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Corte di Cassazione Sezioni Unite sentenza n. 40543 del 17 dicembre 2021

“ va, quindi, enunciato il seguente principio di diritto: « In materia di notificazione degli atti di imposizione tributaria e agli effetti di questa sull’osservanza dei termini, previsti dalle singole leggi di imposta, di decadenza dal potere impositivo, il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione, sancito per gli atti processuali dalla giurisprudenza costituzionale, e per gli atti tributari dall’art.60 del d.P.R. 29 settembre 1973 n.600, trova sempre applicazione, a ciò non ostando né la peculiare natura recettizia di tali atti né la qualità del soggetto deputato alla loro notificazione. Ne consegue che, per il rispetto del termine di decadenza cui è assoggettato il potere impositivo, assume rilevanza la data nella quale l’ente ha posto in essere gli adempimenti necessari ai fini della notifica dell’atto e non quello, eventualmente successivo, di conoscenza dello stesso da parte del contribuente>>”.

 

Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 38757 del 7 dicembre 2021.

“9.1 La ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha confermato l’indeducibilità dei compensi per gli amministratori per l’anno d’imposta in esame per difetto d’inerenza, in quanto non previamente approvati da delibera dell’assemblea. Assume che impropriamente la sentenza impugnata ha richiamato a supporto del proprio convincimento la sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte, n. 21993 del 29 agosto 2008, che riguarda fattispecie anteriore alla riforma del diritto societario di cui al d. Igs. n. 6 del 2003 che, tra l’altro, ha eliminato l’espresso rinvio che l’art. 2487 cod. civ., ante riforma, operava all’art. 2389 cod. civ. relativo ai compensi degli amministratori di società per azioni, secondo cui «i compensi […] spettanti ai componenti del consiglio di amministrazione […] sono stabiliti all’atto della nomina o dell’assemblea».

Secondo la ricorrente, pertanto, non contenendo la norma fiscale dell’art. 95, quinto comma, del d.P.R. n. 917/1986 (TUIR) alcun riferimento alla previa necessità di deliberazione dell’assemblea, quanto al compenso degli amministratori, la ripresa a tassazione dei costi riguardanti detti compensi doveva ritenersi illegittima; ciò anche in ragione della natura, incontroversa, della società ricorrente quale società di capitali a ristretta base partecipativa familiare, identificandosi gli amministratori pressoché in toto con la compagine societaria.

9.2. Questa Corte ha avuto modo di ribadire in più occasioni il principio espresso dalle Sezioni Unite anche con specifico riferimento a fattispecie relative a compensi di amministratori di società a responsabilità limitata non oggetto di previa delibera assembleare e con riferimento al quadro normativo successivo all’entrata in vigore della riforma del diritto societario del 2003 (si vedano specificamente, al riguardo, Cass. sez. 5, 28 ottobre 2015, n. 21953; Cass. sez. 6-5, ord. 8 giugno 2016, nn. 11779 e 11781; Cass. sez. 6-5, ord. 30 marzo 2017, n. 8210; da ultimo, in tema di società per azioni, ma con considerazioni che importano l’estensione del principio quale che sia la forma in cui è costituita la società di capitali, Cass. sez. 5, ord. 3 marzo 2021, n. 5763).

9.3. Si è affermato il principio secondo cui «[i]n tema di redditi d’impresa, non è deducibile, per difetto dei requisiti di certezza e di oggettiva determinabilità del costo di cui all’art. 109 TUIR, la spesa sostenuta da una società di capitali per i compensi agli amministratori – non stabiliti nell’atto costitutivo – in mancanza di una esplicita delibera assembleare preventiva, che non può considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio, né è ratificabile successivamente, stante la natura inderogabile degli artt. 2364 e 2389 c.c. (nel teso successivo al d.lgs. n. 6 del 2003)». A detto principio va data ulteriore continuità.

9.3.1. Specificamente, per quanto riguarda la società a responsabilità limitata, il fatto che sia venuto meno l’espresso rinvio all’art. 2389 cod. civ., viceversa contenuto nell’art. 2487 cod. civ. ante riforma, non fa venir meno la necessità di previa delibera  assembleare di determinazione dei compensi, atteso il carattere inderogabile dell’art. 2389 cod. civ. che, al primo comma, prevede che [i]compensi spettanti ai membri del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo sono stabiliti all’atto della nomina o dall’assemblea».

9.3.2. Che detta disposizione, sebbene dettata riguardo alle società per azioni, debba intendersi come avente carattere generale inderogabile, applicabile, pur in mancanza, ora, di una norma di rinvio espresso, alle società a responsabilità limitata, lo si ricava dal fatto che in quest’ultimo tipo di società di capitali non è prevista una norma specifica sui compensi agli amministratori, rimandando l’art. 2475 cod. civ., all’atto costitutivo, quanto alla disciplina dell’ amministrazione della società, limitandosi il primo comma di detta disposizione a prevedere che «[s]alvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’amministrazione della società è affidata a uno o più soci […i».

9.3.3. L’atto costitutivo può dunque prevedere o meno un compenso per gli amministratori, ma, laddove non lo preveda, il raccordo della disposizione civilistica con la norma fiscale di cui all’art. 95, quinto comma, TUIR, a mente del quale «[i]compensi spettanti agli amministratori delle società ed enti di cui all’art. 73, comma 1, sono deducibili nell’esercizio in cui sono corrisposti», impone che nel caso in cui nulla preveda l’atto costitutivo, la certezza e/o determinabilità del costo ai fini della sua inerenza e quindi della sua deducibilità sia previamente determinato dall’organo assembleare.

9.4. Orbene, nella fattispecie in esame, è incontroverso che l’ultimo statuto, approvato, il 28 dicembre 2000, non oggetto di modifica entro il termine previsto del 30 settembre 2004 per l’eventuale adeguamento alla citata riforma del diritto societario, all’art. 21 stabilisce che «[a]ll’organo amministrativo spetta il rimborso delle spese sostenute per ragioni del suo Ufficio. L’assemblea stabilisce altresì gli eventuali compensi a lui spettanti a titolo di indennità».

9.5. È pacifico che per l’anno d’imposta in oggetto (2006) sia mancata alcuna delibera assembleare di determinazione di compenso per gli amministratori, diversamente, peraltro, di quanto accaduto negli anni precedenti, dal 2001 al 2005, come riferito dall’Amministrazione finanziaria in controricorso e non contestato dalla società ricorrente.

9.6. Ne consegue che per l’anno in esame, in assenza di previa delibera assembleare, non possano ritenersi sussistenti compensi “spettanti” agli amministratori, giusta il richiamato art. 95, quinto comma, TUIR, in quanto non predeterminati né nell’an, né nel quantum, con la conseguenza che i costi ad essi relativi sono privi dei caratteri di certezza e/o determinabilità che ne consentano la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi.

9.7. Neppure è idonea a sorreggere la tesi della ricorrente la circostanza che nella fattispecie in oggetto la contribuente sia società a ristretta base partecipativa familiare, non essendovi puntuale integrale coincidenza tra soci ed amministratori, come dichiarato dalla stessa ricorrente.

(Rassegna a cura di Michele Vanadia)


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Abstract

L’oggetto della presente riflessione riguarda il rapporto fra il nuovo sistema di prevenzione della crisi d’impresa, fondato sugli “adeguati assetti organizzativi”, di cui all’art. 2086 comma secondo c.c., e la compliance 231, ed in particolare con i modelli organizzativi di gestione e controllo.

Premessa: uno sguardo d’insieme

Per effetto del D.L. 118/2021 recante misure urgenti in materia di crisi d’impresa e di risanamento aziendale, nonché ulteriori misure urgenti in materia di giustizia (convertito in L. 21 ottobre 2021 n. 147) le norme riguardanti le procedure di allerta e di composizione della crisi introdotte dal “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza” entreranno in vigore in data 31 dicembre 2023. Le restanti norme, invece, in data 16 maggio 2022, ad eccezione di quelle modificative il codice civile, già entrate in vigore in data 16 marzo 2019.

