Economia

La Valutazione del Rischio nella Strategia OCSE

(di Alessio Rombolotti)

L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) nel luglio del 2013 pubblicò un documento denominato BEPS (Base Erosion & Profit Shifting) in cui ha delineato la sua strategia per combattere l’erosione della base fiscale e il traferimento dei redditi[1]. Oggi l’Organizzazione deve adattare le proprie linee guida sul transfer pricing alla strategia BEPS, in questo articolo presento un estratto del mio intervento al Working Party N.6, il Gruppo di lavoro che ha il compito di riscrivere il Capitolo I delle Transfer Pricing Guidelines for Multinational Enterprises and Tax Administrations[2]. Il Gruppo di lavoro ha due punti di riferimento: il rispetto dell’arm’s length principle (ALP)[3] e l’allineamento fra allocazione del profitto e allocazione di assets, funzioni e rischi.

Il primo problema su cui sono intervenuto ha riguardato la difficoltà di capire l’entità del rischio. Bisogna premettere che per chi non conosce bene l’argomento il tema del rischio è un tema fumoso di per sé. Si tratta di eventi avversi che potrebbero accadere in futuro, un ambiente pieno di “se” e di “ma”. Quando esiste confusione ogni argomentazione è valida, i “se” e i “ma” possono cambiare posizione e quindi far cambiare i significati. Come nelle altre discipline anche nel transfer pricing la nozione di rischio esce dall’ambiguità quando il rischio è quantificato con una misura della sua entità. Inoltre il rischio è uno dei fattori da valutare per capire se due transazioni siano confrontabili oppure sia necessario rettificarle in qualche misura per poterle confrontare, quindi solo la quantificazione del rischio permette che tale fattore sia trattato come stabilito dalle Linee Guida.

Il secondo tema del mio intervento è stato il moral hazard, se e come utilizzarlo nella determinazione dell’allocazione dei rischi. Il moral hazard[4] e il conflitto d’interessi sono situazioni generalmente assenti dalle negoziazioni e dalle transazioni fra parti indipendenti ma non altrettanto assenti dalle transazioni intercompany. Un caso frequente è l’attribuzione di responsabilità e di rischi a soggetti del gruppo multinazionale che non hanno le capacità o le possibilità operative di gestirli, per esempio lasciare al dettagliante il rischio di merce invenduta quando la strategia di prezzo sia gestita da un altro soggetto. Il moral hazard, quando rilevato, indica un significativa possibilità che la transazione o la negoziazione non rispetti l’ALP e quindi è necessario una verifica attenta della transazione. È questo, a mio parere, un utilizzo pratico del moral hazard e del conflitto d’interesse, come indicatori della possibilità di violazioni dell’ALP.

Il terzo argomento è relativo al rapporto fra rischio e rendimento. È possibile utilizzare questo indicatore nel transfer pricing e quali sono i suoi limiti ? iniziamo a dire che il rapporto rischo/rendimento può essere espresso da indicatori grezzi e semplici da usare così come da funzioni più sofisticate ma complicate da costruire. Il punto critico, il limite di un tale indicatore, è da mettere in relazione con la tested party[5]. Il punto è che un investimento molto rischioso potrebbe dimunire il rischio totale a cui è esposto un investitore con gli investimenti in portafoglio attualmente e un investimento poco rischioso potrebbe aumentare il rischio totale. Quindi è possibile che un investimento molto rischioso di per sé sia pagato molto perché il rischio effettivo contribuito è basso e viceversa un investimento poco rischioso abbia un prezzo basso in quanto il rischio contribuito è elevato. Come si spiega questa possibilità ? Il rischio contribuito da un qualsiasi investimento è indipendente dal rischio dello stesso investimento come entità isolata, ma dipende dalla correlazione con gli investimenti già in portafoglio. Per esempio un investimento molto rischioso ma correlato negativamente (il suo valore sale quando scendono i valori degli altri investimenti) al portafoglio esistente abbasserà il rischio complessivo dell’investitore. Quindi lo stesso investimento può avere prezzi molto diversi in funzione della sua correlazione col portafoglio dell’acquirente ed entrambi i prezzi rispetterebbero l’ALP.

L’ultimo punto è di particolare interesse perché è un esempio reale di come un indicatore utilizzato come misura dell’aderenza all’ALP[6] possa assumere due o più valori, molto diversi fra loro, tutti definibili “normali”[7], una possibilità non contemplata dalle attuali regolamentazioni.

Note

[1] Vedi economiaediritto.com 1 ottobre 2014 sezione Risk Management, Arbitraggio Fiscale: La Stategia OCSE.

[2] http://www.oecd.org/tax/transfer-pricing/transfer-pricing-guidelines.htm.

[3] Il principio secono il quale le trasazioni fra società dello stesso gruppo devono avere le caratteristiche di quelle fra soggetti indipendenti.

[4] Nel transfer pricing Il moral hazard è la possibilità di effettuare transazioni non accettabili sotto l’arm’s length principle a causa della mancanza di sanzioni o punizioni previste per il violatore.

[5] Nel transfer pricing la tested party è il soggetto sotto esame.

[6] Nel transfer pricing questi indicatori si chiamano profit level indicators (PLI).

[7] In breve il valore “normale” è il prezzo di mercato.

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