Economia

La specie morale come storico epilogo della “catastrofe” ed attuale ispirazione dell’arte.

di Francesco Zappia

Il primo a teorizzare sulla “Teoria delle catastrofi”  fu il matematico e filosofo francese René Thom, muovendosi nel difficile campo della morfogenesi e passando attraverso l’analisi dei c.d. sistemi dinamici  nati, soprattutto nel campo della fisica matematica ed in quello della teoria dei sistemi, con lo scopo di darsi uno strumento (un modello matematico) utile appunto a “modellare”, descrivere l’evoluzione nel tempo di ogni tipo di sistema, fisico, biologico e non.

Sostanzialmente lo studio dei mutamenti discontinui che connotano una realtà esistente avente una “forma presente” e, conseguentemente all’evoluzione, una successiva “forma futura”.

Il termine “catastrofe”  non aderisce necessariamente al senso comune distruttivo e degradante attribuito ad un mutamento, ma descrive un cambiamento in sé che può intervenire nel tempo modificando tanto, ad esempio, un piano fisico quanto un sistema che per natura è dinamico e sensibile a possibili variazioni. Ed è soprattutto interessante notare come tale teoria sia applicabile non solo nei campi cui essa sembrerebbe essere per definizione indirizzata (quello dello studio dei mutamenti biologici, geologici), ma risponde anche all’esigenza di comprendere le modalità di gestione di un cambiamento come può essere quello del sistema economico-sociale la cui crisi, ad esempio, può essere la necessaria premessa al cambiamento stesso.

In tali termini lo studio della “forma della società” ci proietta alla necessità di considerane l’evoluzione storica: dal principio, ovverosia sin dall’analisi dello stato anarchico-naturale degli individui, tra loro frammentati, fino al lungo e complesso approdo in una fase che culmina nella nascita dell’umanità, soggetto connotato dalla maturata coscienza dell’umanità stessa identificata, secondo tale chiave di lettura, in una vera e propria “specie morale”.

Siamo in presenza di due fasi che si distinguono chiaramente quando Immanuel Kant esamina il termine natura  (presente nei suoi scritti giuridici e politici) a proposito dello studio della nascita della storia a sua volta, appunto, segnata da un passaggio complesso: da una fase in cui l’uomo incarna un atteggiamento egoistico nel suo nudo e crudo stato naturale (privo di leggi, coscienza e razionalità, ma colmo di barbarie e violenza), verso una fase profondamente diversa, ma non slegata dalla prima, in cui intervengono la coscienza e la razionalità (produttrici di diritto e giustizia).

Palesandosi una forte distanza tra lo stato delle preesistenti necessità di conquista di scopi individuali e il riconoscimento di un sistema volto a finalità generali.

In termini di catastrofe la storia va considerata alla stregua di un processo evolutivo  in cui l’incalzare della ragione e della razionalità (unitamente al fondante elemento della politica che provvede a proteggere l’umanità come specie morale dalle precedenti connotazioni “barbariche”) interviene su una “struttura esistente”  qualificando la storia quale contesto temporale di un succedersi di fasi che incarnano il progresso.

La soggettività non lascia spazio ad equivoci interpretativi nell’analisi dell’importanza che hanno ricoperto gli individui durante le fasi della modificazione e del progresso storico della società,  anzi la soggettività (ovviamente non più quella del singolo individuo,  ma quella del genere umano) conferisce una nuova connotazione al termine natura  vista ora come una nuova logica da cui deriva il riconoscimento della specie come totalità capace di provvedere ad un’azione morale collettiva.

Come accade ripercorrendo il pensiero di molti teorici e filosofi che si son succeduti nella storia, leggendo le opere di Immanuel Kant è facile reperire spunti di gran valore, al di là delle fattibili critiche e contrapposizioni ideologiche, per ricostruire il senso dell’evoluzione sociale che passa attraverso le sue necessarie modificazioni, il tutto a vantaggio della “costruzione” di un processo complesso quale può essere quello che a posteriori  viene definito storia.

In questo lasso temporale il fenomeno catastrofico (il processo storico-sociale, la dinamica evolutiva o involutiva dei comportamenti umani) consente di individuare i punti di discontinuità di una struttura esistente che diviene nuova struttura  in cui la logica collettiva ha lasciato alle spalle quella egoistica ed individualista.

Il richiamo all’aggiustamento, dalla storia ai giorni nostri, della struttura sociale verso un equilibrio concettualmente ed umanamente più sostenibile rievoca il senso smithiano dell’orchestra che dirige verso l’auspicabile sostituzione delle passioni asociali (tipiche di un individuo infangato dal suo stato esistenziale privo di leggi, egoista e profondamente unico come quello teorizzato da Max Stirner) con le più melodiche, quelle profondamente sociali,  adeguate fondamenta della società post catastrofe in cui costante è il richiamo ai valori di moralità e solidarietà.

La coscienza e la razionalità sono sempre state nel tempo vettori di passioni sociali che hanno diviso in due il processo storico di sviluppo sociale, ma tali vettori riescono ad ispirare ancora oggi l’uomo nelle sue più disparate espressioni, non ultima quella artistica che testimonia come gli individui che partecipano al processo di prosecuzione della società odierna mantengono la volontà di proteggere il senso collettivo spesso minacciato dalla modernità che sempre più assume il carattere dell’involuzione.

Così, ad esempio, Vadim Zakharov (esponente dei concettualisti moscoviti), ha recentemente messo in scena al padiglione russo, allestito presso i Giardini in occasione della 55ma edizione della Biennale d’arte a Venezia, un’installazione in cinque atti in cui ha materializzato il mito greco di Danaë (coniando delle monete che richiamano valori quali trust, unity, freedom e love) con lo scopo di spingere alla confessione degli errori umani quali maleducazione, lussuria, avidità, narcisismo, demagogia, banalità, invidia, ingordigia e stupidità.

Un’ulteriore particolarità di gran valore evocativo: un inginocchiatoio circolare di velluto rosso, su cui l’artista invita ad inginocchiarsi, spinge certamente ad una riflessione: gli uomini sono costretti a un atto di umiltà. Aggiungerei, quantomeno per preservare la tenuta di quel  confine kantiano, che distingue la fase storica dell’individuo da quella successiva della specie morale, intramontabile fonte di umana ispirazione (vdochnovenie).

 

 

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