{"id":9570,"date":"2022-01-11T18:40:28","date_gmt":"2022-01-11T17:40:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.economiaediritto.it\/?p=9570"},"modified":"2022-01-11T18:40:28","modified_gmt":"2022-01-11T17:40:28","slug":"gli-effetti-competitivi-dellintegrazione-verticale-nel-mercato-audiovisivo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.economiaediritto.it\/en\/gli-effetti-competitivi-dellintegrazione-verticale-nel-mercato-audiovisivo\/","title":{"rendered":"Gli effetti competitivi dell&#8217;integrazione verticale nel mercato audiovisivo"},"content":{"rendered":"<p>Nell\u2019ecosistema antitrust spesso si fa riferimento al potere di mercato come ad una nozione imprescindibile nella determinazione di potenziali condotte anti-concorrenziali. La valutazione del potere di mercato, d\u2019altronde, risulta contestuale alla comprensione della struttura di una particolare industria, e di conseguenza il suo livello di concentrazione.<\/p>\n<p>Capire, infatti, il numero di imprese presenti in un dato mercato e il relativo potere di mercato ci consente di trarre delle considerazioni in merito alla concentrazione di detto mercato, e di conseguenza del livello competitivo su di esso.<\/p>\n<p>A tal proposito, dunque, \u00e8 altres\u00ec noto il paradigma struttura-condotta-performance (SCP), secondo il quale il numero di soggetti presenti, il grado di differenziazione di prodotto, e la struttura di costi e di economie presenti (struttura), e il comportamento delle imprese in merito a scelte di prezzo, posizionamento del prodotto e scelta di integrarsi verticalmente (condotta), influenzeranno il livello di efficienza e di competitivit\u00e0 di una data industria (performance).<\/p>\n<p>Tra gli elementi strategici che caratterizzano la condotta delle imprese, particolarmente interessante per il settore audiovisivo risulta essere la scelta da parte degli operatori di integrarsi verticalmente, ovvero di non occuparsi unicamente della distribuzione a valle dei contenuti, come avviene attraverso le piattaforme streaming, ma anche dell\u2019attivit\u00e0 di produzione di tali contenuti a monte, ovvero l\u2019attivit\u00e0 tipicamente svolta dagli <em>studios<\/em> cinematografici.<br \/>\n\u00c8 il caso, ad esempio, di Netflix, che in questi ultimi anni, ha investito notevoli risorse per internalizzare la produzione dei suoi contenuti.<\/p>\n<p>Nel 2020, infatti, la societ\u00e0 californiana ha speso in contenuti originali oltre 17 miliardi di dollari, dai 6,9 miliardi del 2016, una cifra superiore a quella dei principali studi di Hollywood messi insieme, destinata dal gruppo californiano prevalentemente alla produzioni internazionali, ma in misura crescente anche a quelle locali. [1]<\/p>\n<p>Al pari di Netflix, seppure con un discreto ritardo, infatti, anche Amazon sta ampliando i suoi investimenti in contenuti auto-prodotti, tanto che, nel corso del 2021, ha iniziato il percorso di acquisizione di una dei pi\u00f9 importanti <em>studios<\/em> di produzione cinematografica, ovvero Metro-Goldwyn-Mayer (MGM) per 8,45 miliardi di dollari, rafforzando la propria efficienza nella produzione di contenuti originali.<\/p>\n<p>O, ancora, la strategia della piattaforma Disney +, nata proprio dalla scelta di integrarsi verticalmente dello <em>studios<\/em> cinematografico Disney.<\/p>\n<p>Tuttavia risulta rilevante cercare di comprendere le motivazioni per cui, da un lato si sostenga con forza che tali processi di acquisizione siano anti-competitivi, e rischino di portare nel lungo periodo ad una concentrazione di mercato eccessiva, dall\u2019altro, invece, come tali processi di acquisizione risultino in linea con il boom crescente del mercato streaming, portando innovazione ed efficienza in un settore estremamente dinamico.