Fisco Criminologia Tributaria

Verso la Tax Compliance

(di Pietro Pavone)

Nel quadro del complessivo sistema dei controlli interni aziendale, la previsione di sistemi strutturati di gestione e controllo del rischio fiscale, presupposto di una effettiva good tax governance, è prassi ancora poco diffusa.

Eppure è largamente risaputo che gli illeciti di natura penale collegati alla fiscalità, soprattutto internazionale, ruotano spesso intorno ad un mancato potenziamento dell’attività di prevenzione.

Il vissuto aziendale sempre più si va caratterizzando per una tale pluralità di rischi da prevenire, gestire e controllare che, quantomeno per taluni di essi, si rende auspicabile un sistema integrato di gestione di carattere settoriale.

Uno dei rischi d’impresa, infatti, che maggiormente preoccupa imprenditori e amministratori d’azienda, per la specificità della materia e per le conseguenze anche penali che ne possono derivare, è certamente il rischio fiscale.

Alcuni aspetti di natura fiscale stanno ormai assumendo un peso talmente rilevante da esorbitare gli ambiti strettamente tributari, investendo in maniera crescente aree gestionali un tempo concettualmente considerate distanti.

In talune realtà societarie, non è raro che perfino l’originario indirizzo strategico conosca delle deviazioni proprio in virtù di cantieri fiscali aperti.

Incidenti di percorso per nulla a costo zero: ripensare la strategia, riconfigurare la struttura vuole dire impiego di nuove risorse.

In altri termini, “la compliance costa”.

In più, oltre ai costi “vivi” della compliance, ci sono quelli meno evidenti legati all’incertezza fiscale.

Criteri non di rado discrezionali degli Uffici nella ricostruzione della base imponibile soprattutto dei grandi gruppi multinazionali consiglierebbero una tale prudenza e una tale trasparenza da far lievitare enormemente il livello dei costi aziendali, scoraggiando le condotte collaborative più che incentivarle.

Come giustamente riportato dal Sole24Ore del 4 maggio 2015 “…la scelta di essere compliant e di allinearsi alla disciplina fiscale vigente dovrebbe implicare soltanto i normali costi di gestione”.

Di fatto così non è. È il “paradosso della tax compliance”: scegliere di essere compliant, troppe volte, vuole ancora dire essere disposti a sopportare tutt’altro che normali costi di gestione.

Al fine di rendere meno coattiva la determinazione dell’imposta da parte degli Uffici, il 21 aprile 2015 il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via preliminare, il Decreto sulla certezza del diritto, introducendo per la prima volta nel nostro ordinamento il “regime di adempimento collaborativo”.

Tale istituto mira a modificare in maniera rilevante il rapporto Fisco-Impresa, puntando su una maggiore trasparenza delle imprese a fronte di un quadro normativo più certo da parte delle Istituzioni.

Intuitivo che il nuovo schema di relazioni tra contribuente e Fisco, che farà leva sull’instaurazione di un regime continuo di scambio di informazioni improntato alla massima trasparenza, avrà degli impatti su entrambe le parti coinvolte. Da un lato, le imprese dovranno ripensare il proprio sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale ai fini di un’efficace autovalutazione preventiva; dall’altro a risentirne saranno anche gli stessi moduli di intervento attraverso cui la Guardia di Finanza esercita la funzione ispettiva in materia fiscale.

Il nuovo regime collaborativo genererà, auspicabilmente, un flusso informativo rappresentativo delle dinamiche fiscali in essere in azienda, importante patrimonio che i verificatori devranno essere in grado di valorizzare al meglio. Sarà certamente più agevole valutare la “bontà fiscale” di un’impresa sulla base della conoscenza e della valutazione real time dei sistemi di rilevazione, misurazione, gestione e controllo dei rischi della stessa, in particolare di quello fiscale.

Conducendo per mano il contribuente verso la tax compliance sarà anche possibile determinare quanto effettivamente esso sia compliant, con il vantaggio per l’impresa di poter minimizzare il costo del perdurare delle eventuali inefficienze della propria struttura fiscale.

Una struttura fiscale non a rischio – si noti – è elemento essenziale per una efficiente corporate governance.

I meccanismi di corporate governance – è indubbio – sono essenziali per garantire, oltre che il corretto funzionamento della macchina aziendale e il buon operato degli amministratori, anche una buona percezione a terzi soggetti che interagiscono con l’azienda dall’esterno (tra cui il Fisco).

Alcuni studiosi associano l’efficienza della gestione al numero dei componenti degli organi di controllo; altri puntano l’attenzione sulla presenza di amministratori indipendenti (garanzia di maggiore trasparenza e di migliore informativa); studi più recenti si concentrano sulla verifica della presenza di comitati. A tale riguardo, rappresentano validi indicatori di efficienza, ad esempio, gli aspetti connessi ai rapporti dell’impresa con il Fisco, richieste preventive di chiarimento all’Agenzia delle Entrate (garanzia di buona fede nell’agire), affidamento della funzione fiscale o segmenti di essa a professionisti esperti esterni al contesto aziendale ecc.

Concludendo, il futuro prossimo sembra caratterizzarsi per l’assoluta centralità di analisi di affidabilità e solidità fiscale, condotte – “day by day” – in sede di self-assessment preventivo da parte delle imprese e di monitoraggio continuativo da parte del Fisco italiano.

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