Economia

Il rischio di lungo termine della disoccupazione

di Alessio Rombolotti

Dopo sei anni di crisi quelle che erano le peggiori aspettative si sono rivelate più ottimistiche della realtà, se la ripresa proseguisse di questo passo l’Europa tornerà alla normalità fra dieci anni, se tutto va bene.

Soprattutto in Italia ci sono le premesse di una disoccupazione giovanile cronica. È risaputo che un mero ritardo nell’ingresso del mondo del lavoro farà sentire a lungo i suoi effetti sulla vita professionale di una persona, in termini di minor guadagno e inferiore livello di qualificazione professionale, pensiamo quindi quale danno possa produrre una disoccupazione di lungo e lunghissimo periodo.

Per diversi motivi in Italia abbiamo sempre tenuto delle alte barriere contro i giovani, ma mentre prima del 2008 una ragazza o un ragazzo potevano delineare comunque il loro percorso lavorativo, oggi appare impossibile pianificare la propria carriera. I rischi che incombono sui giovani disoccupati sono di varia natura, dalla mancanza di soldi, alla depressione, alle condizioni di disagio che affliggono intere comunità.

Gli studi sulla disoccupazione e i suoi effetti sono abbastanza unanimi nell’identificare sia le condizioni per la disoccupazione, sia le sue conseguenze, specialmente quando il lavoro manca per un lungo periodo. Seguendo la classificazione dell’Urban Institute di Washington abbiamo considerato sette classi di rischio, a cui di seguito diamo una caratterizzazione.

1. Declino dei Consumi

Ovviamente i livello di consumi dipende principalmente dal proprio stipendio o guadagno e dipende anche dal supporto finanziario di cui un soggetto può disporre, tipicamente questo supporto arriva dalla famiglia. I nostri comportamenti sono molto influenzati anche dalle attese sul futuro e la perdita del posto di lavoro produce una riduzione dei consumi sia per effetto della mancanza di una fonte di reddito sia per effetto del timore sul futuro. Studiando le famiglie appare evidente l’effetto sui consumi di un membro disoccupato, anche nelle famiglie numerose multi-reddito, ma mediamente la diminuzione dei consumi è inferiore alla riduzione del guadagno, anche perchè i consumi sono sostenuti da prestiti chiesti agli amici e parenti, dalla sospensione dei pagamenti rateizzati e dall’utilizzo dei risparmi. All’inizio si cerca di mantenere il proprio tenore di vita attingendo alle fonti disponibili, ma quando la disoccupazione si protrae nel tempo la famiglia cambia i propri comportamenti di consumo.

2. Declino del Guadagno

Quando un disoccupato trova un nuovo impiego il suo stipendio sarà sensibilmente inferiore rispetto allo stesso lavoro svolto da una persona non proveniente dalla disoccupazione. Infatti mentre una persona occupata spesso cambia posto a condizione di guadagnare di più, un disoccupato è propenso ad accettare uno stipendio ridotto. Il grado di riduzione aumenta con la lunghezza del periodo di disoccupazione e spesso questa condizione di essere sotto-pagato rispetto alla media si trascina nel tempo e non sono rari i casi in cui permane fino al ritiro definitivo dalla vita lavorativa.

Chi diventa disoccupato è anche soggetto ad un rischio di disoccupazione futura maggiore rispetto a chi ha sempre lavorato. Questo rischio ha diverse spiegazioni, per esempio ogni nuovo lavoro richiede il superamento di un periodo di prova, un’altra motivazione è che un disoccupato è disposto ad accettare i lavori più precari, i lavori difficilmente sopportabili, i lavori offerti da soggetti inaffidabili, inoltre un periodo di disoccupazione sul proprio curriculum è una delle ragioni per non essere nemmeno chiamati al primo colloquio.

3. Diminuzione del Capitale Umano e Sociale

Chi perde l’impiego, specialmente per lunghi periodi, è soggetto a una progressiva perdita di competenza e di contatti. Soprattutto chi lavora in settori ad elevata innovazione, già dopo un anno potrebbe non essere in grado di occupare la posizione che occupava in origine. In relazione a questa obsolescenza del capitale umano i lavoratori che svolgono mansioni di basso livello sono meno svantaggiati. In generale la permanenza in disoccupazione produce una svalutazione delle proprie conoscenze professionali che diminuisce il proprio capitale professionale.

La perdita del lavoro provoca anche la riduzione dei contatti sociali e spinge una persona a vivere in un ambiente meno aperto. Frustrazione, mancanza di soldi, ansia, sono alcune delle motivazioni che producono un cambiamento dell’ambiente frequentato. Ovviamente questo è un fattore che diminuisce la probabilità di trovare un nuovo impiego, specialmente in un paese come l’Italia, dove i contatti e le conoscenze hanno grande importanza in ambito professionale.

4. Distacco dal Mondo del Lavoro

Abbiamo appena detto che i disoccupati di lungo periodo tendono a cambiare l’ambiente che frequentano e in un certo senso tendono a isolarsi dal mondo del lavoro. Col passare del tempo nello stato di disoccupazione l’ambiente in cui si muove un disoccupato avrà sempre meno elementi in comune con l’ambiente professionale, fino ad esserne completamente, o quasi, disgiunto.

I meccanismi di queste dinamiche non sono chiari, ma è evidente la ricerca di modi diversi di ritrarsi e ritirarsi dal mondo del lavoro, per esempio potendo usufruire di una pensione, oppure di un’invalidità e quando possibile si cerca di affidarsi a genitori e parenti.