Trattasi dell’ennesima proroga, dopo i precedenti del Decreto Cura Italia e del Decreto Liquidità, giustificata dal contesto emergenziale in atto.

Come noto, il D.Lgs. 14/2019, cd. “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza” (da ora in avanti, CCII) in attuazione della Legge 19 ottobre 2017, n. 155, ha inteso riformare la normativa concorsuale introducendo istituti finalizzati al mantenimento e al recupero della continuità aziendale, cd. “going concern”, con il duplice auspicato effetto di tutela degli stakeholders, da un lato, e di superare lo stigma sociale ai danni dell’imprenditore che versi in uno stato di difficoltà, dall’altro. A tal riguardo, si inserisce la scelta lessicale del Legislatore di eliminare il termine “fallimento”, per indicare la procedura concorsuale dell’imprenditore in stato di insolvenza irreversibile, e di sostituirlo con “liquidazione giudiziale”.

Per comprendere il concetto di “crisi”, il CCII riporta una definizione all’art. 2, c.1 lett. a), intendendola quale <<stato di difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore [ovvero] si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate>>. Tale stato si differenzia a livello temporale, in quanto precedente, e per intensità, in quanto reversibile, dall’ “insolvenza”, ovvero lo stato di decozione del debitore che non riesce più ad adempiere alle proprie obbligazioni.

In linea con questa ratio, il CCII delinea un sistema preventivo di rilevazione della crisi[i], al ricorrere di indicatori della crisi, introducendo:

  • doveri per il debitore sia imprenditore individuale che collettivo, al fine di individuare misure idonee per rilevare tempestivamente lo stato di crisi e per farvi fronte;
  • strumenti di allerta, interna ed esterna all’impresa, in capo a soggetti obbligati – sindaci e revisori o creditori pubblici qualificati –  mediante segnalazione al debitore-imprenditore dei primi sintomi della crisi;
  • procedura di composizione della crisi di natura stragiudiziale dinanzi a organi terzi – OCRI o OCC – attivabile dal debitore o dai soggetti obbligati in caso di inerzia dell’amministratore, senza il coinvolgimento dei creditori e finalizzata alla riorganizzazione dell’attività imprenditoriale. Da questa procedura si distingue la composizione assistita della crisi, attivabile dal solo debitore, che ha ad oggetto una trattativa con i creditori mediata dall’organo terzo, e la nuova composizione negoziata della crisi, introdotta dall’art. 2 del D.L. 118/2021 ed in vigore dal 15 novembre 2021.

Gli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili

Il CCI, tra le varie modifiche al codice civile immediatamente applicabili, all’art. 375 prevede la nuova rubrica dell’art. 2086 c.c., da “direzione e gerarchia dell’impresa” a “gestione dell’impresa”, con ciò rimarcando l’intento di valorizzare una sana e prudente Corporate Governance. Inoltre, introduce al medesimo articolo della disposizione civilistica il seguente comma: <<l’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale>>. La norma in esame riprende il contenuto del dovere generale di cui all’art. 3 del CCII che è stato già anticipato. Il combinato disposto dell’art. 375 con gli artt. 377, 378, 379 del CCII (riguardanti rispettivamente il dovere in capo agli amministratori di dotare l’impresa di adeguati assetti organizzativi, la responsabilità degli amministratori nei confronti dei creditori sociali, nonché la nomina dell’organo di controllo) permette di fondare un minimo comune denominatore nella prevenzione all’insorgere della crisi d’impresa.

Tali norme sono propedeutiche agli strumenti di allerta e all’obbligo di segnalazione da parte dei soggetti delegati, nonché dell’organo di controllo all’amministratore in presenza di segnali di instabilità transitoria che in chiave prognostica possano portare all’insolvenza. La tempestiva attivazione dell’organo amministrativo permetterebbe al debitore di beneficiare delle misure premiali previste all’art. 25 del CCII, ed in particolare della causa di non punibilità, laddove il danno cagionato sia di speciale tenuità, e dell’attenuante speciale ad effetto speciale, quando, fuori dall’ipotesi di danno di speciale tenuità, siano soddisfatti entrambi i seguenti requisiti: a) danno non superiore a 2 milioni di euro e b) valore dell’attivo, prima dell’apertura della procedura concorsuale, pari almeno ad un quinto dei debiti chirografari.

Il sistema di prevenzione della crisi del CCI e il Sistema 231: due facce dello stesso rischio di impresa

Alla luce delle novità introdotte, la logica che informa il CCII è di natura preventiva, volta ad attivare il debitore – rectius l’amministratore – al fine di superare la momentanea crisi e scongiurare il dissesto irreversibile.

Il rischio di impresa è connaturato all’attività imprenditoriale e preordinato alle possibili declinazioni che l’impresa assume, secondo “natura e dimensione”, e ciò giustifica il dovere per l’organismo collettivo e societario di dotarsi di un assetto organizzativo – per capire chi fa cosa, amministrativo – per capire di decide cosa, e contabile – per capire come vengono impiegate le risorse.

Un filo logico che si lega prima facie al “Sistema” di cui al D.Lgs. n. 231/2001. Un “Sistema” pensato per perseguire i “white collars crimes” con l’introduzione nell’ordinamento interno, a seguito di istanze sovranazionali e comunitarie, di una responsabilità da reato dell’ente compiuto da soggetti inseriti nel contesto pluripersonale per il suo interesse o vantaggio. L’irresponsabilità organizzata, che in passato aveva consentito il proliferare di condotte criminose all’interno dell’ente pur rimanendo impunite, diviene obiettivo di contrasto attraverso principi di trasparenza, tracciabilità e diversificazione delle funzioni ed una “Corporate Culture” ispirata alla legalità.

L’ente, quindi, non risponde per il verificarsi dell’evento-reato, ma per non essersi allertato, per mezzo dei propri apicali, nell’adottare e attuare idonee misure organizzative volte al prevenire o ridurre il rischio di reato. Questa inerzia giustifica l’imputazione anche a carico dell’ente di una responsabilità aggiuntiva rispetto al fatto commesso dalla persona fisica, pur con un duplice e differente grado di onere probatorio a seconda che il reato sia commesso dal soggetto apicale, invero più stringente, o dal soggetto dipendente.

Il “modello organizzativo di gestione e controllo” (d’ora in avanti, modello 231), pertanto, acquisisce una funzione esimente laddove adottato secondo un approccio basato sul “risk management” e “risk assessment” nonché attuato e aggiornato di volta in volta sussistano variazioni normative, di assetto societario, o fatti che possono indurre al verificarsi dell’evento-reato, e soggetto al controllo di un Organismo Indipendente di Vigilanza.

In particolare, il modello 231, come per gli adeguati assetti organizzativi del CCI, dovrà adattarsi al contesto particolare dell’ente, e rispettare il contenuto dettato dall’art. 6, c. 2 del D.Lgs. 231/2001, a differenza dell’art. 2086 cc. che non prevede misure specifiche ma rimane di portata generale, ovvero:

  • <<individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati>>, il cd. “risk assessment”;
  • <<prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire>>, il protocollo dovrà formalizzare il processo decisionale aziendale secondo la tracciabilità delle scelte aziendali e della segregazione delle funzioni;
  • <<individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione di reati>>, secondo i principi di trasparenza, chiarezza e completezza delle scritture contabili;
  • <<prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli>> per garantire l’effettività e l’efficacia del controllo autonomo, indipendente, professionale, imparziale e continuo dell’OIV;
  • <<introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello>>, al fine di rendere effettivo il rispetto del modello stesso all’interno  della s
  • il modello, infine, dovrà prevedere norme a tutela dei soggetti che effettuano segnalazioni di illeciti, cd. “whistleblowing”.

È indubbio che il “risk approach” richiesto dal CCII attraverso l’obbligo per l’amministratore di dotare l’organismo collettivo di adeguati assetti sia paragonabile al modello 231[ii].

A confermare il legame fra i due sistemi di prevenzione, è la circostanza che la violazione da parte degli organi societari degli strumenti di allerta e di segnalazione possono in linea teorica integrare direttamente fatti previsti come reato presupposto della responsabilità dell’ente, come le ipotesi di “impedito controllo” di cui all’art. 2625 c.c. e di “ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza” di cui all’art. 2638 c.c., rilevanti ai fini del Decreto 231 all’art. 25-ter.

