Economia

L’acqua, bene comune

(di Nicola Sguera)

Il pensiero occidentale si origina dall’acqua. Aristotele, il primo “storico” della filosofia, scrive di Talete, nato a Mileto, una colonia ionica sulle coste dell’Asia minore, e vissuto fra il VII e il VI secolo a.C.: «La maggior parte dei primi filosofi ritennero che i soli principi di tutte le cose fossero di specie materiale, perché ciò da cui tutte le cose hanno l’essere, da cui derivano e in cui si risolvono, questo è da loro chiamato elemento, principio delle cose e perciò ritengono che nulla si produca e nulla si distrugga, perché una siffatta sostanza si conserva sempre […] Talete, il fondatore di tale forma di filosofia, dice che è l’acqua – e per questo sosteneva che anche la terra sta sull’acqua: forse prese quest’ipotesi osservando che l’alimento di ogni cosa è umido, lo stesso calore deriva dall’umidità e di essa vive e ciò da cui le cose derivano è appunto il loro principio. È dunque di qui che egli trasse la sua ipotesi e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida». Questo passo, contenuto nel I libro della Metafisica, è di capitale importanza. Testimonia il passaggio rivoluzionario da una visione del mondo “mitica” e “poetica” ad una che, con una forzatura, potremmo definire “scientifica”. Aristotele, infatti, utilizza una parola-chiave, a proposito di Talete e del suo metodo: “osservando”, e poi: “ipotesi”. Probabilmente, se oggi ci troviamo qui, in questo luogo eretto dalla tecnica umana, lo dobbiamo all’intuizione folgorante di un greco dell’emigrazione di circa 2600 anni fa. Di lì è partito tutto. Dunque, dall’acqua. In quel momento è nato il conflitto, spesso amoroso, fra due forme di sapere: uno fondato sull’osservazione, sulle ipotesi, sull’esperimento, destinato a raffinarsi sempre di più, fino ad essere codificato nel XVII secolo da Galilei, Cartesio e Bacone, l’altro, invece, intuitivo e simbolico.

  1. Ivan Illich discute a Dallas del valore simbolico dell’acqua in una conferenza (H2o e le acque dell’oblio) poi confluita in Nello specchio del passato. Il metodo è quello consueto del grande pensatore cosmopolita, ancora outsider nella ricostruzione scolastica e accademica della filosofia del XX secolo e, dunque, rigorosamente fuori dal canone: guardare il presente e le sue “strutture” attraverso lo sguardo “straniante” del passato (classico o medievale).

«Vogliamo riflettere sul rapporto fra l’Acqua e i Sogni, in quanto tale legame è una componente di ciò che ‘fa funzionare una città’. Da sempre i sogni danno forma alle città; le città hanno sempre ispirato sogni; e tradizionalmente l’acqua ha fecondato entrambi. Ma io nutro seri dubbi che disponiamo ancora dell’acqua capace di legare le due cose. La società industriale ha trasformato H2O in una sostanza non miscibile con l’elemento archetipico dell’acqua».

La società industriale ha trasformato H2O in una sostanza non miscibile con l’elemento archetipico dell’acqua.

L’acqua è un elemento archetipico. È consustanziale, potremmo dire, all’essere umano, è parte integrante del suo bagaglio fisico, sensoriale, simbolico, culturale sin da quando nasce, quasi prima di farne esperienza. Ma la società industriale ha creato H20, una sostanza che pare non avere nulla a che fare con l’elemento archetipico dell’acqua.

Illich si concentra sul potere “lustrale” dell’acqua. Noi italiani pensiamo immediatamente alla grandiosa scena finale de I promessi sposi, con la pioggia purificatrice.

«L’aspersione con acqua santa (“lustrale”) dissolve i miasmi, libera dalle maledizioni, elimina l’inquinamento di certi luoghi e, versata sulle mani, sulla testa o sui piedi, lava via impurità, sangue e colpe. Ma c’è un’altra catarsi, che appartiene esclusivamente alle oscure acque del Lete.

Quelle acque separano coloro che le attraversano dai ricordi e permettono loro di dimenticare».

Anche in questo caso noi italiani siamo fortunati, perché il padre della nostra letteratura, Dante Alighieri, immagina che quell’acqua consenta di cancellare, nel Purgatorio, il ricordo del peccato. Ne avevano parlato Platone e Virgilio, ne canteranno ancora Goethe e Baudelaire.

Ma Illich, come sempre, usa la lo specchio del passato per capirei il presente, e si chiede se «i sogni di innocenza della città, i sogni di ‘abbandono e oblio’, possono essere innaffiati dal liquido che passa attraverso i rubinetti, le docce e i gabinetti. Acque di fogna depurate possono ‘circolare’ in fontane o laghi capaci di rispecchiare i sogni?».

