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In questo particolare periodo storico, la tutela della salute assume un ruolo centrale nel nostro vivere quotidiano, quasi a ricordarci che i principi e i valori espressi in merito dalla Carta costituzionale, seppur entrata in vigore il primo gennaio del 1948, sono ancora oggi una bussola per navigare verso la giusta direzione. La sua attualità è resa altresì possibile grazie al carattere programmatico di un testo redatto da un’Assemblea Costituente “presbite”, ossia capace di guardare da lontano, così come ben auspicato dal deputato Piero Calamandrei.

La tutela della salute è disciplinata all’articolo 32 della Costituzione. Tale diritto è incluso nel Titolo II, Parte Prima del testo costituzionale, ossia tra i Diritti e i Doveri dei cittadini inerenti, in particolare, ai Rapporti etico-sociali.

Lo stesso articolo al primo comma afferma che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”, e al secondo comma dispone che “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Tale articolo è il frutto di un lavoro di elaborazione da parte dei membri dell’Assemblea Costituente, i quali, il 4 marzo 1947, ne iniziarono la discussione.

L’articolo 26 del Progetto di Costituzione affermava che “La Repubblica tutela la salute, promuove l’igiene e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessun trattamento sanitario può essere reso obbligatorio se non per legge. Sono vietate le pratiche sanitarie lesive della dignità umana”.

Per la prima volta, la Repubblica sottolineava l’importanza della salute e, seppur condividendo il nobile intento sotteso alla redazione dell’articolo in esame, Calamandrei, rivolgendosi all’Assemblea, consigliava di collocare tale tematica “in un preambolo, con una dichiarazione esplicita del loro carattere non attuale, ma preparatore del futuro”. Secondo il deputato, tale articolo “esprimeva dei propositi, dei programmi e che bisogna tutti duramente lavorare per riuscire a far sì che questi programmi si trasformassero in realtà”. Di avviso contrario, il deputato Ugo Damiani, cherimarcava l’importanza del ruolo dello Stato in tale settore con un atteggiamento ottimistico.

Il deputato Aldo Spallicci, appartenente al Gruppo medico parlamentare, presentava l’emendamento con oggetto l’aggiunta del concetto di ”interesse della collettività”, espressione del principio di eguaglianza formale e sostanziale. Il deputato Giuseppe Caronia, invece, propose un emendamento avente ad oggetto l’eliminazione della parte del testo che recitava “di promuovere l’igiene”, dal momento che la tutela della salute, secondo il medico, implicava già in sé un senso di prevenzione. Gli interventi che si susseguirono rispetto a tale articolo, benchè con sfumature diverse, furono uniti dalla consapevolezza dal dato fattuale, ossia dalle generalizzate precarie condizioni di salute che il secondo dopoguerra aveva portato con sé e la conseguente necessità di ripartenza anche, e soprattutto, da un adeguato sistema sanitario.

È in tale contesto storico che si inserisce l’articolo 32, così come ancora è fedelmente riportato nella “fonte delle fonti”.

La Costituzione, prezioso scrigno riempito, tra gli altri, di valori etici morali, descrive il diritto alla salute come diritto dell’individuo (sottolineando il carattere della universalità dei destinatari), a carattere fondamentale, quasi a volere sottolineare la sua base fondante, nonché come presupposto irrinunciabile e strumentale per la piena realizzazione della persona umana (Cfr. C.Tripodina). Tale norma non è un mero programma ma assume carattere precettivo grazie all’intervento delle Regioni che, ai sensi dell’articolo 117, terzo comma della Costituzione, sono competenti a legiferare in materia di tutela della salute secondo i criteri guida definiti dallo Stato. A questo, inoltre, spetta la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, di cui al medesimo articolo di, secondo comma, lettera m). Per completezza si precisa, altresì, che gli strumenti di programmazione in materia sanitaria sono il Piano Sanitario Nazionale e Regionale e il Piano Attuativo Locale. Le competenze di tali strumenti sono suddivise secondo il principio della sussidiarietà verticale.

Inoltre, la Repubblica deve garantire al singolo individuo una tutela bio-psico sociale, in una prospettiva non solo di cura, ma anche di prevenzione all’insorgenza di alcune patologie.

A tal proposito, secondo la definizione di salute data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948, infatti, “la salute è uno stato di benessere fisico mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia o di infermità”.

I Costituenti affermano, inoltre, che salute non è solo un diritto primario dell’individuo, ma è anche un interesse della collettività, sottolineando la dimensione di tutela collettiva di tale diritto, tipica di uno Stato sociale. Quest’ultimo doveva altresì garantire cure gratuite.

L’effettiva concretizzazione del diritto alla salute, come diritto universale, coincide con l’entrata in vigore della Legge 1978, n. 833, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, improntato al principio dell’appropriatezza, dell’efficienza e dell’efficacia. Con tale Legge istitutiva, la Repubblica inserisce a pieno titolo l’assistenza sanitaria nell’assistenza sociale, ossia svincola la tutela della salute dalla categoria di lavoro di appartenenza.

Dal secondo comma dell’articolo in esame si rileva che l’obbligo nei confronti di ogni individuo a sottoporsi a un trattamento sanitario è possibile solo in presenza di una Legge. Pertanto, in linea generale, si sottolinea l’importanza della libertà del singolo di autodeterminazione terapeutica che può consistere anche nel diritto di rifiutare la terapia. Tuttavia, tale libertà è limitata dalla presenza di disposizioni di Legge che quindi, in casi tassativi e in virtù della tutela individuale e collettiva, obbligano l’individuo a sottoporsi a un trattamento sanitario (ad esempio, il Trattamento sanitario obbligatorio ed i vaccini obbligatori). Tale riserva di Legge è definita rinforzata in quanto il trattamento non potrà mai violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana e della sua dignità.

Da una mera lettura della Costituzione, non si può non osservare che dagli articoli 16 e 41 si evince la possibilità di limitare il godimento di alcune libertà anche per motivi di sanità.

In particolare, l’articolo 16 limita la libertà di circolazione e di soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale ove esistano motivi di sanità e di sicurezza. L’articolo 41 al secondo comma, invece, afferma che “l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. A tal riguardo si precisa che, in questo contesto di bilanciamento dei diritti, si sono contrapposte nel tempo diverse sentenze della Corte Costituzionale. Alcune pronunce, tra le quali la più recente in materia, affermano la superiorità del diritto alla salute rispetto agli altri diritti costituzionalmente garantiti, inteso come diritto primario, ossia che viene prima e che, afferendo alle esigenze basilari della persona, deve essere immediatamente tutelato (ex multis Corte Cost., 19 dicembre 1983, n. 365 e Corte Cost., 28 marzo 2018, n. 58. Altre, invece, precisano che “non esiste tirannia dei diritti e che tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in un rapporto di integrazione reciproca e quindi non è possibile individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri(ex multis Corte Costituzionale 2012, n. 264, e 2013, n. 85).

Al di là delle diverse posizioni giurisprudenziali attinenti al delicato tema in oggetto, l’importanza del diritto alla salute è amplificata dal ricordo dell’incessante suono delle sirene delle ambulanze che rompeva il dirompente silenzio di una apparente serenità quotidiana. Le dolorose immagini che il Covid-19 ci ha consegnato resteranno impresse nella mente di tante persone, a segnare uno dei periodi più difficili per la sanità mondiale, ed a ricordarci che, come diceva Arthur Schopenhauer, “la salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente”.

(A cura di Verdiana Gorruso)


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
a cura del Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. Via Padova, 5 – 20025 Legnano (MI) – C.F. 92044830153 – ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013
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ABSTRACT

Il dilagare delle infezioni e la crisi delle strutture ospedaliere prodighe nel curarle ha bloccato lo Stato italiano. Sono state emesse misure “draconiane” con l’intento di ridurre al minimo i contagi ed evitare, così, il collasso non solo del sistema sanitario ma anche di quello economico, colpito anch’esso dagli effetti della pandemia. L’emergenza sanitaria ha dato l’opportunità di sperimentare in maniera diffusa varie forme di “lavoro agile” e di “smart working”, ossia, il lavoro svolto al di fuori delle sedi aziendali mediante l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. Tuttavia, queste nuove forme di lavoro presentano numerose insidie, legate al loro possibile uso distorto. Una di esse può essere risolta attraverso il c.d. “diritto alla disconnessione” su cui, in questo periodo, è opportuno svolgere qualche considerazione.

 

Premessa

Tornando agli albori, l’art. 1, comma 7, lett. a) del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (d’ora in poi, “D.P.C.M.”), sottoscritto l’11 marzo 2020 dal premier Conte, prevede che “sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza; […]”. Tale “clausola legislativa” sarà poi ribadita nei successivi provvedimenti emanati per far fronte all’emergenza “Coronavirus”, fino ad arrivare al recente D.P.C.M. del 26 aprile 2020, alle cui lett. gg) e ii) dell’art. 1 viene ribaditala medesima raccomandazione.

Si tratta del c.d. “lavoro agile” (anche detto “smart working”), ossia una modalità di organizzazione della prestazione lavorativa che prevede lo svolgimento della stessa al di fuori delle sedi aziendali (banalmente, ad esempio, presso la propria abitazione) mediante l’utilizzo di tecnologie che facilitino lo scambio di informazioni con i propri datori di lavoro ed i propri colleghi (si pensi a piattaforme, al di là dei servizi mail, quali Workplace, Microsoft Teams, Skype business, ecc.). Tale modalità di organizzazione risulta essere estremamente utile ed efficace in termini di produttività soprattutto nell’ambito del c.d. “lavoro ad obiettivi”, essendo il lavoratore libero di organizzare il proprio tempo nell’ottica di raggiungere lo scopo prefissato.

Questo meccanismo non è certamente applicabile a tutti i campi del lavoro; si sposa al meglio, a mio avviso, con quei soggetti (liberi professionisti e non) che operano presso studi professionali e che svolgono, pertanto, mansioni dal carattere intellettuale per cui è necessario, oltre all’incontro diretto con il Cliente, il solo utilizzo di un computer. Le mansioni prettamente pratiche e meno affini al digitale possono far ricorso allo “smart working” con maggiori difficoltà.