5. Impatto sulla Salute Fisica e Mentale

La perdita del posto di lavoro influisce significativamente sulla propria salute mentale e fisica. Questo effetto è anche confermato dal beneficio osservato quando il posto di lavoro viene recuperato. Addirittura è stato osservato che nel primo anno di disoccupazione le persone hanno una maggiore probabilità di morte e la speranza di vita dei disoccupati diminuisce di circa 1.5 anni. Le cause dirette non sono identificate con chiarezza, ma sicuramente la minor disponibilità finanziaria determina un peggioramento dell’assistenza sanitaria alla persona e all’intera famiglia.

È stata osservata un’elevata correlazione fra depressione, perdita del posto di lavoro e livello di guadagno, mentre la durata del periodo di disoccupazione non sembra che peggiori le condizioni sanitarie dell’individuo, anche se sono stati osservati gruppi in cui la disoccupazione di lungo termine è apparsa come un significativo fattore di rischio di suicidio.

E’ importante distinguere fra l’evento della perdita del posto di lavoro e lo stato di essere disoccupati. Il primo provoca un deterioramento della salute mentale, ma col passare del tempo l’individuo si adatta alla nuova realtà e in alcuni casi è stato osservato un miglioramento sanitario attribuibile ad una maggior disponibilità di tempo libero. Quindi non ci sono evidenze sufficienti per sostenere che essere disoccupati, di per sé, causi patologie mentali.

6. Effetti sulla Famiglia e sui Figli

Se da un lato la perdita del lavoro paterno provoca chiari effetti negativi sui figli e sulla famiglia, dall’altro i meccanismi di formazione di questi effetti non sono ben conosciuti. Fra gli effetti osservati, senza distinzione di sesso, c’è la riduzione del peso alla nascita dei figli, il rendimento scolastico e il livello di istruzione raggiunto.  In media le mamme perdono la loro serenità quando il marito perde il posto di lavoro e i livelli di ansia e stress aumentano in tutti i membri della famiglia, provocando stati depressivi e difficoltà di interazione fra gli individui. Altri effetti famigliari riportati in diversi studi sono la diminuzione dei tassi di fertilità e l’aumento di separazioni e divorzi.

7. Effetti sulla Comunità

Quando alti tassi di disoccupazione si protraggono nel tempo possono distruggere comunità intere per effetto dei cambiamenti nei comportamenti dei membri della comunità, cambiamenti indotti dalle attese sul futuro. I soggetti che rimangono disoccupati a lungo tendono a intrattenere rapporti con persone che stanno vivendo la stessa situazione, in questi contesti le strutture famigliari sono sottoposte a forte stress ed è facile che le tipologie di relazioni che tradizionalmente tengono insieme i diversi membri della famiglia si dissolvano. Tutti hanno sotto gli occhi le immagini di alcuni quartieri periferici di grandi città, un quartiere in cui è presente un’elevata disoccupazione diventa esso stesso un fattore di povertà persistente, in altri termini una persona che nasce e cresce in questi ambienti è una persona soggetta a molte delle condizioni che determinano precarietà e arretratezza professionale ed economica.

Sono stati fatti numerosi studi per identificare le conseguenze della disoccupazione, specialmente quella di lunga durata. Gli effetti discussi in questo articolo sono stati spesso confermati e alcune volte sono stati smentiti, ovviamente le risposte e i comportamenti dipendono dagli specifici contesti e quindi è logico che vi siano casi in cui la disoccupazione di lungo termine non abbia prodotto gli effetti riscontrati in altre situazioni.

Data questa avvertenza mi sento di sostenere che quando si rimane disoccupati ci si rende conto che l’uomo è fatto per lavorare. Il lavoro non è solamente un’attività di sostentamento, ma per un essere umano è un’attività quasi fisiologica e parlando del rischio che pone la disoccupazione il mio primo pensiero è rivolto ai singoli individui. Prima della comunità o della popolazione sono le persone, nella loro solitudine, che subiscono le conseguenze drammatiche della mancanza di lavoro. Ma il rischio più grave per una nazione che mantiene un’alta disoccupazione cronica, soprattutto giovanile, è rappresentato dal tempo necessario a tornare ai livelli di occupazione definibili normali. Mentre la disoccupazione congiunturale si risolve creando lavoro, quindi lungo l’arco di un biennio le condizioni lavorative possono migliorare sensibilmente, la disoccupazione cronica fa perdere progressivamente i contatti e le competenze adeguate per poter lavorare in un modello di economia in continua evoluzione, e anche chi riesce ad uscire da questa condizione sarà sempre, o quasi, in una posizione precaria. Se l’economia italiana mantenesse ancora per qualche anno un tasso di crescita vicino allo zero e le barriere per i giovani restassero alte, un gran numero di ragazzi potrebbero trovarsi ad assumere il loro primo vero impiego ben oltre i trent’anni di età. Questi ragazzi subiranno gli effetti di lungo periodo che li manterranno in una condizione di arretratezza professionale, economica e sociale. Ora, possiamo chiederci cosa farebbe una nazione se per ipotesi una grande porzione della propria forza lavoro non fosse adatta all’attuale modello economico. Ecco, abbiamo tanti esempi e tanti gradi di emarginazione di intere classi sociali, i giovani italiani disoccupati di oggi hanno davanti a loro questa eventualità.

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