Economia

Salumi italiani: più facile l’export verso gli U.S.A.

(di Sabrina Polato)

Gli Stati Uniti rappresentano il primo partner commerciale Extra-Ue delle aziende italiane produttrici di salumi ed insaccati. Nel 2014 le nostre esportazioni verso il Paese hanno registrato un aumento, in termini di fatturato, di oltre il 18%, raggiungendo quota 86,8 milioni di euro. Un risultato che, se da un lato sorprende in considerazione delle numerose restrizioni con le quali i nostri produttori hanno dovuto da sempre confrontarsi (su tutte il provvedimento 100% reinspection), dall’altro fa ben sperare in un ulteriore miglioramento delle performance di export verso il mercato statunitense, a seguito delle novità introdotte dalle autorità americane con il mese di maggio 2015.

Export del settore.[1]

Le esportazioni italiane di salumi stanno registrando un aumento costante ormai da diversi anni, sia in termini di volumi che di fatturato. Il 2014 ha di fatto confermato questo trend positivo: 148.830 tonnellate (+4,7%) per un fatturato record di 1,260 miliardi di euro (+6,3%).

All’interno della UE, un contributo positivo è arrivato in termini di fatturato da tutti i principali partner commerciali italiani (Germania, Regno Unito ed Austria in particolare). La Germania si conferma il mercato più importante per i nostri salumi con un fatturato export di 280 milioni di euro, derivante principalmente dalla vendita di prosciutti crudi, salami, pancette e insaccati cotti. Ottimo 2014 anche per le esportazioni verso il Regno Unito (+10,7% in valore per 141,9 mln di euro), grazie agli incrementi di domanda di tutte le principali categorie di salumi con l’unica eccezione dei salami.

Molto bene anche l’ Austria (+8,4% per 72,3 mln di euro), la Croazia (+20,2% per 19,5 mln di euro) e la Spagna (+12,8% per 20,3 mln di euro). Fra i mercati più piccoli da evidenziare gli incrementi a 2 cifre di Paesi Bassi (+33,4%) e Slovenia (+37,5%).

In ambito Extra-UE, si sono registrati aumenti di fatturato export a doppia cifra con Giappone (+17,8%), Canada (+18%), Repubblica Sudafricana (+17,8%) e Norvegia (+7,3%).

Unica nota dolente la Russia: – 42,7% in quantità e – 32,1% in valore per 12,7 milioni di euro, a causa dell’embargo.

Export verso gli Stati Uniti.

Con il mese di maggio 2015 sono state introdotte due importanti novità destinate a modificare (in meglio) le relazioni commerciali tra Italia e Stati Uniti per quanto concerne i salumi ed i prodotti insaccati.

Infatti, le Autorità statunitensi hanno da un lato revocato il provvedimento denominato 100% reinspection (ovvero il controllo sistematico di tutte le partite di salumi provenienti dall’Italia che arrivavano in dogana) e, dall’altro, rinnovato la possibilità per il ministero della Salute di abilitare nuove aziende italiane all’esportazione negli Usa.

Il provvedimento 100% reinspection , introdotto nel settembre 2013 a causa della mancata corrispondenza normativa tra UE e USA per quanto riguarda la tolleranza di Listeria Monocytogenes (patogeno per il quale negli Stati Uniti vige la regola della “tolleranza zero”), ha causato notevoli disagi alle aziende italiane esportatrici, le quali hanno subito una vera e propria perdita di competitività rispetto a produttori di altri Paesi concorrenti (Messico in primis…). Le aziende italiane hanno dovuto sopportare un aumento dei costi di sdoganamento, ma anche uno slittamento dei tempi di consegna al cliente americano (i salumi italiani erano costretti a stazionare molti giorni presso i magazzini doganali prima di essere campionati ed autorizzati alla vendita).