Procedendo, però, con ordine, di seguito, si analizza sinteticamente la fonte normativa del “lavoro agile”, ossia la L. 22 maggio 2017, n. 81.

 

Il “lavoro agile” nell’ordinamento italiano

L’art. 18, comma 1 della succitata L. 22 maggio 2017, n. 81, definisce il “lavoro agile” come “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”.

Diversi elementi si desumono da tale definizione:

  • il “lavoro agile” è una modalità di esecuzione della prestazione lavorativa per cui le parti possono adottarlo secondo le loro facoltà ed accordi seppur, attualmente, sia necessario sfruttarlo per le esigenze transitorie;
  • particolare enfasi viene posta sull’organizzazione per “fasi, cicli ed obiettivi” che rende meno gravosi i vincoli di orario o luogo di lavoro, essendo maggiormente rilevante il traguardo raggiunto e non le modalità utilizzate per tale fine;
  • l’utilizzo di strumenti tecnologici che, seppur indicato come “possibile” nella Legge, risulta componente essenziale per una corretta esecuzione da remoto della prestazione lavorativa, sia sotto il profilo della comunicazione sia sotto quello della vigilanza, di maggior rilievo nei rapporti di lavoro subordinati;
  • il rispetto dei “limiti di durata massima dell’orario di lavoro” che devono essere sempre tenuti in stretta considerazione seppur il lavoro sia svolto a distanza.

L’ultimo punto (4) apre una questione molto delicata nel settore del lavoro in generale ed ancor di più nel caso di “smart working”, ossia, il confine tra tempo di lavoro e tempo di riposo in cui un lavoratore ha completo diritto di “staccare” e divenire irreperibile.

Tale diritto, ravvisato già in passato nelle esperienze europee ed internazionali, è subentrato indirettamente nel nostro ordinamento sotto il nome di “diritto alla disconnessione”.

 

Il “diritto alla disconnessione” nello” smart working”

L’art. 19, comma 1 della L. 22 maggio 2017, n. 81 innanzi citata afferma che “[…] l’accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro […]”.

La disposizione si riferisce all’accordo che deve intercorrere per lo sfruttamento del “lavoro agile”. Tale accordo deve prevedere i tempi di riposo e le “modalità di disconnessione” del lavoratore dagli strumenti tecnologici utilizzati per svolgere la prestazione da remoto.

In questo frangente si configura il concetto di “disconnessione” nell’ordinamento italiano seppur, analizzando la norma letteralmente, non venga esso configurato, a differenza dell’esperienza francese, come un vero e proprio diritto. Gli orientamenti a tale riguardo sono discordanti, tra chi la considera una norma imperativa efficace a 360 gradi e chi, invece, considera necessario e propedeutico l’intervento della contrattazione collettiva.

La ratio della norma risiede nell’irrigidire il confine tra vita lavorativa e personale, sempre più sfumato a causa delle tecnologie progressivamente implementate nel mondo professionale ed estremamente utili nelle loro funzioni.

Gli strumenti digitali lavorativi, da una parte, permettono di risparmiare tempo e di gestire più efficacemente gli incarichi ma, dall’altra, causano il fenomeno della c.d. “time porosity”, ossia, la sfumatura eccessiva del menzionato confine tra lavoro e free time. Il lavoratore, così, sia a causa di una eccessiva “doverizzazione”, sia per il timore delle conseguenze derivanti da una mancata risposta, rischia di divenire perennemente reperibile, accumulando una dose eccessiva di stress e ledendo la sua salute psico-fisica.

Ed invero, occorre anche riconoscere che queste distorsioni delle relazioni lavorative non sono una novità assoluta degli ultimi tempi. Esse, infatti, si ravvedono da anni in altri contesti, tradizionalmente legati ad elementi immateriali come, per esempio, quello delle professioni intellettuali.

Il “diritto alla disconnessione”, difatti, non essendo ancora stato definito dal Legislatore specificatamente, trova il suo fondamento in norme Costituzionali dal carattere generale.

In particolare, si tratta dei diritti alla salute ed alla vita privata, in aggiunta all’apparato di norme costituzionali riguardanti la tutela del lavoro.

Le lesioni di questi diritti avvengono spesso silenziosamente e senza la possibilità effettiva, per il lavoratore, di tutelarsi integralmente da ciò che, a lungo termine, può causare gravi danni.

Per tutte queste ragioni, assolutamente non trascurabili, è auspicabile, pertanto, un intervento rapido e incisivo del Legislatore in tale ambito, ormai ampiamente diffuso e destinato ad essere sempre più applicato nelle relazioni lavorative future.

In altri termini, l’istituto della “disconnessione” nell’ordinamento italiano realizza interessi costituzionali, gerarchicamente sovraordinati a qualsivoglia norma ed interesse emergente nell’ambito lavorativo e professionale.

 

Conclusioni

In questo momento di intenso “smart working” non bisogna perdere di vista i principi che regolano le relazioni lavorative, a prescindere dalle modalità con cui esse vengano impostate.

L’approccio, in primis, del Legislatore e, in secundis, degli stessi datori di lavoro/committenti deve essere quello della prevenzione da problematiche che potranno verificarsi in un futuro sempre più orientato a modelli 4.0..

Il concetto di flessibilità, giustamente associato al “lavoro agile”, non deve essere confuso con la possibilità di reperire i propri lavoratori in qualsiasi momento, in deroga ai principi che invece vengono rispettati nel lavoro “ordinario”.

Le norme ed i principi fondamentali fungono da minimo comune denominatore tra “lavoro agile” ed “ordinario”, con l’unica differenza, approvata esplicitamente dalle parti, riguardante le modalità e le caratteristiche della prestazione lavorativa svolta.

Tornando allo scenario odierno, dunque, è auspicabile che l’attuale periodo turbolento, che influenza tutte le nostre vite, serva a rafforzare anche questi aspetti, purtroppo ancora poco affrontati dal Legislatore ma fonte di problematiche per una buona parte della popolazione lavoratrice.

(A cura di Rocco Pietro Di Vizio)


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Riconoscere, valutare e premiare il merito, scegliere i parametri per misurarlo in modo quanto più oggettivo e trasparente possibile, dovrebbe oramai esser chiaramente considerato “une affaire” tutt’altro che facile e men che meno vicino a soluzioni definitive o almeno a lungo termine.

Basti pensare che il tema è oggetto di studio e riflessioni da secoli da parte di autorevoli studiosi.

A tal riguardo, si condivide in dottrina che il termine “meritocrazia”, sia comparso per la prima volta tra le pagine dell’opera del sociologo britannico Michael Young (1915-2002): “The rise of the Meritocracy (1870-2033) del 1958, il quale, tra l’altro, scriveva: «Gli uomini, dopotutto, si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti. Se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza o la loro efficienza, ma anche per il loro coraggio, per la fantasia, la sensibilità e la generosità, chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, o che l’impiegato straordinariamente efficiente è superiore al camionista straordinariamente bravo a far crescere le rose?». Sottolineava, altresì, la differenza con il passato: «A quei tempi nessuna classe era omogenea dal punto di vista dell’intelligenza: i membri intelligenti delle classi superiori avevano tanto in comune con i membri intelligenti delle classi inferiori quanto ne avevano con i membri stupidi della propria classe. Ora che gli individui vengono classificati secondo l’intelligenza, la distanza tra le classi è diventata inevitabilmente maggiore. Da una parte, le classi superiori non sono più indebolite dai dubbi su se stesse e dall’autocritica. Oggi le persone in vita sanno che il successo è la giusta ricompensa della loro capacità, dei loro sforzi e delle loro innegabili conquiste. Esse meritano di appartenere a una classe superiore. Inoltre sanno non solo che il loro valore è alto in partenza, ma che sopra le loro doti naturali è stata costruita un’istruzione di prim’ordine»

L’illustre autore coniò il termine meritocrazia nel suo saggio/romanzo sull’educazione e l’uguaglianza (attribuendolo ad un immaginario sociologo del 2034, che morirà durante una rivolta di massa), all’insegna della distopia/anti-utopia[1], nel quale delinea una società futura degli anni ’30 del XXI secolo segnata dalla crisi del sistema educativo e sociale frutto delle leggi scolastiche adottate dalla fine dell’800 e della metà del ‘900 in Inghilterra, che ha acuito le divisioni di classe e che si punta a superare con una nuova struttura sociale, ecco perchè nasce, appunto, “L’avvento della meritocrazia”.

Così si immagina la classe sociale costituita dalle persone più intelligenti e più capaci, selezionati dalle scuole[2], e che guidano l’intera comunità. Quindi il merito, premiato con l’essere riconosciuti quale classe dirigente nec plus ultra, è legato al criterio tangibile dei test per la misurazione del Quoziente di intelligenza-QI[3] (che rilevano il potenziale di ciascun individuo), unitamente all’impegno, che si può riassume nel termine talento individuale. Infatti, c’è chi vede nella definizione di meritocrazia ideata da Young, un’equilibrata sintesi tra talento intellettuale e impegno sociale.

Ma ben presto anche questo sistema mostra il suo lato patologico: la classe sociale degli intelligenti si trasforma in una vera e propria oligarchia senza tanti scrupoli e nemmeno i valori morali e politici della soppiantata aristocrazia nobiliare. Ciò porta all’inasprimento dello scontento sociale, all’esasperazione e alla sommossa delle classi subalterne (a quella degli intelligenti, ritenuta la migliore possibile) che si sentono oppresse, ai margini del nuovo sistema sociale e, per ciò , escluse dalla desiderata ascesa sociale. Infatti, Young, a tal proposito, fa notare che “Anche le persone stupide possono dar vita a una progenie intelligente che dovrebbe avere la possibilità di salire sulla scala del successo di carriere modellate in gran parte dall’amministrazione dello Stato”.