E ancora, nel modello 231 ed in particolare nella parte speciale sarebbero (o dovrebbero essere) già disciplinate le misure idonee a contrastare fatti che indirettamente rappresentano comportamenti contrari alla “good fairness” societaria che determinano uno squilibrio economico-finanziario (ad esempio i reati tributari rappresentano, da un lato, un tipico esempio di Corporate crime, dall’altro un segnale di cattiva gestione e possibile crisi dell’impresa incapace di far fronte ai debiti con l’Erario).

Permangono tuttavia differenze tra i due sistemi di prevenzione. Invero:

  • la natura del modello 231 costituisce una facoltà per il soggetto pluripersonale che può decidere di adottarlo o meno. Al più, esso rappresenta un onere, alla luce della sua efficacia esimente o attenuante. Viceversa, il CCII introduce un obbligo per l’amministratore di curare la Corporate Governance con gli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili;
  • il fine ultimo del modello 231 è scongiurare il rischio da reati presupposto per la responsabilità a carico dell’ente, contenuti agli artt. 24 e ss. del Decreto 231. Il sistema di prevenzione di cui al CCI è finalizzato ad intercettare e superare la crisi d’impresa;
  • la platea dei destinatari del D.Lgs. 231/2001, e quindi dei soggetti che possono dotarsi di un modello 231, è più ampia rispetto al sistema di prevenzione della crisi di impresa, in quanto gli strumenti di prevenzione della crisi di impresa non si applicano alle grandi imprese, alle società con azioni quotate in mercati regolamentati, o diffuse fra il pubblico in misura rilevante e agli intermediari finanziari, bancari e assicurativi;
  • come anticipato, se il D.Lgs. 231/2001 indica, seppure in termini generali il contenuto del modello 231, che comunque deve adeguarsi al contesto particolare di operatività dell’ente, l’art. 2086 c.c. introduce un obbligo a carico dell’amministratore la cui esecuzione è in forma libera. In altri termini, e in linea con il principio di libertà economica, l’amministratore può scegliere le modalità per attuare gli assetti adeguati ad una sana Corporate Governance.
  • infine, il sistema di prevenzione della crisi non contempla il controllo da parte di un soggetto terzo, quale l’OIV, come avviene per la vigilanza sul modello 231, ma da parte dell’organo di controllo apicale o di revisori. Per le imprese di minore dimensione il Decreto 231 prevede la possibilità di affidare le funzioni dell’OIV in capo all’organo dirigente, pur non senza critiche in termini di potenziale conflitto di interesse. Inoltre, se è vero che per le società di capitali le stesse funzioni possono essere affidati al collegio sindacale – al sindacato di sorveglianza o al comitato di gestione, a seconda del modello dualistico o monistico adottato dall’impresa – la Dottrina maggioritaria[iii] ritiene che l’organo interno di controllo non possa sostituirsi interamente all’OIV.

Conclusione: la possibile integrazione del modello 231 con il sistema di prevenzione della crisi

Ferme restando le differenze fra i due istituti, non può dubitarsi che il modello 231 per gli enti che lo abbiano già adottato, come segnalato in Dottrina, in virtù della sua esperienza ventennale e del consolidamento di prassi e spunti ermeneutici, rappresenti un punto di partenza solido per la predisposizione dei sistemi di prevenzione introdotti dal CCI.

Ciò garantirebbe una Compliance integrata che guardi ai fatti societari in maniera interdipendente, ed in sostanza, in chiave di opportunità e crescita per l’impresa e non di mero costo burocratico.

Per gli enti che non sono dotati di un modello 231, permane il dovere di adeguarsi al CCII con la predisposizione di un contesto societario che favorisca il flusso di informazioni verso l’organo decisorio, l’assenza di conflitti di interessi dell’organo di controllo, e la trasparenza della funzione contabile.

(A cura di Pierangelo Friolo)

RIFERIMENTI

[i] Per approfondimento del D.Lgs. 14/2019, Giorgetti M. (2019), Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Commento al Decreto Legislativo 12 Gennaio 2019, n. 14, Pisa, Pacini Giuridica.

[ii] Si segnala a tal riguardo, De Luca R. (2021), Prevenzione della crisi e compliance 231: binomio irrinunciabile per la goverance d’impresa, in Giurisprudenza Penale Web, 1-bis.

[iii] Ex multis, Colombo C. (2019), I soggetti, in Rampioni R. (a cura di), Manuale Diritto penale dell’economia, Torino, Giappichelli.


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Summary

The paper refers to the issue of brand creation by participating in the “Polish Product” contest. The theoretical part of the article discusses basic objectives and principles of creating a brand offered by a company as a factor of its development through enhanced market competitiveness. One of the ways to influence the company image and its brand is to participate in competitions promoting the values of the offer. The “Polish Product” contest belongs to them.  The empirical part, on the other hand, discusses in a synthetic way the results of research carried out among the entrepreneurs who took part in the “Polish Product” competition.  The research referred to the reasons for taking part in the “Polish Product” program, the benefits of joining the program, the entrepreneurs’ opinions on whether the “Polish Product” program is forward-looking and whether involvement in activities creating the company’s brand and image, such as participation in the “Polish Product” program, is a factor of entrepreneurship development. Apart from its cognitive, both theoretical and empirical values, the paper is also of implementation nature as it may serve as an example of solutions whose aim is to create a brand in contemporary circumstances pertaining entrepreneurship, in which new forms of consumer behaviour appear including those based on the preference for products from a particular country.

Introduction

The aim of the paper is to characterize one of the important factors in the development of entrepreneurship namely the creation of brand image. The first part of the article provides a general analysis of the brand, its importance in entrepreneurship and ways of creating it.  In the light of these theoretical considerations, the basic subject of the paper is introduced i.e. the empirical analysis of image creation through participation in the “Polish Product” program.

General principles and objectives of brand creation

When characterizing the marketing function of the “brand”, P.Kotler has said that the brand performs a strategic function for the company. Creating a brand, in a situation of awareness of its importance for the company, requires an analysis of brand assets, assessment of the forces that will shape the development of the brand in the future and an analysis of the added value of the brand. This approach helps to determine optimal positioning that will give the brand a lasting competitive edge. As a strategic tool, the brand requires a significant contribution of analyses and marketing planning[ii].

The term “brand” can be characterized by a holistic definition according to which a brand is a combination of a physical product, a name, packaging, advertising and accompanying distribution activities and price. The combination of these elements, as factors for creating a brand, is meant to distinguish the product or the offer of the company from the competitive offers. The brand provides the consumer with distinctive functional and usually symbolic benefits, thus creating a loyal circle of buyers and leading to market position[iii]. This assumption implies four brand levels:

  • the generic level, which consists of the basic functional benefit of the product. The generic brand level is an intrinsic component of each brand within a product and therefore rarely provides the basis for brand differentiation.;
  • the expected level, which includes minimum requirements called ”social minimum functionality”, a target segment of buyers for a specific product category. They are made up of basic functionalities, packaging, features, functionality, dimensions, performance, availability, the price etc. The expected level plays a special role in situations where the buyer has little purchasing experience within a particular product category. Also, in the early stages of market development, when it is unlikely that several brands are perceived by buyers as equally satisfying their expectations. Competition can take place at the expected level. The added value in this respect is generally derived from the functional characteristics of the brand, namely it answers the question of what the brand gives the customer;
  • the extended level, as consumers’ requirements and experience grow in terms of their confidence when shopping, their willingness to experiment or search for the best value, and their attention to pricing, the brand must be “extended” in a more sophisticated way to meet both functional and emotional needs. At the extended level, several brands can be seen as equally satisfying the buyer’s expectations, and then consumers begin to focus on the factors that distinguish them, whether functional or symbolic;
  • the potential level, which is related to the fact that at a certain stage of market development, consumers begin to treat any brand extensions as a standard requirement, as a result of competitors imitating distinctive brands. This poses a threat to the return of competition to the expected level, where consumers are more interested in the price. There is therefore a need to add a new value to the brand to reach the potential level. The only limitation to this expansion lies in the creativity of marketing activities[iv].