La differenza radicale fra le acque del Lete e H2o è che le prime “scorrono”, le seconde “circolano”, come il sangue, come il denaro, come le macchine. Insomma, la modernità crea una cesura anche simbolica difficilmente sanabile.

Nel XVIII si affermò la teoria di Harvey sulla circolazione del sangue, coerente con il modello mercantilista di ricchezza come circolazione dei beni quasi coevo. Gli urbanisti iniziarono a descrivere le città con lo stesso paradigma. Essi concepirono la città come un corpo sociale attraverso cui l’acqua deve incessantemente circolare, asportandone continuamente la sporcizia. Se l’acqua cessa di fluire e di essere portata via dalle fogne, la nuova città creata dall’immaginazione non può che stagnare e marcire. «Fu inventata la città come luogo che ha bisogno di essere costantemente liberato dai propri rifiuti». Come il corpo umano e l’economia, anche la città potrà d’ora innanzi essere visualizzata come un sistema di tubature.

L’acqua entra nelle nostre città come merce e ne esce come rifiuto. Nei miti originari della civiltà occidentale, invece, essa era un “confine”: separava questo mondo dall’altro mondo (funzione che conserva, di fatto, in Dante). «Nel loro pellegrinaggio verso l’aldilà, i defunti greci, indiani, nordici e celti attraversano tutti lo stesso paesaggio funebre, caratterizzato dalla stessa idrologia mitica. Le lente acque che il viaggiatore varca sono quelle del fiume dell’oblio». Il fiume dell’oblio libera il defunto dal carico dei ricordo, ma restituisce ai vivi le sue gesta memorabili: per il cantore, per il sognatore, per il veggente, per il saggio. «Ciò che il fiume Lete lava via dai piedi dei morti viene restituito alla vita dalla pulsante sorgente di Mnemosine».

Questa straordinaria simbologia già si smarrisce nella Grecia più recente e a Roma, dove le città sono costruite intorno ad acquedotti che versano l’acqua in fontane.

«Dalla sorgente al getto d’acqua, dalla fonte della memoria alla fontana scolpita, dal canto epico al ricordo fondato su riferimenti letterari, l’acqua come metafora sociale subisce una prima profonda trasformazione».

Con la modernità si è affermata l’idea che l’acqua convogliata all’interno della città dovesse uscirne tramite un sistema di fognature.

La concezione della città come luogo che dev’essere costantemente lavato e deodorato ha origine in un momento storico ben definito: essa fa la sua comparsa agli inizi dell’Illuminismo.

Durante tutta la prima metà del XX secolo la priorità è stata data alla sterilizzazione dell’acqua potabile. I cittadini esigevano soprattutto che dai rubinetti scendesse acqua potabile ‘batteriologicamente pura’.

«Nella civiltà industriale il tentativo di lavar via i cattivi odori della città è palesemente fallito. Le nostre città sono divenute luoghi di un fetore industriale senza precedenti. E noi siamo diventati tanto insensibili a questo inquinamento quanto gli abitanti di Parigi all’inizio del diciottesimo secolo lo erano all’odore dei loro cadaveri e dei loro escrementi».

Alla fine di queste densissime pagine, si comprende come i sistemi idrici delle città, nella storia della cultura occidentale, hanno un inizio e potrebbero perciò avere una fine. Essi nascono con l’addomesticamento artistico delle fonti di Roma, rispetto alla portata simbolica delle fonti delle popolazioni indoeuropee, per le quali l’acqua “apriva”, letteralmente, il mondo dei morti; e culminano nelle grandi pompe aspiranti che trasformano l’acqua in un fluido detergente e refrigerante.

La chiusa, apparentemente ellittica della riflessione di Illich, è che solo l’acqua come “common”, come bene comune, può ritessere l’aspetto archetipico e quello storico dei sogni.

«H2O non è acqua in questo senso. H2O è un liquido privato sia del suo senso cosmico sia del suo “genius loci”. Esso è opaco ai sogni. Gli acquedotti delle città hanno pervertito i “commons” dei sogni».

La battaglia per l’acqua come bene comune è uno dei grandi compiti che abbiamo alle spalle ma anche dinnanzi. Nello stesso tempo è necessario riannodare quel filo che forse Talete stesso, da cui siamo partiti, iniziò a lacerare, il filo che unisce poesia e pensiero, mhytos e logos, auspicando una nuova alleanza fra la tecnica e l’arte, in cui sia possibile sperimentare l’acqua nella sua duplice natura di H2O e di viatico al mondo dei morti e del sogno.

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