Economia

L’efficienza del mercato fra rischio e incertezza

(di Alessio Rombolotti)

L’Ipotesi dei Mercati Efficienti è sempre un caposaldo della teoria economica nonostante i paradossi e l’evidenza della realtà, secondo questa ipotesi siamo tutti esseri razionali e il Mercato si esprime con scelte razionali. Per l’Economia Comportamentale invece l’uomo non è un soggetto razionale e il Mercato soffre diverse distorsioni che si riflettono sulle proprie scelte. Ma possiamo sostenere che l’uomo sia completamente razionale o completamente irrazionale ?

Il costante risultato di un test sul nostro comportamento rispetto al rischio è il seguente: quando abbiamo davanti a noi diverse alternative di guadagno siamo portati a scegliere le opzioni con minor rischio e minor guadagno, ma quando ci si presentano delle opzioni di perdita, invece di essere coerenti siamo portati a scegliere le opzioni con maggior rischio. Questa è un’asimmetria reale, si chiama avversione al rischio, che contrasta con la teoria dei mercati efficienti e dell’utilità. Qual è la ragione di questo comportamento ? Stupidità ? In realtà c’è una spiegazione razionale e riguarda qualcosa insito profondamente dentro di noi.

Vediamo un altro test: avete davanti a voi un’urna con 50 palle rosse e 50 nere, dichiarate uno dei due colori ed estraete una palla, se è del colore dichiarato vincete 10,000 Euro. Poi vediamo un’altra urna, con 100 palle, rosse o nere, potrebbero essere tutte rosse, tutte nere o qualsiasi numero, ma sicuramente sono 100 e sicuramente sono rosse o nere. Dichiarate uno dei due colori ed estraete una palla, se è del colore dichiarato vincete 10,000 Euro. Quanto siete disposti a pagare per giocare con la prima urna ? Quanto siete disposti a pagare per giocare con la seconda urna ?

Immancabilmente, la maggior parte delle persone a cui viene posto il quesito sarà disposta a pagare molto di più per giocare con la prima urna, eppure la vincita attesa, o se volete la probabilità di vincita, è la stessa per entrambe le urne. Perché allora siamo disposti a pagare molto di più per giocare con la prima urna ? Quando fate questa domanda alle persone che hanno partecipato al test la risposta è molto semplice: “perché non sò quante palle rosse e quante palle nere sono contenute nell’urna”. Nel caso della prima urna abbiamo a che fare col “rischio” di non vincere, nel caso della seconda urna abbiamo a che fare con “l’incertezza” sull’entità del rischio. nei processi decisionali “rischio” e “incertezza” sono concetti diversi. Quando abbiamo incertezze sui rischi che affrontiamo siamo portati a ritirarci dal gioco, questo è il comportamento insito dentro noi stessi ed è un comportamento assolutamente intuitivo dal punto di vista evolutivo della specie. Questo comportamento spiega come mai assets che hanno un mercato, anche molto liquido, nel giro di pochi giorni diventano completamente illiquidi, il pubblico che non conosce i rischi ai quali tali assets sono esposti si ritira.

Quello che abbiamo chiamato “incertezza” è il rischio di un rischio, un meta-rischio, questo suggerisce l’esistenza di strati di rischio, per esempio sulla prima urna agisce il rischio di primo livello mentre sulla seconda urna agisce un rischio condizionato, un rischio di secondo livello e potremmo andare avanti.

L’economista Frank H. Knight[1] fu il primo ad indagare la differenza fra “rischio” e “incertezza” nei comportamenti economici. Secondo Knight esiste il rischio calcolabile e il rischio non calcolabile, come dire un rischio per il quale sia possibile comprare una polizza assicurativa e un rischio per il quale non troverete nessuno disposto ad assicurarvi. Knigth cercava di giustificare la creazione di grandi ricchezze ma non riusciva a offrire una risposta appropriata secondo la teaoria economica. Ragionando sulle diverse tipologie di rischio propose una possibile spiegazione: noi non siamo remunerati con grandi somme di denaro per assumerci un rischio quantificabile, per esempio con poche domande siamo in grado di prevedere quando morirà una persona con una precisione decisamente inquietante, ma piuttosto le grandi ricchezze sono la remunerazione per chi si assume un rischio non quantificabile, un rischio di livello superiore.

Quando sottoposte a specifici test, le persone, anche quelle che conoscono il calcolo probabilistico, mostrano un comportamento di questo tipo: assegnano una probabilità del 50% all’accadimento di un particolare evento e una probabilità del 75% al non-accadimento dello stesso evento[2]. Il punto è che le nostre facoltà cognitive non sono immediatamente adatte a gestire le probabilità e questo rende possibile la formazione di situazioni di arbitraggio[3] (vi sono numerosi esempi reali nei titoli a reddito fisso). Per fortuna impariamo dagli errori e dopo alcune esperienze negative siamo portati a cambiare le nostre credenze probabilistiche, assegnando le probabilità in modo tale che la loro somma sia 1, e le condizioni che avevano reso possibile un arbitraggio cesseranno di esistere. Per quanto irrazionale l’uomo riesce quindi a porre un limite alla propria irrazionalità[4], in altre parole il mercato è capace di essere razionale. La domanda che sorge naturale è quanto sia grande la capacità del mercato di diventare razionale, di correggere ed eliminare le condizioni che rendono possibile il profitto senza l’assunzione di rischio, naturalmente alle spese di qualcuno che si assume inconsapevolmente una perdita certa, a giudicare dalla coda della crisi del 2008 tale capacità non è così grande ed è il caso di ricordare le parole di Keynes: “il mercato può restare irrazionale molto più a lungo di quanto noi possiamo rimanere solvibili”.

Note

[1] Frank H. Knight, Risk Uncertainty and Profit, 1964.

[2] Questo test viene condotto in una stanza semi-buia in cui si pongono una serie di domande le cui risposte implicano l’assegnazione di una probabilità all’accadimento e al non-accadimento di un evento.

[3] Un arbitraggio è un reddito guadagnabile senza rischio.

[4] Vedi Andrew W. Lo, The Adaptive Market Hypothesis, 2004.

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