Apart from these functional brand features, the brand can also feature variables such as the frequency of the use of a specific product, the end user or the target group, as well as the position of the product in relation to its competitors, for example in terms of identifying the distinguishing features of a product compared to those offered by a competitor. Attributes added in this way must be valid and desired by the target group. Brand customization to the requirements of specific market segments enhances buyer satisfaction and maximizes profits[v]. In addition, attention should be paid to the fact that taking care of the elements of the so-called extended and potential product is the most effective strategy for competing on the market[vi].

The practical aspect of brand creation also refers to the fact that the brand enables the manufacturer to segment the market. By aiming at satisfying consumers’ expectations more effectively than the competitor, an entrepreneur can provide their desired combination of product features, both tangible and also so-called elusive, practical and symbolic, visible and invisible. Through the use of brands, the manufacturer can offer different consumer segments various offers, i.e. brands that are optimally adapted to their specific needs. The brand in this case determines what the product is, what attributes are embodied in the product, what benefits it provides to users.

In the context of market innovation, which is an important factor to entrepreneurship, the brand protects the innovative producer from imitators. Brand differentiation built by the producer in the long term guarantees them greater benefits than short-term profits from the innovation they have. In general, using brands is a way to protect innovators. The brand explains the meaning and the essence of the offer, why the product exists, where it comes from and where it goes. The brand can only be given such importance through long-term consistency. In this sense, the brand is a kind of contract. By consistently offering certain functional and symbolic benefits, a brand becomes, over time, a commitment on the part of an entrepreneur offering a product under a particular brand. This guarantee is an important factor in building buyer loyalty[vii]. The function of the brand involves promising the expected performance, outcomes, results. The brand shapes consumer loyalty because it gives consumers what they expected[viii].

The brand also plays an important role in the decision-making process of consumers. It is possible to say that the decision-making process is simplified by the brand because the brand allows the purchaser to sort out a lot of information about the company’s offer and competitors taken into account at the time of purchase[ix]. Furthermore, by looking at the brand from the consumer’s perspective, the brand significantly enriches the consumer experience, i.e. the brand satisfies far deeper needs than just functional one[x].

When analysing the process of creating a brand and its significance, the symbolic function of the brand, which results from the social dimension of consumption, should be emphasised. The symbolic function is particularly visible in common consumption rituals, for example those relating to various stimulants, but above all to the consumption of superior goods, where the choice of a particular brand is one of the most obvious social signs of conformism or its absence. The chosen brand allows certain groups to emphasise their distinctiveness and place in the society[xi]. Another function of the brand can also be seen here, namely the distinguishing function. It is particularly important in markets characterised by high standardisation, then the entrepreneur, caring for the brand to be widely known, creates its specific “personality”, which becomes an important aspect of distinguishing the brand from its competitors[xii]. From the consumer’s perspective, referring to T.Veblen’s mechanism, a brand product is also a factor in gaining social prestige through consumer behaviour[xiii].

To sum up, the image is created as a synthesis of all signals transmitted by the brand, i.e. the brand name, graphic signs, products, advertising, sponsorship, etc. It is a result of decoding, extracting by the consumer the meaning of these signals, their interpretation, describes the way in which specific recipients imagine the brand[xiv]. Therefore, such a brand identity denotes a vision of potential perception of the brand by the consumer, the desired way of perceiving it, created by the provider of a given brand product or offer. This identity can be defined as some kind of comprehensive message about the brand sent by the seller to potential recipients through all marketing tools[xv].  A brand image is a consequence and an effect of its reception, an image of identity in consumer awareness[xvi].

An important feature of the brand is its life cycle which is different from that of a product as the product is actually not the same as the brand[xvii]. The life cycle of a brand is often linked to the life cycle of the company. However, in the examples of individual brands, it is easy to see how the longevity of a brand is accompanied by repeated changes in the product versions marked with it. Products become even better, even more beautiful, even more economical, even safer, etc., but their business card is still a well-established brand[xviii]. As long as the brand provides consumers with the desired utility, economic, psychosocial or legal benefits compared to the offer of competitors, it is difficult to talk about symptoms and arguments for its decline. In practice, the determinants of brand loyalty are sometimes very diverse and depend to a large extent on efficient marketing, and more specifically on what values the company provides and whether and to what extent it can convince consumers of them. Users are generally less inclined to buy new brands rather than to buy something well known and trustworthy[xix].

The developed brand image is often characterised by high durability. This property is an important benefit for the brand manufacturer. The relative durability of this image is explained by the fact that people become attached to their views and do not easily change them. Deep conviction is sometimes the reason for selective acceptance of information forming the brand image. This can result in the acceptance of messages and arguments that reinforce the views held and the rejection of what goes against them. Thus, once formed, the brand image begins to live its own life to some extent, whose cycle differs from the life cycle of individual branded products[xx].

Brand creating by participating in the “Polish Product” competition – empirical analysis

After a general introduction of what a brand is and how it is created, as well as the characteristics of its functions and its role as a determinant of the company’s development, it is worth looking at specific actions for creating a brand and an image. As presented in the above theoretical part, the use of marketing tools, including promotional ones, is a specific way of doing this. One of the possible promotional instruments involves participation in contests for certification or trademarks. Therefore, it is worthwhile to look at the results of the research on the process and consequences of brand image creation on the example of companies participating in the “Polish Product” program.

From a theoretical perspective, the survey was carried out on the brand aiming to get to know what a product brand and the company’s image are in general and whether it is worthwhile to work for the creation of a brand. Nevertheless, the survey referred to the perception of “the Polish Product” as a way of creating a brand and a company image. The research has focused on:

  • reasons for encouraging entrepreneurs to take part in the “Polish Product” program,
  • analysis of the benefits of joining the “Polish Product,
  • opinions of entrepreneurs on whether the “Polish Product” program is future-oriented;
  • opinions on whether engaging in activities that create the company’s brand and image, such as participation in the “Polish Product” programme is a factor in the development of entrepreneurship[xxi].

The general characteristics of the “Polish Product” program indicate that as of January 1, 2017 producers who produce agricultural and food products may mark their goods with an appropriate graphic sign called “Polish Product”. This constitutes information addressed to consumers about the origin of the product from Poland and creates the image of a product with significant quality values, and above all, the product brand is to be associated with actions promoting Poland. Therefore, in a broader context, creating the company’s image by means of participation in the “Polish Product” programme refers both to the issues of corporate social responsibility and economic patriotism.  A bidder may mark its goods with the “Polish Product” logo if the product was made on the territory of Poland and in 75% was made from products originating from Poland[xxii]. The use of this logo by entrepreneurs is voluntary. Entrepreneurs do not have to apply for certification of their products, they only declare to meet the requirements of the Act and may use the “Polish Product” logo on their own responsibility. In case of improper use of the logo, the company may be punished with a penalty amounting to even 10% of its own income. This audit is carried out by the Agricultural and Food Products Commercial Quality Inspection[xxiii].

The first issue addressed in the research was related to the question of how is the image of the company understood by the entrepreneurs participating in the research? Well, the set of beliefs about the company and its reputation constitute the most important associations with the image issue in the light of the results obtained. In the opinion of 40% of the respondents, it is also the presentation of the company’s values. Less frequently the company’s image has been identified as its identity or personality.

Figure 1: Understanding the corporate image by respondents, N=42

Undoubtedly, image creation is necessary from the point of view of running a business and serves the purpose of development, which is what all those who took part in the survey agreed with.

Referring specifically to the “Polish Product” programme, the issue examined regarded the motivation to take part in it.

Figure 2: Determinants encouraging the respondents to take part in the “Polish Product” programme, N=42

According to the chart above, companies join the “Polish Product” programme because they want to improve the image of a product or a company (97% of the entities), as well as to win new customers (88%) or boost profits (90%). Less frequently, entering the programme intended making the product stand out in the market (35%). However, the promotion of Polish goods was of marginal importance (4%).

