Economia

Media, pubblico e consapevolezza del messaggio

(di Marino D’Amore, Alfredo De Filippo, Leandro Abeille, Andrea Carta, Alessandro Bozzi)

La comunicazione caratterizza fortemente la nostra quotidianità, il ritmo delle nostre vite, la nostra conoscenza del mondo, azzerando tempi e distanze. Un processo continuo, progressivo che, soprattutto oggi, vede i destinatari del messaggio mediatico assurgere ad un nuovo ruolo più consapevole e attivo: quello dei prosumer, attori mediali che personalizzano l’informazione che ricevono e creano contenuti mediatici propri attraverso aggregatori di contenuti ( Youtube, Blip, Brightcove) e social network (Facebook, Twitter, ecc.).

Un tale scenario vede la leadership dei vecchi broadcaster generalisti minacciata dalla comparsa improvvisa e dalla proposta innovativa dei nuovi operatori, figlia di contingenze tecnologico-evolutive tanto imprevedibili quanto inarrestabili nel loro imporsi nel panorama mediatico. Tuttavia, almeno per il momento, i primi continuano ad esercitare un’egemonia mediatica, da un punto di vista giornalistico-informativo, soprattutto nei confronti di uno specifico target di pubblico, quello più anziano, numericamente cospicuo legato al mondo televisivo analogico e ancora poco alfabetizzato a quello digitale.

In una sorta di divisione socio-mediatica tra apocalittici e integrati (Eco 1964), questa tipologia di audience si colloca tra i primi, tra coloro che, nonostante le innovazioni sopracitate continuano a intrattenere con la comunicazione e l’informazione, sia televisiva sia giornalistica, un rapporto passivo, meramente spettatoriale, connotato da istanze voyeuristiche che, con le dovute eccezioni, finalizzano il consumo al puro gossip, alla chiacchiera da bar, allo stereotipo sociale secondo dinamiche connotate da un provincialismo anacronisticamente obsoleto.

Il palesarsi di una tale tendenza ricettiva acritica e superficiale del messaggio mediatico invece di ricevere una censura da parte delle emittenti del medesimo, catalizza un cambiamento sostanziale in questo senso della loro agenda mediatica e dei criteri di notiziabilità con cui selezionare gli avvenimenti da sottoporre al pubblico. Secondo precise e opportune operazioni di marketing gli operatori generalisti tentano in questo modo di tamponare quell’emorragia di pubblico in atto da diverso tempo, migrante verso altri lidi mediatico-comunicativi personalizzati sia a livello contenustico sia a livello temporale, perché ognuno vede quello che vuole quando vuole. Gli ultimi baluardi di una vetero-comunicazione, soprattutto in ambito televisivo, tentano in questo modo di rinnovarsi, di ritagliarsi un’isola felice metabolizzando, almeno apparentemente, la perdita di un’egemonia fino a poco tempo fa incontrastata e lo fanno facendo appello però ad istanze spettatoriali interne legate ad un passato non troppo remoto, racchiuse in un convivio di comari di provincia fatto di giudizi stereotipati e discrezionali, proprio come avveniva e talvolta avviene ancora oggi in alcuni paesi della nostra penisola quando nel cortile di un’abitazione si parla di un tradimento tra coniugi, di un tracollo finanziario di qualche sfortunato o degli abiti succinti di qualche ragazza troppo allegra. Per quanto l’analisi possa apparire semplicistica, il meccanismo che si pone alla base di questo tipo di comunicazione è questo, segue le medesime dinamiche, gli stessi rivoli per sfociare nel flusso mediatico generalista che si pone quotidianamente davanti ai nostri occhi, un flusso come vedremo eticamente condannabile, ma redditizio, alla luce del nuovo panorama formatosi, sia da un punto di vista economico sia da quello, parlando di pubblico, numerico.