Per come si sviluppa la narrazione, si ritiene che lo studioso abbia associato la meritocrazia ad una connotazione negativa della stessa[4], ma parte della letteratura ci tiene a perseverare nella visione general-positivista ed a valutare il libro come profetico, in quanto affronta il complesso e mai sopito problema dell’ambigua della meritocrazia, della posizione politica nei confronti di tale tematica e del riflesso delle loro decisioni sulla gestione della Pubblica Amministrazione, del pathos legato al merito e delle diseguaglianze scoiali, in Inghilterra come altrove, a quei tempi come in epoca successive.

Young parte dal declino dell’aristocrazia di nascita/nobiliare che si identifica con il potere, trasmesso per via di successione: “… la società era dominata dal nepotismo. Nel mondo agrario che prevalse per buona parte del XIX secolo, il rango veniva assegnato per nascita e non per merito. Classe per classe, posizione per posizione, occupazione per occupazione, i figli ricalcavano fedelmente le orme dei padri, come i padri avevano ricalcato fedelmente quelle dei nonni … Quasi sempre alle occupazioni si accedeva non per selezione ma secondo la regola della successione ereditaria”. A tale contesto vi contrappone coloro che hanno merito, esponenti di una c.d. aristocrazia dell’ingegno, ponendo in rilievo il rapporto tra le due strade per l’ascendenza socio-economica: la prima basata sul ceto, trasmesso per diritto di nascita, l’altra sull’esaltazione del talento individuale: “… non un’aristocrazia del sangue, non una plutocrazia di ricchi, ma una vera meritocrazia dell’ingegno”.

È questo uno dei passaggi più significativi della critica di Young, che potrebbe rappresentate un ottimo spunto per riflette sul concetto di merito/meritocrazia oggi, in questi anni molti vicini a quelli in cui si ambienta la visione futuristica e distopica di quel sociologo inglese che vive nel 2034 ed al quale presta la sua penna, per denunciare una società QI-centrica ed una preoccupante meritocrazia, schiacciata su un’élite risultato di test intellettivi e della selezione scolastica-educativa, come era stata riformata. L’aristocrazia elitaria, ed i relativi privilegi sociali e non solo, diventerà ben presto ereditaria e sorreggerà un nuovo regime in cui “la divisione tra le classi è diventata più netta, la posizione delle classi superiori più alta e quella delle classi inferiori più bassa”. Pertanto, i figli dei più intelligenti, anch’essi già avvantaggiati e ben avviati dalla nascita, saranno addestrati nelle scuole migliori (e non più unica), vivranno in un ambiente ricco di stimoli e manterranno la posizione socio-economica privilegiata. Infatti, Young scriveva nella sua citata opera: “I migliori di oggi partoriscono i migliori di domani in una misura che non ha precedenti nel passato. L’élite si avvia a diventare ereditaria; i principi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi.” Or bene, per tutto ciò, da adulti tenderanno ad essere portatori di un QI, corrisponde a un certo percentile, mediamente più elevato di coloro che appartengono alle classi inferiori.

Dunque, parrebbe proprio che il merito, o meglio una società meritocratica, non funzioni.

Va però detto, che Young, ovviamente, esagera nel linguaggio satirico e nella narrazione in stile iperbolico, ciò perché nel suo romanzo descrive un’immaginaria società indesiderabile e spaventosa, simile a quelle raccontate da Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” e “L’isola” e da George Orwell in “1984“ e “La fattoria degli animali”, considerati capolavori del genere distopico.

Ma in verità, non è revocabile in dubbio, che il merito, quello che si evince da un operare efficace, efficiente e talentuoso, che rappresenta il risultato di esperienze lavorative pregresse le quali hanno prodotto arricchimento professionale e personale, non possa rappresentare quel criterio oggettivo accettato da tutti, così come lo potranno essere le differenti valutazioni dei singoli che dalla misurazione dello stesso ne discendono, se ciò avviene nella massima trasparenza e correttezza. D’altronde, per evitare la deriva temuta e prospettata da Young, le società democratiche c.d. mature hanno creato, nel tempo e non senza battaglie sociali, gli antidoti al dominio elitario dei ceti abbienti, uno su tutti è indicato nella nostra Carta Costituzionale all’art. 34, comma 3: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, che si estrinseca concretamente in tante istituzioni e sussidi che aiutano i soggetti in difficoltà a non essere costretti ad abbandonare le loro attitudini professionali ed ambizioni personali[5].

Va detto però, che oltre all’importante contributo di Young, il criterio del merito/meritocrazia, come pilastro oggettivo del meccanismo valutativo applicabile ai più svariati settori, improntato alla giustizia ed all’uguaglianza sociale, si fa risalire addirittura a Confucio (551-479 a.C.). Infatti, anche se principi del confucianesimo sono tali e tanti che rendono la relativa dottrina molto articolata, ma uno dei principi fondanti, introdotti dal più eminente maestro e influente filosofo della storia cinese, è proprio quello dell’eminenza basata esclusivamente sul merito.

Tant’è che in linea con la generale visione di Confucio, che si fondava sui principi di un’etica – sia individuale che sociale – improntata al senso di rettitudine e giustizia, all’armonia nelle relazioni sociali, cristallizzate secondo precise norme etiche e rituali tramandate dalla tradizione culturale dell’antichità, sono effettivamente le capacità e le abilità personali, acquisite nel tempo, e non i diritti/privilegi connessi all’essere nato in una famiglia benestante, a prospettare la buona riuscita di un uomo al comando. Il merito, sempre secondo Confucio, non può prescindere dall’apprendimento e dallo studio, che per secoli restò legato agli stessi testi confuciani. Infatti, ad eccezione di alcune cariche più elevate che erano una prerogativa dei componenti della famiglia imperiale, l’accesso ai ruoli dell’apparato burocratico dell’epoca si aveva solo per meriti.

Inoltre, sul merito si soffermò anche un altro antico e ben noto autore cinese, Han Feizi (280-233 a.C.), filosofo, intellettuale e studioso della vita politica del tempo, le cui idee sono raccolte nell’opera omonima composta da cinquantacinque capitoli, in cui è racchiuso il suo pensiero circa gli eterni problemi delle dinamiche politiche. Han Feizi si esprime, tra l’altro, sulla funzione politica del sovrano ed il rapporto con la legge, ritenendo quest’ultima la soluzione precipua ai problemi del primo, in quanto essa non ha dei sentimenti. Proprio nel mentre spiega tale rapporto, fa cenno al merito che deve guidare le scelte del sovrano, la cui neutralità è garantita dall’applicazione della legge generale ed astratta che, per ciò solo, si mostra priva di ogni individualità[6]. Infatti, anche Feizi afferma che riconoscimenti e punizioni si devono applicare esclusivamente per meriti oggettivi, facendo riferimento ad un regolamento insensibile rispetto a qualunque altra considerazione che non sia appunto quella meritocratica: “I sovrani intelligenti applicherebbero la legge e non i propri gusti personali per scegliere i loro sottoposti, tralasciando qualunque soggettività e utilizzando norme oggettive che chiariscano chi abbia acquistato meriti reali per il bene della Nazione”. E a tal ultimo proposito scriveva: “Chiarire leggi e statuti vietando l’apprendimento letterario e concentrarsi sui servizi meritori sopprimendo i vantaggi privati, sono benefici pubblici”. Ma anche Feizi si chiese quale metodo per valutare il merito, così che ideò il primo sistema di esami di servizio civile per i funzionari chiamati a far parte dell’apparato burocratico.

Altro autorevole riferimento alla meritocrazia si rinviene nel libro quinto dell’opera “Etica Nicomachea” di Aristotele (385-323 a.C.), nel quale il famoso filosofo greco richiama la nozione di merito all’interno della trattazione della dikaiosyne, la virtù della giustizia, ed in particolare, discettando di giustizia distributiva: “Il rapporto tra le cose deve essere lo stesso che quello tra le persone. Se queste, infatti, non sono uguali, non avranno cose uguali; ma le lotte e le recriminazioni è allora che sorgono: o quando persone uguali hanno o ricevono cose non uguali, o quando persone non uguali hanno o ricevono cose uguali. Questo risulta chiaro anche dal principio della distribuzione secondo il merito. Tutti, infatti, concordano che il giusto nelle distribuzioni deve essere conforme ad un certo merito, ma poi non tutti intendono il merito allo stesso modo”. Anche se Aristotele, discutendo delle cause della stasis (il conflitto civile) al principio del libro V della sua opera “La Politica”, riteneva che la “meritocrazia” alimenti un regime tendenzialmente oligarchico, perché conferisce autorità a chi già gode di un vantaggio. Concetto che ha recentemente ripreso il prof. Zamagni sulle pagine de “Il Corriere della sera”; egli scrive: “In buona sostanza, il pericolo serio insito nell’accettazione acritica della meritocrazia è lo scivolamento – come Aristotele aveva chiaramente intravisto – verso forme più o meno velate di tecnocrazia oligarchica. Una politica meritocratica contiene in sé i germi che portano, alla lunga, alla eutanasia del principio democratico”[7].

Ma ci si vuole soffermare, da ultimo, sul merito quale parte importante della visione utopica[8] di società come delineata nell’illuminato statuto disciplinante la vita della popolazione del Real sito Borbonico di San Leucio (Caserta) risalente al 1773 e ricondotto direttamente ad un’idea, un progetto del Sovrano Ferdinando IV. San Leucio, sito borbonico nato come luogo di riposo e colonia di caccia reale (come l’altro Real sito di Carditello), nel 1789 (ed a seguito della morte del principe ereditario Carlo Tito ivi avvenuta nel 1778, che portò i reali a non volervi soggiornare più), fu da Ferdinando IV oggetto di un cambiamento radicale che lo portò all’ampliamento e alla trasformazione in reggia-filanda della costruzione del Belvedere, per poi costruire tutto intorno un grande sito di filande tessili, una vera e propria “città-industria”, da popolare di operai, dando anche leggi, regolamenti di lavoro e norme di vita[9].

Una vera rivoluzionaria istituzione socio-economica, una piccola Città-Stato, considerata uno dei primi tentativi di socialismo di stampo illuminista/utopistica, anche se lo spirito che mosse Ferdinando era il suo paternalismo regale e la volontà di diffondere l’uguaglianza tra gli uomini[10].