In the opinion of the survey participants, the “Polish Product” programme is not regarded as exclusive, for the chosen ones. Rather, it has an open nature and none of the companies joining the “Polish Product” programme had any difficulties in participating in it. Respondents have agreed that thanks to the lack of certification, the process is simple if the requirements are not exorbitant.

The key issue in the research was whether participation in the “Polish Product” programme is an important factor in image creation and if in the economic perspective it can be treated as a source of financial benefits.

Figure 3: Image and/or financial gains due to the company joining the “Polish Product” programme according to the respondents, N=42

The surveyed companies, according to the research, gained a lot in image or financial terms by joining the “Polish Product” programme. According to the majority of the survey participants, their business entities won many new customers (92% ), which translated into improved brand recognition (90%) and increased sales (88%). Furthermore, among some of the companies surveyed, the range of advertising campaigns increased (33%), and it also helped to build brand awareness (21%).

Finally, the subject of the research concerned the perception of respondents with regard to the future of the ‘Polish Product’ programme.

Figure 4: Future of the “Polish Product” programme according to the respondents, N=42

The results of the research indicate a positive perception of the programme by entrepreneurs. As seen above, only representatives of the three surveyed companies have concluded that the “Polish Product” programme is not future-oriented, since even foreign companies manufacturing in Poland can join the programme and mark their products with the “Polish Product” logo. Nevertheless, this requirement will not be changed, as it would then violate European Union law on the free movement of goods. However, in the light of the statements made by respondents from the other companies surveyed, the ‘Polish Product’ programme is forward-looking, and the programme’s development prospects are good, because the programme promotes Polish products and enterprises and allows Polish products to reach a greater number of consumers. It also enhances consumer awareness of the origin of products and makes it possible to compete and limit imports to Poland of goods from other European Union countries and China.

Summary

With regard to the results of the research, the “Polish Product” programme should be positively evaluated as a tool of creating the company’s brand and image, as well as a factor of entrepreneurship development. The “Polish Product” programme can therefore be considered an interesting proposal for promoting the brand while its principles can also be implemented in other countries.

(A cura di Robert Majkut[i]– si ringrazia Jolanta Grebowiec-Baffoni)

RIFERIMENTI

[i] Robert Majkut, Ph.D., WSB University in Wrocław.

[ii] Kotler P. (2005), Marketing, Warszawa, Rebis Dom Wydawniczy, p. 213.

[iii]Altkorn J . (ed.), (2003), Podstawy marketingu, Kraków, Instytut Marketingu, p. 235.

[iv] Kall J. (2001), Silna marka. Istota i kreowanie, Warszawa, PWE, p. 16.

[v] Kall J. (2001), Silna marka. Istota i kreowanie, Warszawa, PWE, p. 16.

[vi] Mruk H. (ed.), (2008), Nowoczesne sposoby konkurowania w biznesie, Poznań, AE w Poznaniu, p. 220.

[vii] Mruk H. – Rutkowski I. (2001), Strategia produktu, PWE, Warszawa 2001, p. 43.

[viii]Payne A. (1996), Marketing usług, Warszawa, PWE, p. 23.

[ix] Zboralski M. (2001), Nomen Omen, czyli jak nazwać firmę i produkt, Warszawa, PWN, p. 32.

[x] Amber T., Marketing od A do Z, PSB, Kraków 2000, p. 341.

[xi] Kotler P., Marketing, Rebis Dom Wydawniczy, Warszawa 2005, p. 291.

[xii] Kotler P., Marketing, Rebis Dom Wydawniczy, Warszawa 2005, p. 291.

[xiii] See more e.g. Majkut R. (2005), O socjologicznej krytyce racjonalności ekonomicznej, in Żuk P. (ed.) Dogmatyzm, rozum, emancypacja, Warszawa, Wydawnictwo Scholar.

[xiv]Zboralski M. (2001), Nomen Omen, czyli jak nazwać firmę i produkt, Warszawa, PWN, p. 35.

[xv] Zboralski M. (2001), Nomen Omen, czyli jak nazwać firmę i produkt, Warszawa, PWN, p. 91.

[xvi] Mruk H. –  Rutkowski I. (2001), Strategia produktu, Warszawa, PWE, p. 127.

[xvii] Mruk H. (ed.), (2008) Nowoczesne sposoby konkurowania w biznesie, Poznań, AE w Poznaniu, p. 15.

[xviii] Witek-Hajduk M. K. (2001), Zarządzanie silną marką, Warszawa, Wolter Kluwer, p. 83.

[xix] Witek-Hajduk M. K. (2001), Zarządzanie silną marką, Warszawa, Wolter Kluwer, p. 84.

[xx] Witek-Hajduk M. K. (2001), Zarządzanie silną marką, Warszawa, Wolter Kluwer, p. 85.

[xxi] The survey results, whose part is presented in the article, were carried out as part of seminar classes at WSB University using the CAWI questionnaire on a sample of 42 companies participating in the “Polish Product” programme.  The sample was dominated by microenterprises (18 entities, 43%), followed by small (12, 29%), medium (9, 21%) and large (3, 7%) enterprises. Half of the surveyed market entities have been operating for over 11 years, 38% for 4 to 10 years, whereas 12% were young entities that have been operating for no longer than 3 years. The vast majority of companies (95%) were located in cities: medium (41%), large (33%) or small ones (21%).  5% of the surveyed companies were located in villages. The respondents included primarily company owners or, in the case of large entities, persons selected by them from the PR department.

[xxii] In accordance with the Law, any product that meets the above standards may be marked “Polish Product”. This also applies to foreign corporations whose factories are located within the territory of the Republic of Poland. However, this programme does not cover Polish companies which need imported raw material as the main component of their production. The legislator has also referred to producers of meat and meat products. So that they can label their goods, they have to confirm that the meat was obtained from animals that were born in Poland, bred and killed here. The ‘Polish Product’ logo was presented in the Ordinance of the Minister of Agriculture and Rural Development of 16 December 2016 on the design of a graphic logo containing the information “Polish Product”.

[xxiii] https://www.gov.pl/web/rolnictwo/produkt-polski


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani – Responsabile di Redazione: Marco Schiariti
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L’Amministrazione Finanziaria ad inizio anno aveva fornito gli indirizzi  operativi  e  linee  guida  sulla  prevenzione e contrasto all’evasione fiscale, nonché sulle   attività   relative al   contenzioso tributario, alla consulenza e ai servizi ai contribuenti, mediante la Circolare n.4/E.

Nella circolare si leggeva che l’attività di controllo sarebbe dovuta essere indirizzata verso  i  contribuenti  ad  elevata  pericolosità  fiscale e,  in  particolare, verso  coloro che pongono  in  essere  fenomeni  di  frode,  anche  attraverso  l’utilizzo  indebito  di  crediti d’imposta (i.e., credito d’imposta per ricerca  e sviluppo)  e  altre  agevolazioni, come quelle previste  proprio  per  fronteggiare  le  conseguenze  negative  connesse  all’emergenza epidemiologica da Covid-19 (ad esempio, i contributi a fondo perduto, i ristori, etc.).

La circolare evidenziava che l’attività di controllo degli Uffici si sarebbe dovuta concentrare sui  soggetti  che  hanno  indebitamente  utilizzato  crediti  d’imposta  in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e sui soggetti destinatari di benefici e incentivi fiscali tra cui principalmente i seguenti crediti agevolativi: credito di imposta per ricerca e sviluppo, credito di imposta per investimenti nel  Mezzogiorno, credito  di imposta sisma centro-Italia, credito  di imposta zone economiche speciali, credito di imposta formazione 4.0.

Visto l’intensificarsi dei controlli sui crediti agevolativi, il Governo tramite il DL n. 146 del 21/10/2021 ha introdotto la possibilità di riversare l’importo del credito indebitamente utilizzato, senza applicazione di sanzioni e interessi, per i soggetti che hanno indebitamente utilizzato in compensazione il credito d’imposta per investimenti in attività di ricerca e sviluppo di cui all’articolo 3 del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145. I crediti d’imposta riversabili sono quelli maturati a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2019.