<\/p>\n<p>Una delle prevalenti motivazioni portate a sostegno della tesi per cui queste fusioni verticali potrebbero condurre ad effetti anti-competitivi, \u00e8 la possibilit\u00e0 di c.d. <em>foreclosure<\/em>.<\/p>\n<p>Acquisendo gli asset di una societ\u00e0 di produzione cinematografica, e dunque operante nel mercato a monte, la societ\u00e0 di distribuzione a valle potrebbe negare ai concorrenti l\u2019accesso alle risorse, in questo caso le licenze per distribuire i propri prodotti cinematografici, o aumentarne il prezzo, o diminuendone la qualit\u00e0. [2]<\/p>\n<p>Allo stesso modo, poi, tale effetto di <em>foreclosure<\/em> potrebbe verificarsi anche nei confronti dei consumatori finali che vedrebbero alzare il prezzo del servizio offerto dai concorrenti, o semplicemente non poter avere accesso a determinati contenuti se non sottoscrivendo l\u2019abbonamento alla piattaforma integrata verticalmente.<\/p>\n<p>Tuttavia, nonostante sia possibile, in caso di posizione di dominanza, un effetto anti-competitivo, le fusioni verticali portano sicuramente ad un beneficio per i consumatori. Esse, infatti, eliminano l\u2019effetto della c.d. doppia marginalizzazione, offrendo dunque al consumatore finale un prezzo vantaggioso. [3]<\/p>\n<p>\u00c8 dunque importante sottolineare che l\u2019integrazione verticale non risulta <em>per se<\/em> anti-competitiva.<\/p>\n<p>Tale strategia competitiva, tuttavia, pone in essere una potenziale problematica nella distribuzione equa dei contenuti originali e non.<\/p>\n<p>Attraverso il sistema di c.d. <em>recommendation<\/em>, attraverso cui Netflix consiglia all\u2019utente, tramite algoritmi <em>data-driven<\/em>, contenuti che risultino in linea con le preferenze del consumatore stesso, si potrebbe assistere al fenomeno, gi\u00e0 evidenziato nell\u2019e-commerce, del c.d. <em>self-preferencing<\/em>.<\/p>\n<p>Tale pratica consiste, infatti, nel dare priorit\u00e0 ai propri contenuti rispetto a quelli acquisiti esternamente, al fine di ottenere una maggiore diffusione degli stessi, al fine di incrementare i ricavi marginali per tali contenuti originali. [4]<\/p>\n<p><em>(A cura di Luigi Adriano Tonizzo)<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>RIFERIMENTI<\/strong><\/p>\n<p>[1] E. Corvi, <em>Streaming Revolution: dal successo delle serie alla competizione a tutto campo per conquistare il pubblico<\/em>, Dario Flaccovio Editore, 2020, cit., p. 20<\/p>\n<p>[2] Hovenkamp H. (2020), <em>Antitrust And Platform Monopoly<\/em>, <em>The Yale Law Journal<\/em>, vol. 130, n. 8,\u00a0 pp. 1952-2273.<\/p>\n<p>[3] A. Stohr, V. Noskova, P. Kunz-Kaltenhauser, S. Gaenssle, O. Budzinski, <em>Happily ever after? \u2013 Vertical and horizontal mergers in the U.S. media industry<\/em>, in Ilmenau Economics Discussion Papers, Vol. 25, n. 126, 2019, cit., p. 15.<\/p>\n<p>[4] O. Budzinski, S. Gaenssle, N. Lindstadt-Dreusicke, <em>Data (R)Evolution \u2013 The economics of algorithmic search and recommender services<\/em>, in Ilmenau Economics Papers, vol. 27, n. 148, 2021, p. 3.<\/p>\n<hr \/>\n<p>Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 &#8211; Direttore: Claudio Melillo &#8211; Direttore Responsabile: Serena Giglio &#8211; Coordinatore: Pierpaolo Grignani &#8211; Responsabile di Redazione: Marco Schiariti<br \/>\na cura del Centro Studi di Economia e Diritto \u2013 Ce.S.E.D. Via Padova, 5 \u2013 20025 Legnano (MI) \u2013 C.F. 92044830153 \u2013 ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013<br \/>\nContattaci: redazione@economiaediritto.it<br \/>\nLe foto presenti sul sito sono state prese in parte dal web, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori fossero contrari alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo. 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