Tralasciando le norme dettate per regolare tutte le vicende della vita degli operai, dal matrimonio all’educazione dei figli, i tanti diritti riconosciuti ai coloni, come quello all’abitazione, al lavoro e all’istruzione gratuita, la libera scelta del coniuge (garantita dal Sovrano), ci soffermiamo su un aspetto distintivo del lavoro, a cui tutti gli uomini e le donne si dovevano dedicare con dignità al fine di non cadere nell’ozio[11], il merito e le relative disposizioni previste nello statuto/codice delle Leggi[12], composto di 5 capitoli e 24 brevi paragrafi, redatto dall’intellettuale Antonio Planelli[13], anche se il Re ne fu l’ideatore nonché coautore.

Al paragrafo II – Il solo merito forma distinzione tra gl’ individui di S. Leucio. Perfetta uguaglianza nel vestire. Assoluto divieto contra del lusso, del Cap. II – Doveri positivi – dei Doveri generali, del citato Statuto, si legge: “Essendo voi dunque tutti Artisti, la legge che Io v’impongo, è quella di una perfetta uguaglianza. So, che ogni uomo è portato a distinguersi dagli altri; e che questa uguaglianza sembra non potersi sperare in tempi così contrari alla semplicità, ed alla natura. Ma so pure, che vana e dannevole quella distinzione, che procede dal lusso, e dal fasto; e che la vera distinzione sia quella, che deriva dal merito”. Dunque, il merito quale unica base per distinguersi l’uno dall’altro, in quanto nella comunità si professa un’insolita parità dei sessi e uguaglianza sociale tra gli individui, come si legge nel libro scritto dallo stesso Ferdinando IV nel 1789 dal titolo “Origine della popolazione di S. Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa”.

E così si continua nel paragrafo VI – Leggi per la buona educazione de’ Figli del Cap. II – Doveri positivi – dei Doveri particolari: I prezzi del lavoro d’ogni manifattura saranno fissi; ma il giovine, o la fanciulla apprendente salirà per gradi, e come anderà perfezionandosi nell’arte, sino al prezzo, che godesi da’ migliori artisti, nazionale e forestieri. Pervenuti a questo stato, se avran talento da portar la di loro opera ad un altro grado di maggior bellezza, e perfezione, si terran de’ concorsi; e quello, o quella, di cui il lavoro sarà più bello, più esatto, e più perfetto, avrà per premio il distintivo di una Medaglia d’argento, ed in qualche caso anche d’oro, che potrà portare in petto; ed in Chiesa avrà la privativa di sedere per ordine di anzianità nel Banco, che sarà chiamato Del Merito, che sarà situato unicamente per i giovani di tal fatta alla parte sinistra dell’Altare”.

La creatura sociale Ferdinandea, innovativa, valorosa e contrassegnata dalla nobiltà degli intenti, di San Leucio, non fu mai pienamente realizzata, a causa, prima, dell’arrivo di Napoleone in Italia, poi della nascita della Repubblica Partenopea nel 1799, fino al completo abbandono del progetto con l’arrivo dei Savoia, che vendettero l’intero complesso a privati.

Ma ciò che qui interessa è sicuramente l’ardita quanto precorritrice previsione di una società basata sul lavoro, nella quale sono eliminate le discriminazione sociali e le disuguaglianze fondate sulla razza, sulle origini, sul ceto, proprio attraverso il riconoscimento e la valutazione dell’impegno nel lavoro e del connesso merito, ai tempi però legato più ad un riconoscibile e collettivo apprezzamento sociale (medaglia da portare sul petto, posto a sedere in Chiesa) che, come oggi, ad un premio che si riverbera positivamente su un reddito più alto.

In conclusione, appare indiscutibile, nonostante le funeste proiezioni di Young sulla società meritocratica dai risvolti allarmanti – tra l’altro, stando a quanto evidenziato, non così interpretate da tutti – una congrua valorizzazione del merito, inteso come abilità personale, comprovata professionalità e qualificata competenza, non può che portare ad una diffusione di maggior efficienza ed efficacia di ogni azione che se ne serve nonché, facendone estesa applicazione, ad una società, nel suo complesso, migliore e più performante in tutti i vari settori che la animano (sociale, amministrativo, politico).

Ma se è vero che attualmente si è propensi a riconoscere al termine meritocrazia un’accezione positiva, è pur vero che ancora oggi si cerca un “metodo meritocratico” da utilizzare per addivenire ad una consociazione, un sistema, basato esclusivamente sui meriti individuali, dopo esser passati per l’uguaglianza delle pari opportunità, rilevabili e quindi tracciabili.

Si comprendono, dunque, le motivazioni per cui se ne è parlato tanto e, di certo, se ne continuerà a parlare ancora e sempre di più. Ciò, in particolar modo, se il merito viene concepito come il mezzo e non il fine, se allo stesso viene riconosciuto quel ruolo di amplificatore del benessere collettivo, di miglioramento sociale e pubblico e non solo di soddisfazione privata ed individuale. Ma è stato, or dunque, nel passato difficile da osservare, delineare, realizzare e riconoscere e parrebbe esserlo ancora oggi[14], in contesti sociali, economici, politici, istituzionali, culturali ed amministrativi totalmente mutati, ed a distanza di millenni, dai primi pensatori che si avventurarono lungo gli impervi aspetti di ciò che da secoli si cerca di ammantare in un involucro di concretezza al quale parrebbe sottrarsi, per assurgere ad una funzione simbolica, agitatoria ed ideologica, da ostentare alle masse per dimostrare loro che vi è l’intenzione, quanto mai meritevole, di puntare tutto sul merito e la meritocrazia.

 

Riferimenti

  • L. IEVA, “Fondamenti di meritocrazia”, Europa Edizioni, Roma, 2018;
  • R. ABRAVANEL, “Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto”, Garzanti Libri, Milano, 2008.

[1] Distopìa: s. f. [comp. di dis- e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi, equivale quindi ad utopia negativa (Treccani.it/vocabolario).

[2] Scriveva Young nel suo libro: “Il successo di queste riforme fu reso possibile dalla sempre maggiore efficienza dei metodi di selezione […] Ma quanto più largamente si riconobbe che le scuole migliori dovevano essere riservate ai più intelligenti, tanto maggiore si fece la pressione sugli psicologici scolastici perché migliorassero le loro tecniche. Essi furono all’altezza.”

[3] La formula della meritocrazia, pensata da Michael D. Young, è: M=IQ+E. Dove “M” sta per merito, “IQ” sta per quoziente di intelligenza ed “E” sta per sforzo, l’impegno. Scriveva Young: “Oggi ogni membro della meritocrazia ha un QI minimo certificato di 125 (i posti più alti sono stati riservati agli psicologi, ai sociologi e ai segretari generali di ministero dopo l’istituzione, nel 2018, del premio Crawley-Jay per coloro il cui punteggio supera 160)”.

[4] Lo stesso Young pubblicò un articolo sul “The Guardian” (Down with meritocracy, Friday 29 June 2001), in cui chiedeva con fermezza al primo ministro inglese Tony Blair, che spesso richiamava il suo libro per pontificare le proprie riforme meritocratiche, a non utilizzarlo più, chiarendo, contestualmente, una volta per tutte, che il suo linguaggio ironico, un avvertimento e l’intento di denunciare i pericoli profondi della piega meritocratica alla quale si stava assistendo in Gran Bretagna nel 1958, se questa davvero avesse avuto seguito.

Anche altri leader politici sono caduti nella medesima tentazione di dare una lettura positiva al lavoro di Young. Così come in Italia vi è Roger Abravanel, che nella sua narrazione di meritocrazia come motore di sviluppo, continua ad utilizzare Michael Young come fautore della meritocrazia, dichiarando solo qualche passaggio ambiguo nella sua analisi.

[5] Un caso molto attuale è la previsione, in riferimento alla situazione scolastica emergenziale venutasi a creare a causa del COVID-19, nei primissimi provvedimenti adottati dal Governo di fondi per mettere a disposizione degli studenti meno abbienti, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per la fruizione delle piattaforme e di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza, o di potenziare quelli già in dotazione, nel rispetto dei criteri di accessibilità per le persone con disabilità.

[6] Han Feizi è considerato il massimo ed ultimo esponente della “scuola legista” (făjiā).

[7] Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia di Scienze Sociali, su “Il corriere della sera” del 4.2.2020. Si può leggere l’articolo “Il merito? è frutto di talento e dell’impegno profuso” in versione integrale al seguente link: https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2020/02/il-merito…-%C3%A8-frutto-di-talento-e-dellimpegno-profuso-s.-zamagni-cds.pdf

[8] Utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia) da Treccani.it/vocabolario.

[9] R. DE FUSCO e F. SBANDI, “Un centro comunitario del ‘700 in Campania” in “COMUNITA’” n. 86 1961, pp. 56/65.

[10] A tal fine, ideò un sistema mutualistico d’assistenza, oltre la “casa degli infermi”, che rientrava nelle dirette cure del Sovrano, esisteva un fondo assistenziale detto “cassa di carità” per il sostentamento degli inabili e dei vecchi.

[11] “Sarà cura dei sopraddetti Seniori ancora d’invigilare rigidamente sul costume degl’individui della Società, sull’assidua applicazione al lavoro, e sull’esatto adempimento del proprio dovere di ciascuno. E trovando, che in ess’alligni qualche scostumato, qualche ozioso, o sfaticato, dopo averlo due volte seriamente ammonito, ne passeranno a me l’avviso, acciò possa mandarsi o in casa di correzione, o espellersi dalla Società, secondo le circostanze”.

[12] In versione integrale al seguente link: http://www.sanleucionline.it/storia/codice3-corpo.htm#%C2%A7%20II%20-%20Il%20solo%20merito%20forma%20distinzione%20tra%20gl’%20individui%20di%20S.%20Leucio.%20Perfetta%20uguaglianza%20nel%20vestire.%20Assoluto%20divieto%20contra%20del%20lusso

[13] Per un approfondimento sulla sua figura, si rimanda al seguente link: http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-planelli_(Dizionario-Biografico)/

[14] Giusto per citare un altro dei tanti studiosi che hanno contribuito e ancora oggi alimentano la sterminata letteratura sul tema, si ricorda il filosofo statunitense John Bordley Rawls (1921 – 2002) che nelle sue opere: Una teoria della giustizia (1971) e Giustizia come equità, Saggi (1951-1969), afferma che non bisogna fare affidamento sul merito per una politica di giustizia sociale. Perché è difficile spiegare con precisione che cosa si debba intendere veramente e concretamente per merito, proprio perché appare impossibile stabilire con certezza il giusto rapporto tra capacità/abilità personali e condizioni sociali.