Tale tendenza si palesa attraverso varie evidenze che, a loro volta si sostanziano sul versante televisivo nei reality e su quello puramente giornalistico nella vendita sempre costante di giornali di gossip che passano con disinvoltura dal parlare del passato torbido e del nuovo amore di una velina all’intervista con il testimone o il parente dell’autore di un efferato delitto. In questo modo non solo si fa cattiva comunicazione, finalizzata non all’informazione ma al mero rendiconto personale, ma si volgarizza inevitabilmente la decodifica del pubblico, depauperandolo degli strumenti necessari ad una consapevole e critica comprensione del messaggio ricevuto. Ciò che appare palese anche agli osservatori privi di rudimenti cognitivi sociologici, dotati unicamente di buon senso, frutto di mere contingenze esperienziali, è il modo in cui quelle che dovrebbero essere inchieste di cronaca subiscono un tacito processo evolutivo che le modifica sia nella loro morfologia esteriore sia nella sua essenza, in puro e semplice intrattenimento contestualizzato in un semplicistico ambito semantico del gossip fine a se stesso. Così si mistifica quello che è il vero scopo della comunicazione, una comunicazione che viene delegittimata e spogliata di due delle componenti del credo reithiano: educare, informare, intrattenere, postulato che costituisce la finalità prima del servizio pubblico televisivo generalmente inteso, ma che si rende estendibile alla missione comunicativa tout court di cui i media hanno inderogabile responsabilità. Il disattendere in modo tanto evidente le finalità precipue del messaggio comunicativo comporta una distorsione denotativa e connotativa dello stesso, ma soprattutto una recrudescenza di codifiche e decodifiche aberranti, parafrasando Eco e il suo modello semiotico – informazionale (Eco, Fabbri 1965): una distorsione non del messaggio in quanto tale ma della realtà raccontata. Infatti vi è una perfetta corrispondenza fra le intenzioni comunicative dell’emittente e ciò che comprende il destinatario, ma una parziale o totale distorsione del contenuto di quello che viene raccontato e quindi interpretato conducendo quindi ad una proporzionale mistificazione semantica del fatto. Tale considerazione evidenzia, qualora ce ne fosse bisogno, che la comunicazione rappresenta un potere, come ha evidenziato Orson Welles in “Quarto Potere”, un potere, appunto, che cresce parallelamente rispetto all’evoluzione della tecnologia che lo caratterizza, racchiuso, almeno fino a poco tempo fa, nelle mani dei detentori di tale tecnologia, strutturati in una sorta di classe dirigente mediatica. Ora tale scenario sembra cambiare, destinato all’obsolescenza per abbracciare un futuro di condivisione e democratizzazione.

Come detto ogni grande potere comporta grandi responsabilità e quello mediatico soprattutto se elargito dall’alto, secondo dinamiche top/down, viene accolto dalle audience in modo fideistico e acritico.

Qualsiasi inferenza o generalizzazione in questo senso risulta fuorviante e inattendibile, tuttavia per aver meglio chiaro il quadro appena descritto occorre considerare 2 aspetti:

  • A dispetto di audience alfabetizzate al linguaggio e ai codici mediatici e quindi in possesso di strumenti di decodifica più o meno efficaci, ve ne sono altre che per contingenze culturali non posseggono tali strumenti e che quindi sono maggiormente influenzabili da ogni tipo di messaggio, non essendo in grado di valutarlo criticamente;
  • Anche le audience alfabetizzate se sottoposte ad un tipo di comunicazione che cela alcuni aspetti denotativo-connotativi del messaggio per evidenziarne altri, saranno evidentemente influenzate a privilegiare questi ultimi nella comprensione del messaggio costruendo una valutazione del suo contenuto se non faziosa quantomeno parziale.

