Economia

Oltre l’Economia

(di Pietro Pavone)

L’economia è fatta di numeri.

Quotidianamente ci vengono proposti dati, calcoli, statistiche.

Non c’è economista o politico che si sottragga alla tentazione di misurazione a tutti i costi dei fenomeni.

Eppure dietro i numeri si celano molte volte uomini, con le loro vite e i loro destini.

In un tempo in cui tutti si armano di calcolatrice, si avverte l’esigenza di un ritorno al pensiero.

Si tratta di dare risalto alla parte più intima dell’economia e del diritto: quella componente filosofica che ne rende il volto umano – dunque – più vicino a noi.

Ben venga allora “L’Umanista”, quale Rubrica che si fa carico di questa responsabilità.

Il punto di partenza del ragionamento nasce da una constatazione: viviamo in un contesto sociale, culturale ed economico che non ci siamo scelti e che ci possiede.

L’economia e le norme giuridiche che regolano il presente sono vissute passivamente, come calate improvvisamente dal cielo.

La logica della “razionalità del mercato”, alla quale siamo sottomessi e che quotidianamente ci divora, si atteggia a vera e propria filosofia della natura.

Esisterebbe, così, un tasso naturale di disoccupazione espressione di processi capitalistici parimenti intesi quali fenomeni “naturali”: è il cosiddetto pensiero unico dominante, in grado di trasformare una contingenza storica in un processo naturale.

Per questo è urgente – oggi più che mai – ricollocare l’approccio filosofico al centro dell’analisi economica, liberando il pensiero critico – razionale sempre più soffocato dalla forza dirompente della “filosofia della natura”.

Osserva acutamente l’economista Emiliano Brancaccio che “…i giovani sono sedotti da un’istanza di ribellione di tipo reazionario…”, nel senso che mancherebbe, in sostanza, un vero progetto politico in grado di risalire alle cause dell’attuale crisi.

Altrettanto netta la posizione del filosofo Diego Fusaro: “…o ci si adatta silenziosamente, come ingranaggi di quel mondo (appunto, calcolando e non pensando), oppure si opta per la via della ricerca radicale…”.

E già Gramsci, in tempi non sospetti, parlava di “spirito di scissione” come mezzo indispensabile per smontare il “fronte unico” allora corrente.

Volendo riprendere il concetto smithiano, già affrontato in precedenti Numeri della presente Rubrica, secondo il quale l’uomo avrebbe “…nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri…”, sarebbe auspicabile un approccio solidaristico di filosofia economica che, indagando le contraddizioni dei processi capitalistici moderni, riproponga l’attualità di un’analisi delle disuguaglianze sociali che dilagano nel nostro presente.

Vale la pena osservare che le disuguaglianze, che l’avanzare dell’uomo verso la società ha prodotto, non hanno una connotazione negativa solamente dal punto di vista etico-morale: esse determinano anche un declino circa le possibilità di sviluppo (dunque, nel lungo periodo, l’effetto negativo generale coinvolge anche chi inizialmente ne trae vantaggio): in buona sostanza, più elevati sono i livelli di disuguaglianza sociale, maggiore è la tendenza a generare crisi.

L’assurdità del nostro tempo – ed anche il suo più grande paradosso – è che si continua ad abitare un presente nel quale si corre freneticamente per tendere verso un futuro che è assente: l’onnipresenza del presente della “produttività” e dei “profitti” ha annientato la speranza del futuro.

““La filosofia gioca in questo un ruolo essenziale: essa è, hegelianamente, “pazienza del concetto”, mediazione, riflessione pacata e in totale opposizione ai ritmi elettrizzanti del mondo attuale””.[1]

E’ stato già osservato che la differenza tra gli economisti non passa tra quelli che si sporcano le mani sui dati e quelli che li ignorano, ma tra quelli che vedono i dati rilevanti e quelli che guardano allo “svolazzare delle farfalle”.

Ciascuno decida da quale parte stare.

Note

[1] Cit. Diego FUSARO.

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