(A cura di Silvio Quinzone)


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
a cura del Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. Via Padova, 5 – 20025 Legnano (MI) – C.F. 92044830153 – ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013
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Il giorno 20 dicembre 2019 è stata depositata l’ennesima sentenza – in questo caso della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia – riguardante lo spinoso tema del rimborso della c.d. “Euroritenuta”. Trattasi del rimborso che dovrebbe spettare ai soggetti che, aderendo al regime della “Voluntary Disclosure”, come nel caso in esame, subiscono una vera e propria doppia imposizione del reddito di capitale considerato. Il giudice del gravame rimane fermo nelle convinzioni che, progressivamente, si stanno diffondendo in ambito giurisprudenziale, accordando la tutela al Contribuente, leso nei suoi diritti da un’ipotesi di doppia imposizione.

 

Premessa

Nel caso di specie, il Contribuente aveva impugnato, dinanzi al giudice di prime cure, il diniego tacito dall’Agenzia delle Entrate “avente ad oggetto il rimborso delle somme versate quali euroritenute in Svizzera”.

Nello specifico, il Contribuente, aderente al regime della “Voluntary Disclosureex D.Lgs. 15 dicembre 2014, n. 186, sosteneva di aver subito congiuntamente e sulla base della medesima base imponibile il prelievo erariale svizzero (i.e., Euroritenuta alla fonte) ed italiano (i.e., imposte dovute sulla base della disclosure citata).

Tale doppia imposizione sarebbe vietata sia dall’art. 14 della Direttiva 2003/48/CE, istitutiva dell’Euroritenuta, sia dalla Convenzione contro le doppie imposizioni stipulata tra l’Italia e la Confederazione Elvetica.

L’Agenzia delle Entrate, di contro, asseriva che, nel caso di specie, non sarebbe stato possibile attribuire il credito d’imposta per le ritenuta subita all’estero, poiché l’art. 165 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), fonte di riferimento, prevede espressamente che per il riconoscimento del credito di imposta estero, deve essere presentata dichiarazione dei redditi in Italia.

 

Le conclusioni della CTR Lombardia

La Commissione, riprendendo quanto stabilito dal giudice di prime cure, ha dichiarato che, seppure non sia applicabile al caso di specie a causa delle sue peculiarità, il meccanismo di compensazione e/o rimborso ex art. 165 TUIR (previsto per le componenti che concorrono a formare direttamente il reddito non assoggettate a regimi impositivi) e il mancato riconoscimento del medesimo da parte dell’Agenzia delle Entrate rappresenta una vera e propria doppia imposizione che viola quanto previsto dall’art. 14 della Direttiva istitutiva dell’Euroritenuta, di cui si riporta letteralmente il testo: “Lo Stato membro di residenza fiscale del beneficiario effettivo assicura, a norma dei seguenti paragrafi 2 e 3, l’eliminazione di tutte le doppie imposizioni che potrebbero derivare dall’applicazione della ritenuta alla fonte di cui all’articolo 11”. Pertanto, il meccanismo del credito d’imposta, quale strumento risolutore delle doppie imposizioni che l’Italia ha deciso di adottare, deve essere sostituito da un rimborso completo del valore delle ritenute alla fonte subite all’estero, in forza del principio di preminenza del diritto UE rispetto a quello interno.

Il fatto che il reddito non sia stato indicato in dichiarazione dal Contribuente, quale presupposto per l’attribuzione del credito d’imposta ex art. 165 TUIR, non può fungere da giustificativo per la mancata eliminazione della doppia imposizione; inoltre, il meccanismo stesso dell’Euroritenuta, che trasforma in sostituti d’imposta gli Stati nei quali sono detenute le consistenze finanziarie, è stato introdotto in determinati contesti proprio per evitare la doppia imposizione sul medesimo imponibile.

Nel ribadire ciò, si fa stretto riferimento anche alla circolare 20 luglio 2017, n. 21/E dell’Agenzia delle Entrate, nella quale si evidenzia che “il credito di imposta pagata all’estero benché non menzionato in dichiarazione, può, secondo la stessa circolare dell’Amministrazione finanziaria, essere riconosciuto anche in caso di “ravvedimento operoso lungo” e pure in presenza di contestazioni da parte del Fisco”.

Sembra, dunque, che la stessa Agenzia delle Entrate, in un precedente documento di prassi, abbia condiviso la tesi avanzata ora in giudizio dalla controparte, in forza di un più generale principio di cooperazione che sempre più permea i rapporti tra l’Amministrazione finanziaria e il Contribuente.

In conclusione, l’accoglimento dell’istanza del Contribuente sancisce l’ennesima “sconfitta” per l’Agenzia delle Entrate, forse fin troppo affezionata al tenore letterale di una norma di rango nazionale che, secondo il diritto europeo ed internazionale, perde di efficacia nei confronti di fonti aventi portata superiore.

(A cura di Rocco Pietro Di Vizio)


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Quest‘anno, il 20 maggio, lo statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300) ha compiuto 50 anni, con tutto il peso storico e giuridico che ne caratterizza il contenuto, in tema di libertà sindacali e disciplina della contrattazione collettiva, dal periodo corporativo fino a quello attuale. Vorrei esporre alcune considerazioni su questo ultimo aspetto, nella sua evoluzione dalle previsioni costituzionali ad oggi.

L‘art. 39 della Costituzione dispone quanto segue [sottolineature: n.d.r.]:

“L’organizzazione sindacale è libera.

Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.

È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.

I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

A questa norma, per la parte riguardante i sindacati e la loro registrazione, non è stata data mai attuazione.

Con la nascita della Repubblica Italiana, nell’art. 39 della Costituzione fu introdotto il principio che la disciplina dei rapporti di lavoro potesse essere regolata da contratti collettivi stipulati a livello nazionale; la loro vincolatività erga omnes (cioè anche per i non iscritti alle organizzazioni sindacali), però, è stata subordinata ad una forma di riconoscimento giuridico  – che doveva passare attraverso la registrazione – che non è mai stata attivata

La funzione del CCNL di dettare dei minimi economici e normativi validi per tutti i lavoratori di un certo settore è garantita, in quasi tutti gli ordinamenti giuridici, da specifiche disposizioni, incentrate su procedure volte a estendere l‘efficacia del CCNL a tutti i soggetti (datori di lavoro e lavoratori) operanti in un dato settore.

Invero, la norma costituzionale dell‘articolo 39, con tutto il suo corredo di previsioni mirate ad avviare un percorso di estensione generale della portata ed efficacia dei contratti collettivi, è rimasta priva di seguito ed  attuazione per la resistenza delle stesse organizzazioni sindacali, le quali temevano, nel clima politico ed economico del secondo dopoguerra, che la procedura di registrazione prevista dall’art. 39 consentisse allo Stato un eccessivo controllo sulla loro attività. In particolare, l’obbligo di registrazione avrebbe comportato l’accettazione di un organo amministrativo che verificasse nel tempo che tanto gli statuti quanto la loro concreta attuazione rispettassero l’obbligo di avere un ordinamento interno democratico. La motivazione, all‘evidenza, non regge ad una analisi critica, storica e, soprattutto, legale, per l‘evidente ragione che l‘unica conseguenza importante della mancata registrazione era la negazione dell‘efficacia generalizzata dei contratti collettivi.

La Costituzione ha posto un limite minimo, quello della base democratica, che ha come primo presupposto l’elettività, a fronte di una norma che conferisce agli accordi contrattuali un notevole potere, quello dell’efficacia di legge ordinaria a due parti sociali. Ciò che in realtà le associazioni non tolleravano – e non tollerano tutt‘ora – è la possibilità, anche minima, di una ingerenza dello Stato, sulla base di controlli dei principi e degli assetti organizzativi, nonché sulla connessa pubblicità delle generalità dei soggetti iscritti.

Di conseguenza, l’unico CCNL che le parti collettive possono oggi elaborare è un contratto atipico (art. 1322 c.c.) disciplinato dalle norme sui contratti in generale (art. 1321 c.c.). Le norme collettive trovano pertanto applicazione, quantomeno in linea di stretto diritto, nei confronti dei soli iscritti alle associazioni sindacali (dei lavoratori e datori di lavoro) che hanno stipulato il contratto. In questo senso si parla spesso di contratto collettivo “di diritto comune”. L’assenza di una disciplina specifica ha causato non pochi inconvenienti, della cui soluzione si è fatta storicamente carico in massima parte la giurisprudenza, che ha creato una prassi applicativa/interpretativa, incentrata sul disposto integrato dell‘art. 36 Cost. e dell‘art. 2099 c.c., mirata ad ottenere, in via giudiziale, l‘estensione dell‘efficacia dei contratti collettivi sulla base della enucleazione di un diritto del lavoratore ad una retribuzione sufficiente e proporzionata, costituita dai minimi sindacali retributivi della sola paga base.

Per la restante parte, con tutte le previsioni contenute di carattere normativo economico, il contratto collettivo ha efficacia soltanto per aziende e lavoratori che siano iscritti alle associazioni stipulanti, o, alternativamente, in caso di riferimento e/o richiamo ad esso nel contratto di assunzione o, ancora, sulla base dell‘applicazione di fatto a tutti i dipendenti da parte dell‘azienda. La conseguenza, tra le tante, è una proliferazione di contratti collettivi per singoli settori economici/produttivi, alla continua ricerca di adattamenti e corse al ribasso dei salari, che porta ad un panorama di più di 900 contratti, generando un vera e propria giungla  in una situazione che può definirsi grottesca, se non fosse lo specchio di una ricerca infinita di taglio dei salari.