Un esempio chiarirà quanto appena esposto: pensiamo alla propaganda di regime del ventennio fascista. I filmati di guerra dell’Istituto Luce tentavano con successo di celare, nel loro racconto dei fatti, le sconfitte sul campo relegandole allo stato di meri intoppi temporanei di un cammino glorioso costellato di vittorie. In questo modo una popolazione poco acculturata, fiaccata dal dolore e dai sacrifici della guerra si aggrappava, per andare avanti, alla fiducia in un futuro migliore, una fiducia velleitaria alimentata da false notizie. Tutto questo sottolinea il caratterizzarsi ineluttabile del fenomeno comunicativo come vero e proprio potere, o quanto meno come una declinazione di quello istituzionale, come testimoniato dai regimi totalitari della prima metà del XX secolo, che utilizzarono media giovani, come il cinema, o appena nati come la radio per costruire e, in seguito, rafforzare il consenso delle masse. Tutto ciò avvenne pianificando strategie comunicative gonfie di retorica, finalizzate allo scopo e gestendo il flusso comunicativo ufficiale grazie addirittura a dei ministeri creati ad hoc: Quello della propaganda in Germania e quello della cultura popolare (minculpop) in Italia.

Ora lo scenario è inevitabilmente cambiato, a causa di contingenze storico-culturali e di una maggiore consapevolezza del pubblico come attore attivo nel processo comunicativo, tuttavia la comunicazione continua a rappresentare un potere che ancora oggi, a volte, se strumentalizzato, riesce a creare una realtà alternativa, quasi mai migliore ma sempre fittizia.

Le attuali possibilità comunicative a nostra disposizione sono suscettibili di un impetuosa e imprevedibile evoluzione, caratteristica che costituisce la loro essenza, la loro cifra tecnico-strutturale: ad una improvvisa imposizione nelle scenario comunicativo corrisponde un’altrettanto rapida obsolescenza, secondo dinamiche che seguono percorsi diversi e che riducono progressivamente il lasso di tempo che intercorre tra le due fasi. Oggi la figura spettatoriale è mutata: l’attore passivo e inconsapevole che, fino a qualche lustro fa, guardava tv, ascoltava radio o leggeva giornali accettava i contenuti che consumava in una sorta di religiosa rassegnazione, senza mai metterli in discussione sta scomparendo. Tale tipologia di spettatore si nutriva di essi incondizionatamente, come se provenissero da una divinità mediatico-pagana che elargiva il suo verbo ai suoi adepti, legittimato dal valore e dalla credibilità intrinseca della sua fonte. Il senso di questa modus consumandi si racchiudeva sinteticamente, ma al tempo stesso in modo esaustivo, in un espressione che abbiamo sentito tante volte dai nostri genitori o dai nostri nonni: lo ha detto la televisione! Ora non è più così, o quanto meno il sistema mediatico sta mutando rapidamente e con esso i suoi interpreti. La spettatorialità sta abbandonando quella passività che l’ha connotata trasversalmente per abbracciare una nuova stagione che la vede attiva nel concepire e nel comprendere i propri consumi come mai in passato, all’interno di una consapevolezza che è culturale e sociale e che è racchiusa nella figura dei già citati prosumer: crasi comunicativa tra le figure dei produttori e dei consumatori dei contenuti. Ovviamente una tale investitura presuppone una maggiore alfabetizzazione al panorama mediatico, anche in quello giornalistico sia esso televisivo o meramente cartaceo, frutto di istanze autodidattiche o di corsi di studio di stampo accademico dedicati. Una tale gamma di nuove possibilità comunicative implica, tuttavia, anche nuove responsabilità nei modi e nei contenuti in cui si declinano, responsabilità che costituiscono un denominatore comune per i vecchi e i nuovi operatori del settore, contestualizzata in una sorta di deontologia sia formalizzata in regole precise sia caratterizzata da mere esigenze di buon senso, finalizzate a garantire una comunicazione puntuale, informativa, attendibile, e che risponda positivamente ai criteri di veridicità senza offendere la sensibilità degli utenti. Tale impianto regolatore non sempre viene rispettato e quando viene disatteso da luogo ad aberrazioni comunicative esecrabili e degne di censura da un punto di vista etico-morale. Il riferimento è diretto verso tutte quelle forme d’informazione che antepongono il guadagno, il lucro, e la conquista di un vasto bacino d’utenza alla missione principale per cui sono concepite: rendere edotto su un determinato argomento il destinatario del messaggio. Occorre fare un distinguo. Le generazione mediatiche maggiormente alfabetizzate a questo tipo di comunicazione sono quelle più giovani e in possesso di una proporzionale coscienza critica in grado di discriminare varie tipologie d’informazione e discernere il loro grado di veridicità. Quelle invece che sono più permeabili all’influenza dell’emittente e del messaggio che intende veicolare sono quelle più anziane, gli apocalittici (Eco,1964), infatti un deficit culturale del genere comporta una minore disponibilità di codici per interpretare il messaggio stesso e una conseguente maggiore fiducia, nella sedicente autorevolezza della fonte, che a sua volta investe molto e in modo consapevole, specie in alcuni tipi di giornalismo televisivo, su tale deficit.

