituite da uomini in cui incubati erano i presupposti del self-love di Smith collegabile, come detto, alla propensione di costituirsi in gruppo, al processo di aggiustamento verso l’equilibrio sociale da cui dipende quello economico.

Se dalla rivoluzione agricola del Neolitico (passando dalla rivoluzione urbana che ha principio nel VI millennio A.C.) arriviamo ai giorni nostri, assistiamo ad un qualcosa di straordinario se pensiamo che “Alcuni aspetti che caratterizzano la maggior parte delle organizzazioni sociali odierne, come la proprietà privata, la divisione in gruppi sociali, la presenza di un centro di potere politico emergono già proprio a partire dal Neolitico e con la rivoluzione urbana” (fonte istitutobosco.it).

La straordinarietà sta nel fattore di continuità che accomuna passato e presente sia da un punto di vista storico-sociologico che psicoevolutivo.

Infatti, amalgamando i dati storico-sociologici e, contemporaneamente assumendo come infallibile l’approccio self-love di Adam Smith come passione tipica dell’uomo nel mercato ma prima ancora dell’uomo nel gruppo sociale costituito, non solo assistiamo al processo di formazione della comunità umana, ma soprattutto all’excursus passionale che ha portato a quella che a me ancora oggi, temerariamente, piace definire una tra le più grandi opere dell’uomo: appunto, la società.

L’uomo recuperato nella complessità filosofica della sympathy o fellow-feeling ha un valore magnifico, lirico ma trova anche spazio nell’empirica ricerca di una disciplina di indiscutibile fascino che è la “neuroeconomia” una giovane scienza che, utilizzando il metodo della risonanza magnetica funzionale, osserva le risposte neuronali degli individui posti di fronte a determinate condizioni ed alla necessità di prendere delle decisioni economiche.

Gli esperimenti del filosofo ed economista Matteo Motterlini confermano la validità della teoria del fellow-feeling osservando i c.d. “neuroni-specchio” attivi nel cervello di un soggetto che sta assistendo all’espressione emotiva di un altro soggetto sconfitto dopo avere scommesso e perso del denaro; e, dunque, in preda al proprio rimorso. Nei due soggetti si attivano le stesse aree celebrali atte a gestire il rimorso, così che il rimorso del soggetto perdente diviene il rimorso dell’osservatore (sympathy).

In tema di solidarietà, sorprendente è anche il paradossale risultato di un altro esperimento neuroeconomico che ha dimostrato che l’uomo beneficia di un vera e propria sensazione di ricompensa quando trasferisce il proprio denaro, anche se non lo fa volontariamente e se il trasferimento è finalizzato, ad esempio, al rispetto degli obblighi fiscali (Sacha Gironde, “La Neuroeconomia”Il Mulino, 2010).

Argomentazioni supportate dalla scienza che ci dimostrano che l’approccio self-love  smithiano non solo è appassionante ma anche corretto perché per l’uomo, simpatizzare è naturale come cooperare, contribuire è, per natura, un atto di puro e semplice altruismo, di inclinazione a realizzare il bene sociale pur senza un ritorno personalistico e materiale.

La società smithiana dai profondi tratti lirici (ma anche dalle tante conferme provenienti dalla letteratura neuroeconomica) è un’aggregazione di uomini self-lovers, ma non solo: diviene, poi,  un’orchestra che grazie al processo di accomodation continuamente tende ad accordarsi in un contesto sinergico che si realizza tra musica e passioni a cui Smith attribuisce tanta musicalità a seconda che esse siano sociali, asociali o egoistiche.

Scrive, infatti: “Quando la musica imita le modulazioni della pena e della gioia ci ispira effettivamente quelle passioni, o almeno un umore adatto a concepirle. Ma quando imita le note della collera, ci ispira timore. La gioia, la pena, l’amore, l’ammirazione, la devozione son tutte passioni musicali per natura. I loro toni naturali sono tutti tenui, chiari e melodiosi, si esprimono naturalmente in frasi scandite da pause regolari, e per questo si adattano facilmente al ritorno regolare dei corrispondenti motivi di una melodia. Al contrario, la voce della collera e di tutte le passioni simili a essa è stridente e dissonante. Anche le sue frasi sono irregolari, a volte molto lunghe, a volte molto brevi e non scandite da regolari pause. E’ con difficoltà, perciò, che la musica riesce ad imitare qualcuna delle passioni asociali e quando vi riesce non è delle più gradevoli. Si può fare un intero spettacolo, senza alcuna dissonanza, imitando le passioni sociali e piacevoli. Sarebbe al contrario uno strano spettacolo quello che consistesse interamente nell’imitazione di odio e risentimento.”

La società è un’orchestra e lo è stata sin dai propri passi. L’uomo, il self-lover, è in grado di suonare ed accordarsi con gli altri per amare ed essere amato.

E’ questo il senso di una società che mira alla salubrità, frutto di un’interpretazione antica quanto oggi più che mai necessaria, dove l’uomo resta il perno centrale anche se rinuncia alla propria centralità individualista a favore di quella collettiva certamente  sovrana.

In questo senso mi piace concludere citando Vito Mancuso, teologo italiano che nell’opera “Disputa su Dio e dintorni”  ha scritto: “essere un filo di indumento più grande: forse è questo il senso ultimo del mio essere. Essere me stesso, senza confondere la mia specificità di filo diverso da ogni altro, e insieme, però, unirmi agli altri fili, perchè un filo ha senso solo se si unisce ad altri fili, come una nota ha senso solo se si unisce ad altre note, come una lettera ha senso solo se si unisce ad altre lettere e così forma parole, e poi frasi, periodi, magari anche racconti, novelle, romanzi, poesie… Essere se stessi, ma anche legati agli altri: come la “a” rimane “a”, ma se tra due “a” inserisco una “m” ho trovato la possibilità di dire come mia moglie mi pensa, e ho dato un senso a due “a” che altrimenti, da sole, non l’avrebbero avuto”.

 

 

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