(A cura di Pasquale Dui)


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Abstract

Il 17 febbraio 2020 si è conclusa la consultazione pubblica, indetta dall’Agenzia delle Entrate, volta ad “acquisire le osservazioni di operatori economici, ordini professionali ed esperti sullo schema di circolare contenente chiarimenti e soluzioni interpretative sulle nuove modalità di fruizione dell’agevolazione prevista dal regime Patent box a seguito delle novità contenute nell’art. 4 del D.L. n. 34/2019 (c.d. Decreto Crescita)”. Il comunicato riportato si riferisce alle modifiche attuate dal c.d. “Decreto Crescita” in materia di determinazione del beneficio Patent Box. Tale schema di circolare riporta interessanti esplicazioni per quanto concerne, in particolare, il set documentale richiesto ai fini della “penalty protection”.

Premessa

Lo schema di circolare dell’Agenzia delle Entrate, sottoposto a consultazione pubblica nel periodo compreso tra il 10 e il 17 febbraio 2020, fornisce chiarimenti in merito alle modifiche contenute nell’art. 4 del D.L. 30 aprile 2019, n. 34 (c.d. “Decreto Crescita”). Tale norma introduce la possibilità di “autoliquidare” il beneficio previsto dalla disciplina del Patent Box e, nello specifico, di “determinare in maniera autonoma e indicare direttamente in dichiarazione l’agevolazione spettante previo possesso di una documentazione specifica che attesti e dia forza probante a quanto calcolato liberamente.

Risultano essere di particolare interesse, ai fini del seguente resoconto, i chiarimenti in materia di “idonea documentazione”, le cui regole di articolazione sono state sinteticamente fornite, in origine, dal Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 30 luglio 2019, n. 658445.

I chiarimenti dell’Agenzia sulla “Patent Box Documentation”

La c.d. “Patent Box documentation” (da ora in poi PB Doc) è suddivisa in due sezioni: A e B.

La sezione A contiene, come mostrato dalla circolare in esame, “elementi conoscitivi necessari per comprendere il contesto organizzativo, funzionale e di rischio del Contribuente, con un focus particolare sui fattori generatori di valore e, quindi, sulle funzioni aziendali coinvolte nella gestione e nell’utilizzo dei beni immateriali oggetto di richiesta agevolativa”.

Tali informazioni risultano di notevole importanza per i verificatori nell’attuazione dell’attività istruttoria, permettendo ad essi di comprenderne l’“apparato” antistante la produzione del bene immateriale.

Appare doveroso specificare che l’onere documentale non riguarda l’intero contesto organizzativo, funzionale e di rischio del Contribuente, ma solo quanto strettamente legato alla produzione dei beni immateriali, così come ribadito dalla predetta circolare con focus sulle operazioni infragruppo: “l’onere informativo relativo alle operazioni con le imprese associate è limitato alle sole operazioni che coinvolgono, anche indirettamente, i beni agevolabili e come tali in grado di avere un effetto sulla determinazione del contributo economico”.

Ulteriore chiarimento attinente la sezione A riguarda l’apposizione della marca temporale, la quale, in relazione alla “[…] documentazione attestante la sussistenza dei requisiti di agevolabilità richiesti dalla disciplina […]” è obbligatoria, mentre, al contrario, in relazione alla “documentazione attestante lo svolgimento delle attività di ricerca e sviluppo” non lo è, non costituendo, quest’ultima, parte integrante della documentazione idonea.

La sezione B, da ultimo, contiene “informazioni di tipo contabile e fiscale necessarie per consentire il riscontro della corretta quantificazione del beneficio espresso come variazione in diminuzione nei modelli dichiarativi”.

In questa sezione è forte il riferimento ad alcuni dei metodi utilizzati per la determinazione dei prezzi di trasferimento, estesi anche alla disciplina del Patent Box, ossia: Comparable Uncontrolled Price Method (c.d. CUP) e Residual profit split method (c.d. RPSM).

In tale frangente viene posta enfasi sulla distinzione tra utilizzo diretto e indiretto del bene immateriale oggetto di agevolazione; pertanto, a seconda dell’utilizzo e del metodo considerato, dovranno essere sfruttati differenti dati e modalità di calcolo.

Fatta questa doverosa premessa, la circolare si limita a fare stretto riferimento al succitato Provvedimento n. 658445/2019 (in cui sono specificamente descritte le parti in cui ciascuna sezione si deve articolare) e alla circolare dell’Agenzia delle Entrate del 7 aprile 2016, n. 11/E (in cui sono forniti i primi chiarimenti in materia di Patent Box).

In sintesi:

  • nel caso di utilizzo diretto del bene immateriale, nell’ambito del metodo CUP, il Contribuente deve “determinare la c.d. ‘royalty implicita’ sul bene immateriale, incorporata nel prezzo di vendita del bene materiale ceduto e del servizio prestato”;
  • nel caso di utilizzo indiretto, sempre nell’ambito del metodo CUP, il Contribuente deve indicare analiticamente i canoni derivanti dalla concessione del bene immateriale;
  • nell’ambito del metodo RPSM, invece, non viene evidenziata la distinzione tra utilizzo diretto e indiretto, ma si specifica che il Contribuente deve “porre particolare attenzione nel delineare correttamente il perimetro del Patent box, all’interno del complessivo reddito di impresa, descrivendo opportunamente i criteri adottati nel processo”.

Per ciascuna delle descrizioni sinteticamente rese viene fatto stretto riferimento a quanto indicato specificamente nel Provvedimento anzidetto che deve essere utilizzato come “bussola” di riferimento da tutti i professionisti che sono chiamati a predisporre la PB Doc.

(A cura di Rocco Pietro Di Vizio)


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(A cura di Vito de Sandi)

Premessa, estratto

Molte volte vi sarà capitato di provare ristoranti, generalmente giapponesi, che offrono menù “all you can eat” (cioè ristoranti che offrono la possibilità di ordinare senza limiti ad un prezzo fisso, spesso 15,99 o 20,99) e in altrettante occasioni, almeno se siete come il sottoscritto, vi sarà capitato di uscirne satolli, almeno più che in un normale ristorante. Questo breve elaborato si preoccupa di comprendere le ragioni economiche del perché generalmente il nostro consumo nei ristoranti con formula all you can eat è maggiore rispetto ai ristoranti á la carte o detto altrimenti, perché all’ all you can eat spesso mangiamo oltre il nostro livello di sazietà. Il lavoro ci permette di calcolare, inoltre, il nostro consumo ottimale. L’analisi risulta valida limitatamente alle scelte nel brevissimo periodo, il tempo di una cena fuori.

Á la carte

Ipotizziamo di trovarci in un ristorante giapponese che non offre la formula all you can eat (quindi paghiamo per ciò che ordiniamo), lo stesso offre un grande varietà di prodotti ad un prezzo pressoché identico. Quanto ordiniamo? Osserviamo la situazione graficamente. Cominciamo osservando la figura 1.

È pacifico affermare che il consumo di prodotti ci procura piacere che possiamo chiamare utilità. Nel nostro caso ingerire sushi genera per noi benessere , soddisfazione, utilità. Possiamo immaginare che più sushi mangiamo più utilità ci procura. Quindi l’utilità (U) è funzione crescente rispetto alla quantità di sushi (Q). Però se ci pensiamo bene il beneficio che ci procura il primo nigiri (una particolare tipologia di sushi) è sicuramente maggiore rispetto al 20° pezzo. Matematicamente questo significa che la nostra funzione U(Q) è concava, ovvero che l’U aumenta all’aumentare di Q ma in misura sempre inferiore. Evidentemente la curva parte dall’origine in corrispondenza di un consumo pari a 0 e un’ utilità 0. Inoltre, la funzione raggiunge sicuramente un livello per cui un aumento ulteriore di consumo non incrementa più l’utilità, cioè arriva un punto in cui non possiamo mangiare più se non vogliamo sopportare ripercussioni negative sulla salute, chiamiamo questo punto S, di massima sazietà . Oltre S un nigiri in più riduce la nostra utilità. Passiamo al secondo grafico.

Acquistare prodotti ha un costo, così come ordinare altri pezzi di sushi. Chiamiamo C il costo che dobbiamo sopportare per acquistare del sushi. Maggiore è la quantità che acquistiamo maggiore il costo. Infatti, la funzione che lega il costo alla quantità acquistata è crescente e lineare anche dopo il punto di sazietà massima S. In corrispondenza di una quantità acquistata pari a 0 il costo sarà nullo (se non mangiamo niente non paghiamo).

 

Quanto dovremmo mangiare?

Nella nostra situazione la risposta è semplice. Dobbiamo ordinare pezzi di sushi finché il beneficio o utilità derivate da un nigiri in più eguaglia il costo dello stesso, economicamente finché l’utilità marginale derivante dall’ultima unità consumata eguaglia il costo marginale di quell’ultima unità. Possiamo rappresentare la situazione.

Il grafico mostra sull’asse delle ordinate il costo marginale (C’) per un’ unità in più di consumo e anche l’utilità marginale (U’). Sull’asse delle ascisse la quantità (Q) del bene consumato, il sushi.

Vediamo che la funzione di utilità marginale (U’(Q)) risulta decrescente perché come sappiamo l’utilità di una unità in più è positiva ma via via decrescente. Raggiunge l’asse delle ascisse in L (massima sazietà), punto in cui un’ unità in più di sushi riduce l’utilità.

La funzione di costo marginale (C’(Q)) è lineare e parallela all’asse delle ascisse perché intuitivamente il costo di un pezzo di sushi in più è sempre il medesimo, cioè il prezzo di quel pezzo.

L’equilibrio, come abbiamo detto, viene raggiunto quando il C’ = U’, ovvero in corrispondenza del punto di intersezione tra le due curve. Come vediamo il punto di equilibrio corrisponde ad un consumo pari a Q* inferiore alla sazietà massima L, quindi non rischiamo di stare male una volta finita la cena.

All you can eat

In questa seconda situazione, ipotizziamo di trovarci in un ristorante con formula all you can eat. Il ristorante permette di consumare tutto ciò che desideriamo ad un prezzo fisso (P). Come nel paragrafo precedente analizziamo economicamente la nostra situazione.