Tale è la potenza dello strumento comunicativo (McLuhan 1967), una potenza declinabile in maniera benigna, secondo istanze deontologiche, o consapevolmente malevola e sensibilmente decurtata di fondamenti di veridicità. Quest’ultima risulta più vicina a quella sorta di proto-comunicazione mediatica messa in atto dai regimi totalitari del secolo scorso finalizzata alla creazione e alla stabilizzazione di un roccioso consenso popolare, vera base della loro sopravvivenza dopo l’ascesa al potere. Una giornalismo che non è libero ma diventa di regime e che come tale deve evidenziare solo gli accadimenti che contribuiscono all’apologia del regime stesso, celando io suoi insiti elementi di debolezza. Tutto deve essere finalizzato al radicamento e all’esponenziale crescita di quel potere non ottenuto democraticamente e come tale mantenuto: le notizie non devono essere vere ma funzionali a tale scopo. L’informazione, e con essa la comunicazione tout court devono essere libere oltreché conformi al reale e soprattutto coscienti dell’immenso potere che possono esercitare in diversi contesti e nei confronti dei diversi pubblici. Tale potere dovrebbe essere utilizzato responsabilmente per munire le audiences di tutti gli strumenti e i codici necessari a comprendere un determinato messaggio, in modo, secondo le più disparate contingenze, quasi pedagogico, affrontando il futuro mediale con uno sguardo al passato, tentando un rinnovamento anche culturale basato sull’abbattimento di qualsiasi barriera che si opponga ad un proficuo scambio dialogico e ad un’interpretazione critica del messaggio, evitando che l’invasività dei media e la loro malcelata persuasione operata in alcuni casi sugli utenti, di influenzare quest’ultima. La comunicazione, oggi più che mai, rappresenta un’arma molto potente nelle mani di chi può gestirla, un’arma che anche quando sembra essere giunta al suo massimo compimento, strutturale e semantico, ha ancora, insite in sé, una miriade di potenzialità pronte ad esplodere e ad imporsi in qualsiasi momento, secondo contingenze evolutive imprevedibili, fagocitando vecchie tecnologie e contenuti, relegate all’obsolescenza in breve tempo, aprendosi continuamente e con trepidante rapidità al futuro.

In virtù di queste sue immense potenzialità deve essere utilizzata con cognizione, responsabilità e buon senso, rispettando le sue finalità precipue: informare il pubblico in modo esaustivo, dettagliato, non fazioso, nel rispetto dei canoni di deontologia e correttezza generalmente intesi

 Riferimenti bibliografici

  1. Colombo, La digitalizzazione dei media, Carocci, Roma 2007.
  2. Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano 1964.
  3. Gilder, La vita della televisione. Il grande fratello farà la fine dei dinosauri, Castelvecchi, Roma 1995.
  4. Grasso e M. Scaglioni, Che cos’è la televisione. Il piccolo schermo fra cultura e società: i generi, l’industria ,il pubblico, Garzanti, Milano 2003.
  5. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 1967.
  6. Morcellini a cura di, Il Mediaevo, Carocci, Roma 2000.
  7. Morcellini, La tv fa bene ai bambini, Meltemi, Roma 1999.
  8. R. Popper, Cattiva maestra televisione, Reset, Milano 1994.
  9. Sorice, Lo specchio magico. Linguaggi, formati, generi, pubblici della televisione italiana, Editori Riuniti, Milano 2002.

 

 

 

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