In termini di export è quindi realistico aspettarsi un ulteriore miglioramento delle performance di fatturato nel mercato, dal momento che verrà data la possibilità di accedere al mercato statunitense ad un numero sempre maggiore di aziende ma, soprattutto, verrà resa finalmente possibile l’esportazione di tutti quei prodotti di salumeria a breve stagionatura (quali salami, coppe, pancette), ufficialmente autorizzata già dal maggio 2013, ma di fatto resa impossibile a seguito dei controlli imposti dal provvedimento 100% reinspection.

La revoca di tale provvedimento è un chiaro segnale di distensione tra le Autorità americane ed il Sistema Istituzionale italiano (in conclusione, viene considerato degno di fiducia il sistema dei controlli italiano). Il risultato è stato raggiunto a seguito di un’intensa trattativa sviluppatasi nel 2014 con l’impegno di più parti (Ministero della Salute, Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Ambasciata d’Italia negli USA, servizi veterinari regionali, associazioni industriali di settore).

La decisione è arrivata a seguito del completamento della valutazione dei risultati di un Audit condotto sulle strutture produttive italiane da parte di alcuni ispettori del FSIS (Food Safety and Inspection Service), l’agenzia americana per la sicurezza alimentare. In particolare, l’Amministratore del FSIS, Alfred Almanza, ha comunicato ufficialmente che e’ stata sbloccata la lista degli impianti autorizzati ad esportare negli Stati Uniti e che i controlli ispettivi ai punti di ingresso (POE) in USA saranno dimezzati immediatamente, per poi essere riportati allo stato pre-crisi di controlli a campione, in assenza di casi di positività entro 45 giorni ai punti di entrata nel Paese (POE)[2].

Come esportare salumi negli Stati Uniti: documentazione ed autorizzazioni richieste. [3]
Con la revoca del provvedimento 100% reinspection vengono ristabilite le condizioni e le regole in vigore dal maggio 2013 (periodo a partire dal quale si è attuata la reale apertura del mercato americano alle carni crude stagionate italiane). Dal 28 maggio 2013 è difatti permessa negli Stati Uniti l’importazione dell’alta salumeria italiana prodotta in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e nelle province di Trento e Bolzano (l’importazione di prosciutti crudi, prosciutti cotti e mortadelle era, invece, già ammessa da tempo). Tali territori sono stati considerati dall’Animal and Plant Health Inspection Services (APHIS) a rischio basso per quanto riguarda la malattia vescicolare del suino.

Più che di una vera e propria “apertura” del mercato si dovrebbe però parlare di una serie di “concessioni all’importazione”, dal momento che le regole imposte dalle Autorità americane continuano ad essere molto restrittive.

I salumi italiani destinati all’esportazione negli USA devono infatti possedere le seguenti caratteristiche:

  • provenire solo dastabilimenti che siano stati preventivamente autorizzati dalle autorità statunitensi (l’impianto di macellazione degli animali non deve essere venuto a contatto con animali o carni provenienti da Regioni nelle quali la malattia vescicolare del suino sia ancora presente, ovvero che carni e/o animali non abbiano attraversato Regioni non indenni);
  • essere provvisti di uno specifico certificato sanitario e di attestazione veterinaria;
  • essere a base di carne cotta e sottoposti a trattamento termico che raggiunga i 69°C al cuore del prodotto, oppure sterilizzati (cotechino), oppure a base di carne cruda (con stagionatura superiore a 400 giorni), oppure essere carni a bassa stagionatura (dal 28 maggio 2013).

La documentazione richiesta per l’export dei prodotti ammessi (identificati con il codice doganale tariffa armonizzata SA 0210 “meat and edible meat offal, salted, in brine, dried or smoked; edible flours and meals of meat or meat offal ”) è la seguente:

  1. Registrazione di stabilimento alimentare. Documento attestante che lo stabilimento o gli stabilimenti in cui è stata effettuata la produzione, trasformazione, confezionamento e conservazione di alimenti destinati al consumo per il mercato statunitense è/sono stati registrati presso la Food and Drug Administration (FDA). La normativa americana ammette anche aziende che, pur non operando presso uno stabilimento autorizzato, si sono avvalse, per la produzione di salumi a proprio marchio, dello stabilimento di un’altra azienda il cui impianto sia stato autorizzato, previo accordo commerciale tra le parti.
  1. Licenza per la fauna selvatica. Si applica nel caso di alimenti in cui, tra gli ingredienti, figurino anche prodotti di animali in via di estinzione. Tale documento attesta che il titolare è autorizzato ad esportare specie di fauna selvatica ed è necessario per lo sdoganamento e l’accesso al mercato.
  1. Preavviso di importazione di prodotti alimentari. Altro documento necessario per lo sdoganamento. Pre-annuncia l’importazione di alimenti alla Food and Drug Administration (FDA). Deve essere presentato, per via elettronica o attraverso la dogana, a: Automated Broker Interface (ABI) – Sistema Commerciale ACS, solo dopo la registrazione alla lista degli stabilimenti autorizzati. Inoltre, devono essere rispettati dei termini per la presentazione del preavviso (entro 15 giorni prima della data prevista di arrivo, per invii effettuati tramite il PNSI -Prior Notice Systems Interface – sistema per la richiesta della notifica preventiva – introdotto nel 2003 a seguito atti di bioterrorismo; entro 30 giorni prima della data prevista di arrivo, per la presentazione fatta attraverso l’ABI/ACS).
  2. Certificato sanitario per i prodotti animali. Documento rilasciato dalla ASL, attestante che i prodotti di origine animale per l’esportazione non sono infetti e non sono portatori di alcuna malattia infettiva. E’ necessario per sdoganamento e accesso al mercato. Deve essere scritto in inglese e presentato in originale.
  3. Certificato di origine. Facoltativo, secondo le indicazioni dell’importatore americano. Nel caso venisse richiesto è necessario rivolgersi alla CCIAA provinciale dove ha sede il produttore, organo competente per il rilascio.
  4. Codice di Identificazione Produttore (MID). Codice che identifica il produttore (non statunitense) di un bene, in conformità con le disposizioni di legge. L’autorità responsabile è la Customs and Border Protection (CBP). Il MID deve essere predisposto dall’importatore in conformità con le disposizioni di legge statunitense di cui al19 CFR 102. Il codice MID contiene fino a 15 caratteri senza spazi:

           – Codice ISO del paese (due caratteri)

           – Nome del fabbricante (primi tre caratteri di ciascuno delle prime due parole)

           – Indirizzo del fabbricante (prime quattro cifre del numero maggiore nel tratto di strada di indirizzo)

           – Nome della città (prime tre lettere).

           Per articoli aventi più di un produttore, il codice MID va indicato per ciascun produttore, separatamente.

Inoltre, va ricordato che tutti i salumi esportati negli Stati Uniti devono avere idonea etichettatura (rigorosamente in lingua inglese), la quale dovrà riportare almeno le seguenti informazioni:

– Nome del prodotto

– Paese di origine (“Made in…” o “Product of …”)

– Nome e indirizzo del produttore

– Peso netto (“Net content…“)

– Stato fisico del prodotto (intero, in cubetti, porzionato…)

– Elenco degli ingredienti

– Informazioni nutrizionali (calorie, grassi totali, grassi saturi, grassi idrogenati, colesterolo, sodio, carboidrati totali, fibre, zuccheri, proteine, vitamina A, vitamina C, calcio, ferro)

– Eventuale presenza di allergeni alimentari (vicino alla lista degli ingredienti va riportata la parola “Contains” seguita dal nome dell’allergene).

Infine, in caso di utilizzo di imballaggi in legno (casse di legno, gabbie, pallets) questi devono essere trattati e marchiati secondo la normativa fitosanitaria NIMP n. 15.

Note

[1] Fonte: Assica (Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi aderente a Confindustria) – ed. 2015.

[2] Fonte: Ansa.it – dichiarazione del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin del 14 maggio 2015.

[3] Fonte: Monica Perego – Newsmercati.it – numero 157/2013.

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