                                             

Esattamente come in un ristorante á la carte, la nostra funzione di utilità, che lega il benessere derivante dal sushi alla quantità consumata (U(Q)), parte da 0 per un consumo pari a 0, cresce all’aumentare di Q fino a raggiungere il massimo in S (punto di massima sazietà). A destra di S il consumo aggiuntivo riduce la nostra utilità. L’analisi quindi risulta pressoché la medesima della situazione descritta precedentemente. Diversa è invece la funzione di costo, in questo caso sempre pari a P, perché  all’ all you can eat paghiamo sempre un prezzo fisso. Ciò significa che la funzione di costo è una retta parallela all’asse delle ascisse.

Quanto dovremmo mangiare?

Anche in questo caso dobbiamo mangiare finché il beneficio derivante da un pezzo in più di sushi ne eguaglia il costo. Ovvero finché il beneficio marginale uguaglia il costo marginale. Ma i risultati ora cambiano. Osserviamo il grafico.

La curva dell’utilità marginale U’(Q) è la medesima dell’esempio precedente: decrescente fino L, sintomo dell’inclinazione della funzione di utilità U(Q) del grafico su osservato. Più interessante è la funzione del costo marginale C’(Q) che è pari a 0 per ogni livello di consumo (Q). Se ci pensiamo il costo di ordinare un pezzo di sushi in più è sempre pari a zero, perché già abbiamo pagato un prezzo iniziale invariabile. Quindi la nostra funzione C’(Q) coincide con l’asse delle ascisse. Tutto questo implica un equilibrio in L, il punto di massima sazietà.

Conclusione

Possiamo in conclusione verificare che generalmente il consumo ottimo con la formula all you can eat, pari a L, risulta maggiore rispetto ad un ristorante á la carte in cui è pari a Q*< L. Abbiamo inoltre scoperto che questo punto ottimo L rappresenta la massima sazietà, quindi lo raggiungiamo quando siamo completamente pieni. Per cui non dobbiamo più sorprenderci del nostro maggior consumo in ristoranti con formula all you can eat, ne dobbiamo sentirci in colpa se mangiamo di più, dal momento che è la teoria economica che lo prescrive. L’importante è fare attenzione a non superare il punto L, il che porterebbe ad una pessima conclusione della cena.


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
a cura del Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. Via Padova, 5 – 20025 Legnano (MI) – C.F. 92044830153 – ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013
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Con il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, datato 14 maggio 2020, ed il bando in materia di “concessione di agevolazioni alle imprese per favorire la registrazione di marchi dell’unione europea e internazionali – marchi+3”, realizzato dal medesimo Ministero, si prevedono misure agevolative rivolte a tutte quelle imprese dallo spiccato carattere innovativo. Tali misure hanno il medesimo obiettivo, ossia, la valorizzazione del patrimonio tecnologico e intangibile italiano, frutto dell’attività di ricerca e sviluppo condotta dalle imprese e dalle start-up innovative italiane.

 

  1. Premessa

Nel presente contributo s’intende brevemente descrivere due misure agevolative introdotte di recente nel sistema nazionale delle agevolazioni, vale a dire:

  • il c.d. “Voucher 3I” a sostegno dei brevetti, previsto dal Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (da ora in avanti, “MiSE”), datato 14 maggio 2020, in attuazione di quanto previsto dal c.d. “L. Crescita”, e
  • il programma di agevolazioni alle imprese per favorire la registrazione di marchi dell’Unione Europea e internazionali (c.d. “Bando Marchi+3”) rifinanziato dal MiSE – Direzione Generale per la Tutela della Proprietà Industriale – Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, con l’avviso nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana 3 dicembre 2018, n. 281.

 

  1. Il “Voucher 3I

Il “Voucher 3I” si rivolge alle sole “start-up innovative[1] ed è finalizzato a finanziare i costi sostenuti da queste ultime per “l’acquisizione di servizi di consulenza, esclusivamente erogati dai fornitori dei servizi, necessari a valorizzare e tutelare in Italia e all’estero i propri processi di innovazione tramite un brevetto per invenzione industriale”.

Nel concreto, l’incentivo consiste nel rilascio di un voucher a copertura delle seguenti spese legate all’attività di brevettazione:

  • verifica della brevettabilità dell’invenzione ed effettuazione delle ricerche di anteriorità preventive al deposito della domanda di brevetto (Euro 2.000, oltre IVA e oneri di legge);
  • stesura della domanda di brevetto e deposito della stessa presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi (Euro 4.000, oltre IVA e oneri di legge);
  • deposito all’estero di una domanda che rivendica la priorità di una precedente domanda nazionale di brevetto (Euro 6.000, oltre IVA e oneri di legge).

I servizi possono essere forniti esclusivamente dai consulenti in proprietà industriale e avvocati, iscritti negli appositi elenchi predisposti e gestiti dall’Ordine dei consulenti in proprietà industriale e dal Consiglio nazionale forense.

Per quanto riguarda la presentazione della domanda, essa deve avvenire on-line, nel rispetto del seguente iter:

  • registrazione al sito di Invitalia[2] mediante una e-mail ordinaria e;
  • accesso alla sezione riservata per la compilazione della domanda on-line e l’ottenimento dei moduli da allegare.

Da ultimo, è necessario disporre di una firma digitale e di un indirizzo di posta elettronica certificata (“PEC”).

 

  1. Il “Bando Marchi+3

Il “Bando Marchi+3” si sostanzia in un programma volto a favorire la registrazione di marchi dell’Unione Europea ed internazionali.

L’obiettivo è quello di favorire “le imprese di micro, piccola e media dimensione” mediante due misure agevolative differenti:

  • Misura A: agevolazioni per favorire la registrazione di marchi dell’Unione Europea presso l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (“EUIPO”), attraverso l’acquisto di servizi specialistici e;
  • Misura B: agevolazioni per favorire la registrazione di marchi internazionali presso l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (“OMPI”), attraverso l’acquisto di servizi specialistici.

In entrambi i casi (distinguendo tra marchi UE e internazionali), richiamando il testo del Bando, l’impresa può richiedere un’agevolazione per le spese sostenute in sede di:

  • progettazione del marchio;
  • assistenza per il deposito;
  • ricerche di anteriorità;
  • assistenza legale per azioni di tutela del marchio; e
  • tasse di deposito presso EUIPO.

L’agevolazione è concessa nel limite dell’80% (90% per USA o CINA) delle “spese ammissibili sostenute e nel rispetto degli importi massimi previsti per ciascuna tipologia di servizio”. In altre parole, a seconda della tipologia di attività considerata, è indicato all’interno del Bando (in una tabella apposita) l’importo massimo erogabile.

Per accedere all’agevolazione è necessario, a pena di inammissibilità:

  • compilare il modello fornito on-line[3], e
  • inviare la domanda[4].
  1. Riferimenti utili

Nel corso del contributo informativo sono stati indicati i “punti salienti” della disciplina, al fine di trasmettere l’importanza di alcune agevolazioni che sarebbe inopportuno trascurare.

Al fine di integrare quanto sinteticamente esposto, si riportano di seguito i riferimenti sitografici alle fonti in cui sono descritti tutti i particolari:

  • Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (“MiSE”) del 14 maggio 2020 avente ad oggetto il Voucher 3I, [file doctype: pdf]:

file:///C:/Users/Rocco/Downloads/Decreto_Voucher_3I_maggio_2020.pdf e;

  • Programma di agevolazioni alle imprese per favorire la registrazione di marchi dell’Unione Europea e internazionali (cd Bando Marchi+3), [file doctype: pdf]:

In conclusione, al fine di agevolare i soggetti interessati alle predette misure, si segnala che lo Studio Legale Melillo & Partners, con il supporto del network ad Esso correlato, di cui lo scrivente fa parte in qualità di consulente, è specializzato nella gestione delle differenti pratiche ed adempimenti scaturenti dalla disciplina sopra analizzata.

Per maggiori informazioni si riportano i contatti utili:

[1] Per approfondimenti sul punto si rimanda al seguente link: https://www.invitalia.it/cosa-facciamo/rafforziamo-le-imprese/voucher-3i/a-chi-si-rivolge

[2] https://www.invitalia.it/come-funzionano-gli-incentivi/registrazione

[3] La compilazione del form on-line consentirà l’attribuzione del numero di protocollo, che dovrà essere riportato nella domanda di agevolazione. Il form on-line è disponibile sul sito www.marchipiu3.it fino ad esaurimento delle risorse disponibili.

[4] Le imprese devono presentare la domanda per l’agevolazione entro cinque giorni dalla data del protocollo assegnato mediante compilazione del form on-line, esclusivamente attraverso Posta Elettronica certificata (“PEC”), al seguente indirizzo: marchipiu3@legalmail.it. Si assume, quale data di presentazione, la data di ricezione, a mezzo PEC, della domanda di agevolazione.

(A cura di Claudio Melillo in collaborazione con Rocco Pietro Di Vizio e Manuel Quattrocchi)


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ABSTRACT

Il mercato del lavoro, in particolare nei settori economico-giuridici, ha subito un’evoluzione parallela a quella caratterizzante l’essere umano; invero, il sorgere di nuove esigenze sociali, frutto di nuove e maggiori interazioni regolate da normative specifiche, sta richiedendo forme sempre più specializzate di intervento.

Possedere una preparazione generale su molti fronti sta non corrisponde più alle esigenze del sistema economico e la specializzazione verticale sta assumendo grande rilevanza. La “sopravvivenza” nel mondo del lavoro sembra ancorarsi a questo nuovo canone e riguarderà coloro che sapranno adattarsi ad un “ambiente” in continuo sviluppo.

 

Il concetto di “specializzazione” nell’avvocatura

Il concetto di specializzazione viene posto in evidenza nell’ambito forense dal Decreto del Ministro della Giustizia del 2015, n. 144, modificato a seguito della sentenza del Consiglio di Stato, Sez IV, n. 5575/2017 che lo ha ritenuto illegittimo per quanto riguarda alcune sue disposizioni.