Possono avvalersi della facoltà del riversamento i contribuenti che abbiano realmente svolto, sostenendo le relative spese, attività in tutto o in parte non qualificabili come attività di ricerca e sviluppo ammissibili nell’accezione rilevante ai fini del credito d’imposta. Altresì, possono accedere alla procedura anche i soggetti che hanno fruito del credito in maniera non conforme a quanto dettato dalla disposizione d’interpretazione autentica recata dall’articolo 1, comma 72, della legge 30 dicembre 2018, n. 145. Il riversamento spontaneo può essere utilizzato anche per correggere errori nella quantificazione o nell’individuazione delle spese ammissibili in violazione dei principi di pertinenza e congruità nonché nella determinazione della media storica di riferimento.

Il legislatore ha escluso la possibilità di ravvedersi  per i contribuenti che:

  • hanno utilizzato il credito d’imposta in compensazione mediante l’utilizzo di condotte fraudolente,
  • non sono in possesso di documentazione idonea a dimostrare il sostenimento delle spese ammissibili al credito d’imposta.

L’Amministrazione Finanziaria, può constatare condotte fraudolente nell’utilizzo dei crediti di imposta anche successivamente al riversamento dello stesso, in questo caso le somme già versate si considerano acquisite a titolo di acconto sugli importi dovuti.

Il termine per avvalersi della procedura di riversamento spontaneo del credito d’imposta è il 30/09/2022, mentre la prima rata del credito deve essere riversata entro il 16/12/2022.

Il versamento può essere effettuato in tre rate di pari importo, i cui termini sono:

  • 16 dicembre 2022: prima rata;
  • 16 dicembre 2023: seconda rata;
  • 16 dicembre 2024: terza rata.

Il legislatore ha previsto che non ci si può avvalere della compensazione di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, ed in caso di pagamento rateale ha previsto la corresponsione degli interessi calcolati al tasso legale (a decorrere dal 17 dicembre 2022).

Il contribuente che vuole avvalersi di questa procedura deve inviare apposita richiesta all’Agenzia delle Entrate, specificando il periodo o i periodi d’imposta di maturazione del credito d’imposta per cui è presentata la richiesta, gli importi del credito oggetto di riversamento spontaneo e tutti gli altri dati ed elementi richiesti in relazione alle attività e alle spese ammissibili.

L’Agenzia delle Entrate entro il 31 maggio 2022 emanerà un provvedimento con l’indicazione del  contenuto e le modalità di trasmissione del modello di comunicazione per la richiesta di applicazione della procedura.

La procedura di riversamento si perfeziona con l’integrale versamento di quanto dovuto. In caso di riversamento rateale, il mancato pagamento di una delle rate entro le suindicate scadenze comporta il mancato perfezionamento della procedura, l’iscrizione a ruolo dei residui importi dovuti, nonché l’applicazione di una sanzione pari al 30 per cento degli stessi e degli interessi.

Al fine di incentivare la procedura il Governo ha previsto una penalty protection, ovvero in esito al corretto perfezionamento della procedura di riversamento è esclusa la punibilità per il delitto di cui all’articolo 10-quater del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74.

La procedura di riversamento non può essere utilizzata per il riversamento dei crediti il cui indebito utilizzo in compensazione sia già stato accertato con un atto di recupero crediti, ovvero con altri provvedimenti impositivi, divenuti definitivi alla data di entrata in vigore del Decreto Fiscale. Nel caso in cui l’indebito utilizzo del credito d’imposta sia già stato constatato con un atto istruttorio, ovvero accertato con un atto di recupero crediti, ovvero con un provvedimento impositivo, non ancora divenuti definitivi alla data di entrata in vigore del decreto, il riversamento deve obbligatoriamente riguardare l’intero importo del credito oggetto di recupero, accertamento o constatazione, senza possibilità di applicare la rateazione.

(A cura di Marco Cardillo)

RIFERIMENTI

DL n. 146 del 21/10/2021


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Con l’ordinanza interlocutoria n. 31960 del 5 novembre 2021 la Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione attinente l’obbligo di motivazione della cartella di pagamento, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente), relativamente agli interessi richiesti per ritardato pagamento di tributi.

Commissione Tributaria Provinciale di Milano sentenza n. 4296 del 16 novembre 2021

 “La presente controversia riguarda la concessione di contributi e sovvenzioni pubbliche e, di conseguenza, non rientra nemmeno in senso lato nella materia fiscale. Del resto è pacifico che il ristoro Covid non abbia natura tributaria. Anzitutto va evidenziato che non si tratta di un contributo dovuto dal cittadino allo Stato bensì, al contrario, di un contributo dovuto dallo Stato al cittadino, ricorrendo certi presupposti. Tale considerazione basta e avanza per escludere la natura tributaria del contributo in questione. Peraltro una diversa lettura dell’istituto, in senso conforme ai principi costituzionali, non pare possibile neppure ricorrendo ai più sofisticati funambolici sofismi. Irrilevante, e non valorizzabile ai fini dell’individuazione della natura tributaria del rapporto, è dunque il fatto che a provvedere all’elargizione del contributo ovvero al suo recupero sia l’Agenzia delle Entrate la quale, nella specie, si limita a erogare il contributo, ovvero a negarlo, ovvero ancora a recuperare quello indebitamente percetto, non ad accertare materia imponibile, tanto più che il contributo in questione viene espressamente qualificato come escluso dalla base imponibile dei redditi soggetti ad imposizione diretta. L’Agenzia delle Entrate funziona pertanto quale mero ufficiale pagatore del contributo, come controllore dell’esatta e corretta istanza del cittadino avente diritto, e quale addetto al recupero dell’indebito. Il mero affidamento all’Agenzia delle Entrate di dette funzioni non può quindi snaturare le caratteristiche del contributo che ha natura di diritto soggettivo del cittadino, oggetto pertanto della giurisdizione ordinaria, men che meno di quella tributaria […]. La riproposizione della domanda davanti al giudice competente potrà avvenire nelle forme, nei modi e nei tempi indicati dall’art. 59 della Legge 18/06/2009, n. 69, ove ancora vigente. L’opinabilità e la novità della controversia, nonché motivi di equità impongono l’integrale compensazione delle spese di giudizio. La Commissione declina la propria giurisdizione, in favore dell’A.G.O. Spese compensate”.

Corte di Cassazione ordinanza n. 31626 del 4 novembre 2021

 “Il modulo RW è una parte della dichiarazione dei redditi ai fini Irpef, ed ivi deve essere indicata, tra l’altro, la somma dei trasferimenti di capitali effettuati all’estero nell’anno di imposta. Se la dichiarazione dei redditi della persona è stata presentata, peraltro completa nelle sue ulteriori parti, ma con omessa compilazione di un quadro o modulo, non ricorre l’ipotesi dell’omessa presentazione della dichiarazione, ed è consentito al contribuente proporre una dichiarazione integrativa.Inoltre, è stato già espresso dalla Suprema Corte, anche se in relazione a tributo diverso, l’estensibile principio secondo cui la dichiarazione dei redditi “avendo natura di mera esternazione di scienza e di giudizio, può essere emendata (o ritrattata) dal contribuente, se frutto di errore, con effetti, però, diversi, a seconda che la modifica abbia luogo prima della notificazione dell’avviso di liquidazione della maggiore imposta ovvero successivamente alla stessa: nel primo caso, infatti, l’Ufficio è tenuto a rispettare le risultanze della correzione, fermo restando l’esercizio dei suoi poteri in ordine ai valori emendati”, Cass. sez. V, 10.02.2010, n. 2926. Nel caso di specie la dichiarazione integrativa di rettifica era stata pacificamente comunicata dal contribuente prima della notificazione dell’atto impositivo. Completezza suggerisce peraltro di ricordare che quanto osservato, naturalmente, trova applicazione qualora non sussista una specifica disciplina normativa delle conseguenze della tardiva dichiarazione”.