Le modifiche al citato decreto sono state promosse dalla medesima Corte, la quale, nel parere n. 03185/2019, ha sostenuto che “[…] l’intervento regolamentare in esame si giustifica, dunque, in ragione di un evidente fallimento del mercato dei servizi legali dove l’asimmetria informativa tra professionisti e clienti si traduce spesso in fenomeni di selezione avversa. La specializzazione ed un’adeguata organizzazione del coordinamento tra le diverse specializzazioni tra studi legali dovrebbe contribuire ad aumentare la qualità dell’offerta, riducendo gli effetti negativi dell’asimmetria informativa anche attraverso l’uso di tecnologie dirette alla semplificazione […]”.

Sono state, quindi, previste una serie di categorie in cui è possibile essere riconosciuti come specialisti a seguito dell’esperienza e della formazione maturata nell’ambito di riferimento. Il concetto chiave, dunque, si fonda sull’espressione “competenze specialistiche”; queste devono caratterizzare ciascun professionista in un momento storico in cui le problematiche lamentate dalla clientela sono “multiformi”, ossia, riguardano sempre più spesso tematiche complesse e allo stesso tempo interconnesse tra loro.

 

L’integrazione delle competenze quale risposta ai bisogni del cliente

Una volta maturate le competenze specialistiche distintive in un determinato settore, risulta necessario integrarle in un sistema che permetta di utilizzarle per soddisfare le molteplici richieste della clientela, sempre più esigente. Oggi la clientela ricerca sempre più professionisti specializzati in determinate materie, in grado di risolvere con professionalità ogni tipo di problematica, ancorché complessa e multidisciplinare.

Le questioni sottoposte dal cliente, tuttavia, presentano spesso numerose sfaccettature e richiedono, per una loro attenta soluzione, il ricorso a differenti competenze e discipline che, in virtù di quanto sopra riportato, difficilmente (o se non altro raramente con estrema qualità) possono concentrarsi in capo ad uno stesso professionista.

La specializzazione, quindi, deve essere accostata all’integrazione delle competenze distintive di cui ciascun professionista è dotato; considerando, per esempio, il settore giuridico, è possibile riscontrare numerosi collegamenti tra materie che, a primo impatto, sembrano tra loro poco affini.

La “chiave di volta” sta proprio nel confronto interdisciplinare tra differenti professionisti specializzati che devono rispondere in maniera puntuale allo specifico quesito del cliente.

L’iter che conduce ad una risoluzione efficace del problema prospettato parte dalla scomposizione dello stesso in tutte le materie e competenze richieste per la sua soluzione.

Quest’ultima sarà frutto del coinvolgimento di diversi professionisti specializzati, pronti a collaborare per risolvere il problema senza lasciare nulla al caso.

In questo modo si garantisce al cliente una risposta specialistica e si evita il rischio che un professionista sia costretto a fornire soluzioni su cui ha scarsa o addirittura nessuna esperienza e competenza.

 

Il networking: strumento perfetto per la multidisciplinarietà

Si è compreso che la scomposizione di un problema complesso presentato dal cliente in problemi più semplici richiede il coinvolgimento di diverse competenze specialistiche e la conseguente individuazione di professionisti specializzati idonei ad affrontarli.

Si tratta di uno step necessario per lo sviluppo della “consulenza del nuovo millennio”.

Ultimo tassello da considerare ed analizzare riguarda le “modalità” con cui è possibile aggregare un cospicuo numero di professionisti specializzati in differenti segmenti di discipline, senza che vi siano problemi legati, per esempio, alla sovrapposizione degli stessi ed alla conseguente concorrenza tra specialisti.

Lo strumento che ben si sposa con questo fine è il networking”, ossia, la possibilità di generare, su scala nazionale e globale, una rete di professionisti in possesso di competenze specialistiche e complementari che, con l’ausilio delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione, possa rispondere celermente alle esigenze di qualunque tipo di cliente.

Recentemente, il concetto di “network” ha assunto grande rilevanza, in particolar modo per quanto riguarda l’evoluzione dei nuovi business 4.0.

Tale strumento può essere applicato molto efficacemente al mondo dei professionisti specializzati che vogliano impegnarsi a risolvere le problematiche “multiformipresentate dai clienti.

Dal punto di vista della clientela, invece, si presenta la possibilità di poter visionare in maniera rapida e completa, (grazie allo sfruttamento di siti internet ricchi di numerose funzionalità), il profilo di professionisti per poi, eventualmente, ingaggiarli.

In sintesi, il potenziale delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione, utili per lo svolgimento di numerose operazioni on-line, diviene fonte di ricchezza sia sul fronte dei professionisti che su quello della clientela.

 

Conclusioni

I concetti posti in evidenza, nel contributo, possono essere sintetizzati in tal modo:

  • la specializzazione in singoli settori quale fonte di maggior cura e attenzione per il cliente: ciò deriva dal generale assunto, ricavato dalla concreta esperienza umana, ben espresso dalla seguente citazione dell’illustre poeta e scrittore Jorge Luis Borges :“non c’è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità”;
  • il “networking” come frontiera dei rapporti lavorativi del nuovo millennio: mantenere una maggiore cura e attenzione per il cliente parte proprio da qui. Le competenze specialistiche maturate da ciascun professionista non devono rimanere isolate ma, al contrario, devono essere sfruttate in maniera integrata sulla base di appositi sistemi di “networking”;
  • il potenziale espansivo delle nuove tecnologie come motore propulsore: per ultimo, si vuole evidenziare che le nuove tecnologie digitali possono fungere da motore propulsore per un’espansione ad ampio spettro, che permetta di raggiungere numerosi clienti, senza la necessità di prodigarsi fisicamente con sforzi inutili.

La combinazione di questi tre aspetti non può che portare al superamento della “selezione naturale” che si sta gradualmente verificando in ambito lavorativo, a causa dell’evolversi della società attuale e delle modalità di interazione tra soggetti.

Se l’arcaica teoria darwinista sia ancora attuale e declinabile al mondo del lavoro potrà rivelarlo solo il futuro.

(A cura di Rocco Pietro Di Vizio)


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La “sospensione” dei licenziamenti collettivi e individuali nell’ambito della legislazione Covid-19

Nel decreto Cura Italia 18/2020, convertito con legge 27/2020, tra le altre misure previste a supporto dell’economia, delle imprese e dei lavoratori, è stata introdotta la sospensione dei licenziamenti per 60 giorni, dunque, dal 17 marzo 2020 al 17 maggio 2020. Il decreto Rilancio 34/2020, pubblicato nella GU del 19 maggio, nell’art. 83 contiene una “proroga” della sospensione per altri tre mesi dalla scadenza originaria e, quindi, fino al 17 agosto 2020.

La sospensione dei licenziamenti non è un provvedimento a carattere generale, o “universale”, come si potrebbe pensare, ma ha una serie di limitazioni, introdotte da selezioni, da un lato, per tipologia di licenziamento e, dall’altro lato, per la qualifica dei lavoratori.

Nel tentativo di offrire una esposizione che contempli i casi di applicazione e di esclusione, è quanto mai opportuno esporre il tutto in modalità riassuntiva e, soprattutto, schematica.

 

Licenziamenti collettivi e procedure di riduzione del personale

  • Non è possibile avviare e/o attivare procedure collettive di riduzione del personale, fino al 17 agosto 2020
  • La sospensione riguarda anche le procedure avviate dal 24 febbraio 2020 e non concluse al 17 marzo 2020; in questo caso, qualora l’azienda abbia intrapreso la procedura dopo il 23 febbraio:
    • dovrà provvedere al suo “congelamento” sino al 17 agosto 2020
    • dovrà avviare, contestualmente, la richiesta di Cassa integrazione COVID-19, al fine di porre i lavoratori sotto la protezione economica dello Stato

La ratio della norma è, appunto, quella di dare continuità ai rapporti di lavoro, anche solo formalmente, al fine di permettere, a questi lavoratori, di fruire degli ammortizzatori sociali COVID-19

  • Nessuna sospensione è stata prevista per le procedure collettive avviate prima del 24 febbraio 2020

 

Licenziamenti individuali

  • Sono sospesi anche i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo (GMO), a prescindere dal numero dei dipendenti in forza e dal fatto che la motivazione sia diversa dalla crisi attuale
  • È sospesa, sempre sino al 17 agosto, la procedura conciliativa prevista in caso di licenziamento per GMO, nelle aziende con organico superiore ai 15 dipendenti (Si tratta di una procedura obbligatoria da effettuarsi prima del licenziamento, presso la Commissione di conciliazione dell’Ispettorato del lavoro e prevista dall’articolo 7 della legge n. 604/1966, così come modificato dalla legge Fornero 92/2012).

 

Licenziamenti individuali per i quali non opera la sospensione

  • Licenziamento per motivi disciplinari. Si tratta dei licenziamenti effettuati al termine della procedura prevista dall’articolo 7 statuto lavoratori, allorquando il lavoratore abbia commesso un inadempimento agli obblighi di legge e contrattuali, tale da meritare una sanzione espulsiva. Questi si dividono, a seconda della gravità, tra licenziamenti per giustificato motivo soggettivo e licenziamenti per giusta causa
  • Licenziamento per superamento del periodo di conservazione del posto in caso di malattia o infortunio (c.d. comporto), disciplinato dall’art. 2110 c.c. e costituente una fattispecie autonoma di licenziamento, disancorata dalla categoria generale dei licenziamenti per GMO
  • Licenziamento durante il periodo di prova (salvo il caso di abusi del datore di lavoro e di procrastinazione della “prova” oltre certi limiti, senza una ragione giustificatrice)
  • Licenziamento per raggiungimento del limite massimo di età per il possibile accesso alle prestazioni del pensionamento di vecchiaia (età pensionabile, ai sensi di legge)
  • Licenziamento per inidoneità sopravvenuta alle mansioni (accertata dagli organismi sanitari competenti)
  • Licenziamento del lavoratore domestico, della badante e delle figure assimilabili
  • Licenziamento del dirigente, sia di vertice, sia della media dirigenza, sia della bassa dirigenza (c.d. mini-dirigente)

Interruzione del rapporto con l’apprendista al termine del periodo di apprendistato

(A cura di Pasquale Dui)


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