CORTE DI GIUSTIZIA CE-UE – Sentenza 25 novembre 2021, n. C-334/20

“L’articolo 168, lettera a), della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, deve essere interpretato nel senso che un soggetto passivo può detrarre l’imposta sul valore aggiunto (IVA) assolta a monte per servizi pubblicitari ove una siffatta prestazione di servizi costituisca un’operazione soggetta all’IVA, ai sensi dell’articolo 2 della direttiva 2006/112, e ove essa presenti un nesso diretto e immediato con una o più operazioni imponibili a valle o con il complesso delle attività economiche del soggetto passivo, a titolo di sue spese generali, senza che sia necessario prendere in considerazione la circostanza che il prezzo fatturato per i suddetti servizi sia eccessivo rispetto a un valore di riferimento definito dall’amministrazione finanziaria nazionale o che tali servizi non abbiano dato luogo a un aumento del fatturato di detto soggetto passivo”.

(Rassegna a cura di Michele Vanadia)


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I patti parasociali sono contratti che si caratterizzano per porsi a fianco del contratto di società e sono disciplinati dagli artt. 2341 bis e 2341 ter c.c.. Detti accordi sono disciplinati all’interno del Titolo quinto del Libro quinto del Codice Civile in materia di S.p.a. ma è pacifico che questi possano essere adottati da tutte le altre tipologie societarie.

L’art. 2341 bis, al primo comma lett. a) c.c., stabilisce che i patti devono avere per oggetto l’esercizio del diritto di voto, il quale pertanto perde la sua caratteristica di assoluta libertà. Lo scopo di tali patti è quello di regolare il comportamento dei soci all’interno della società: si tratta di contratti con cui due o più soci assumono impegni reciproci riguardo all’esercizio dei diritti connessi alla partecipazione societaria posseduta da ciascuno.

Art. 2341 bis
I patti, in qualunque forma stipulati, che al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società:

  1. a) hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle società per azioni o nelle società che le controllano [1]
  2. b) pongono limiti al trasferimento delle relative azioni o delle partecipazioni in società che le controllano [2];
  3. c) hanno per oggetto o per effetto l’esercizio anche congiunto di un’influenza dominante su tali società [3], non possono avere durata superiore a cinque anni e si intendono stipulati per questa durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore; i patti sono rinnovabili alla scadenza.

Qualora il patto non preveda un termine di durata, ciascun contraente ha diritto di recedere con un preavviso di centottanta giorni.

Art. 2341 ter
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio i patti parasociali devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di ogni assemblea. La dichiarazione deve essere trascritta nel verbale e questo deve essere depositato presso l’ufficio del registro delle imprese.

In caso di mancanza della dichiarazione prevista dal comma precedente i possessori delle azioni cui si riferisce il patto parasociale non possono esercitare il diritto di voto e le deliberazioni assembleari adottate con il loro voto determinante sono impugnabili a norma dell’articolo 2377.

Stando al dato letterale delle disposizioni sopra riportate, i patti parasociali servono quindi a stabilire gli assetti proprietari o di governo della società e hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto da parte dei soci sottoscrittori, pongono un limite al trasferimento delle azioni o delle partecipazioni e stabiliscono chi decide nella società.

A titolo esemplificativo, se due soci detengono ognuno il 30% delle azioni societarie e decidono di stipulare un patto parasociale, di fatto controllano la società (dal momento che, nel complesso, detengono il 60% delle azioni, superando la percentuale discriminante del 50% +1). I patti parasociali non possono avere durata superiore ai cinque anni, ma è possibile rinnovarli; tuttavia, qualora non sia stato fissato un termine di durata, un contraente può recedere con preavviso di 180 giorni.
All’art. 2341 ter, invece, viene indicata la disciplina di tali patti all’interno delle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, e quindi quotate in Borsa. In questa casistica, i patti parasociali devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di ogni assemblea.

A differenza delle clausole dell’atto costitutivo, i patti parasociali hanno efficacia meramente obbligatoria, vincolando solamente i soci che li sottoscrivono e non i futuri acquirenti o sottoscrittori di azioni di nuova emissione. Nelle società non quotate, i patti parasociali valgono solo per i contraenti e non per chi eventualmente subentra nella società.

 

Le tipologie di patti parasociali

Sempre in riferimento all’art. 2341 bis, occorre soffermarsi sulle tre tipologie tipiche di patti parasociali, cioè i sindacati (o convenzioni) di voto, di blocco e di controllo.

I sindacati di voto regolano l’esercizio del diritto di voto in assemblea, e possono derivare:

  • dall’accordo tra più azionisti, che si impegnano a votare nello stesso modo;
  • dall’accordo tra più azionisti, che danno mandato di rappresentanza a un soggetto terzo, il quale in assemblea esprimerà il suo voto secondo le direttive del sindacato di voto.

I sindacati di blocco si riferiscono, invece, agli accordi tra soci finalizzati a limitare l’alienazione delle partecipazioni, con l’obbligo, in caso contrario, di offrire le azioni in prelazione agli altri soci aderenti al sindacato di blocco in proporzione alle azioni detenute da ciascuno.

Infine, i sindacati di controllo sono quelle convenzioni aventi come fine l’esercizio congiunto di un’influenza dominante all’interno della società, andando ad influenzare la governance e gli assetti proprietari.

Per quanto riguarda la pubblicità dei patti parasociali, nelle società chiuse non è prevista alcuna forma pubblicitaria, mentre nelle società quotate e in quelle con azionariato diffuso i patti parasociali devono essere comunicati e dichiarati in apertura di ogni assemblea. L’art. 122, D.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 [4], dispone che i patti parasociali, aventi per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle società per azioni quotate e delle società controllanti, entro cinque giorni dalla stipulazione devono essere:

  1. a) comunicati alla Consob;
  2. b) pubblicati per estratto sulla stampa quotidiana;
  3. c) depositati nel Registro delle imprese del luogo ove la società ha la sua sede legale;
  4. d) comunicati alla società con azioni quotate.

 

Alcune clausole tipiche

All’interno dei contratti parasociali internazionali (shareholders’ agreements) troviamo alcune clausole spesso usate per sanare le situazioni di stallo che possono verificarsi a causa di disaccordi tra i soci, tra cui le clausole di covendita e la clausola della roulette russa.

Tra le clausole di covendita [5] ricordiamo:
1)  la clausola di drag along, o patto di trascinamento, che prevede il diritto del socio di maggioranza di trascinare il socio di minoranza nelle proprie negoziazioni con l’acquirente della propria partecipazione, forzando la vendita dei titoli detenuti dai soci minoritari. Il beneficiario di una clausola di drag along è generalmente il socio di maggioranza che, in caso di cessione della propria partecipazione sociale, potrà obbligare all’exit anche i soci di minoranza, tutelandosi in questo modo da un eventuale ostruzionismo da parte della minoranza;
2) la clausola di tag along, o patto di accordamento, che prevede, al contrario, la possibilità per i soci di minoranza di seguire il socio di maggioranza nella cessione delle proprie quote partecipative, approfittando delle condizioni economiche ottenute da quest’ultimo nella negoziazione con l’acquirente.

Un caso più limitato e meno frequente è quello della cosiddetta clausola della roulette russa. In particolare, in una società caratterizzata dalla presenza di due soci detentori di partecipazioni paritetiche, è possibile che si verifichi un’ipotesi di stallo decisionale (detto anche dead- lock), paralizzando di fatto l’attività della società. Questa circostanza, protraendosi nel tempo, potrebbe portare addirittura allo scioglimento della società [6]. Per porvi rimedio, è stata prevista la clausola della roulette russa, che concede a una delle parti di fissare il prezzo delle azioni e all’altra di scegliere se venderle o acquistarle, tramite una riallocazione delle partecipazioni sociali. La clausola della roulette russa rimane valida finché la medesima persegua interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, risolvendo la situazione di stallo attraverso la decisione di acquisto o di vendita, salvaguardando quindi il progetto imprenditoriale ovvero facendo sì che si eviti l’ipotesi di liquidazione della società [7].

 

I patti parasociali nell’ordinamento cinese

In questa seconda parte, andremo ad affrontare brevemente la disciplina dei patti parasociali all’interno dell’ordinamento cinese, per evidenziare elementi di somiglianza e/o di diversità con la disciplina italiana.

In primo luogo, preme rilevare che, sebbene ampiamente utilizzati, i patti parasociali non sono espressamente regolamentati dalla Chinese Company Law (“CCL”) [8]; il loro utilizzo è previsto per colmare le eventuali lacune statutarie, ma non possono in alcun modo sostituire la volontà dei soci.

  • Distribuzione dei dividendi

Uno degli ambiti di maggior applicazione dei patti parasociali nel diritto societario cinese è quello della distribuzione dei dividendi. L’art. 35 della CCL stabilisce che “Shareholders shall draw dividends in proportion to the capital contributions they made; and when a company increases its capital, its shareholders shall have the right of first refusal to make their subscriptions in proportion to the capital contributions they made, except where all the shareholders have agreed to draw the dividends not in proportion to their capital contributions or to do without the right of first refusal in proportion to their capital contributions when making subscriptions”[9].

Pertanto le clausole di preferenza sui dividendi, presenti nei patti parasociali, anche se non espressamente previste, possono trovare una disposizione legittimante nel diritto societario cinese.

  • Accordi di voto

Un’altra fattispecie di patti parasociali sono gli accordi di voto, equiparabili ai nostri sindacati di voto di cui alla lett. a) dell’art. 2341 bis, primo comma, c.c.. Gli accordi di voto sono contratti stipulati tra gli azionisti, e regolano le modalità con cui essi possono esercitare il potere di voto in determinate circostanze.

L’art. 43 della CCL recita: “Shareholders shall exercise their voting rights at a meeting of the shareholders’ assembly in proportion to their respective capital contributions, except where otherwise provided for by the company’s articles of association” [10]. Pertanto, in base all’art. 43, il diritto societario cinese consente agli azionisti di discostarsi dalla regola predefinita. Gli accordi di voto rivestono particolare importanza per alcune delibere specificate all’art. 44, quali l’aumento o riduzione di capitale, la fusione e la scissione, lo scioglimento e la liquidazione della società [11].

Sebbene non siano quindi espressamente disciplinati, per poterne stabilire la validità, l’art. 52 della legge sui contratti offre un’utile interpretazione della questione, indicando le circostanze di invalidità di un accordo. In forza di detta disposizione, un contratto non è ritenuto valido qualora concorra una delle seguenti circostanze:

(i) una delle parti induce la conclusione del contratto con frode o coercizione, danneggiando così gli interessi dello Stato;

(ii) Le parti colludono in malafede, danneggiando così gli interessi dello Stato, della collettività o di terzi;

(iii) Le parti intendono nascondere uno scopo illegale con il pretesto di una transazione legittima;

(iv) Il contratto lede gli interessi pubblici;

(v) Il contratto viola una disposizione imperativa di qualsiasi legge o regolamento amministrativo. ”

Ne consegue che, se gli accordi di voto non violano le disposizioni del precedente articolo, l’accordo deve essere ritenuto valido, efficace ed applicabile, sulla base della liberà contrattuale delle parti.

  • Tutela degli azionisti

L’ultima casistica che prenderemo in esame è quella dei patti parasociali legati alla tutela degli azionisti. L’art. 75 della CCL prevede che “Under one of the following circumstances, where a shareholder votes against the resolution adopted by the shareholders’ assembly, he may request the company to purchase his equity at a reasonable price:

(1) The company fails to distribute its profits to the shareholders for five consecutive years, when it has been making profits for five years running and meets the conditions for distributing profits as is provided for by this Law;

(2) The company is to be merged or divided, or the principal part of its property is to be transferred; or

(3) When the period of business stipulated by the company’s articles of association expires or other situations originating the dissolution stipulated by the said articles of association arise, a resolution is adopted by the shareholders’ assembly to revise the articles of association for continued existence of the company.

Where a shareholder fails to reach an agreement on the equity purchase with the company within 60 days from the date the resolution is adopted by the shareholders’ assembly, he may bring a suit before a people’s court within 90 days from the date the resolution is adopted by the shareholders’ assembly” [12].

Nel caso in cui l’azionista voti contro alcune delibere assunte in assemblea, l’azionista può chiedere alla società di acquistare la propria partecipazione ad un prezzo ragionevole. L’azionista può richiedere il riacquisto della propria quota di partecipazione se i dividendi non vengono pagati per 5 anni consecutivi in ​​cui la Società opera con profitto; la società si fonde, viene scissa o viene trasferita la parte principale della sua proprietà, o quando viene modificato lo statuto per prolungare la durata della società. Nel caso in cui non venga trovato un accordo per l’acquisto della quota di partecipazione, l’azionista può rivolgersi ad un tribunale competente entro 90 giorni dalla votazione.

Dal momento che queste tutele non risultano totalmente esaustive, i patti parasociali trovano la loro utilità affiancandosi alla legislazione e fornendo agli azionisti una maggior tutela e un maggior potere decisionale. A causa della mancanza di una legislazione specifica, la validità specifica e l’applicabilità del patto parasociale dovranno essere valutate caso per caso.

(A cura di Lorenzo Nobile)

RIFERIMENTI

[1] Sindacati di voto

[2] Sindacati di blocco

[3] Sindacati di controllo

[4] T.U.F.

[5] C. d’Alessandro, Patti di co-vendita (tag along e drag along)

[6] L’art. 2484 c.c. prevede tra le possibili cause di scioglimento delle società l’impossibilità di funzionamento e la prolungata inattività dell’assemblea

[7] Si veda la sentenza n. 19708/17 del Tribunale di Roma

[8] Company Law of the People’s Republic of China (court.gov.cn)

[9] Art. 35, Company Law of the People’s Republic of China, 2006

[10] Art. 43, Company Law of the People’s Republic of China, 2006

[11] Art. 44, Company Law of the People’s Republic of China, 2006

[12] Art. 75, Company Law of the People’s Republic of China, 2006


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani – Responsabile di Redazione: Marco Schiariti
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L’espressione “meno Stato, più mercato” rappresenta la ratio del mutamento di intervento pubblico nell’economia del nostro Paese. Le ideologie antistataliste, la comparsa del neoliberismo e del mercatismo degli anni Ottanta minano le fondamenta dello Stato interventista, a causa dell’enorme spesa pubblica cresciuta esponenzialmente nel corso del tempo, in particolar modo nei confronti delle grandi imprese in crisi.

Di conseguenza, lo Stato assume la veste di “regolatore”, e come tale, si limita a programmare ed enunciare le regole per il funzionamento dei vari processi economici, lasciamo ampie libertà di manovra agli operatori. Vi è la rinuncia all’azione diretta sul mercato; situazione che negli anni precedenti era divenuta prassi (basti pensare alla massima espressione dell’interventismo pubblico in Italia, la legge 3 Aprile 1979, n. 95, la cosiddetta Legge Prodi). L’influenza del diritto europeo, ed in particolare delle quattro libertà fondamentali dell’internal market, giocano un ruolo fondamentale. Se l’ordinamento italiano rappresenta il regolatore che giostra la cornice entro cui far muovere gli operatori economici, l’Unione Europea dimostra di essere il burattinaio del regolatore stesso.

Da qui, sulla via della liberalizzazione e della regolamentazione del mercato verso un utopico unicum di ispirazione europea, si deve analizzare l’importanza della nostra carta costituzionale nei riguardi del settore economico.

Il binomio che viene sancito dall’articolo 41 della Costituzione, libertà di iniziativa economica (con i relativi limiti imposti dalla legge) e correttivi pubblici per fini sociali, rappresenta la chiave di volta dello Stato regolatore. Uno Stato capitalistico moderno, riconducibile al modello di Welfare State, che programma, regola, sancisce ed osserva, intervenendo solo laddove si possano creare fallimenti di mercato irrecuperabili.

Pertanto, da queste osservazioni, si evince quanto sia ancora moderna la nostra carta fondamentale.

A voler parafrasare autorevole dottrina (S. CASSESE), il concetto di “costituzione economica” ha origine nella cultura giuspubblicistica tedesca dei primi anni Venti e può essere intesa in tre sensi.

Dapprima, essa può essere analizzata in, stricto sensu, come la formula riassuntiva delle norme costituzionali sui rapporti economici. Dunque, per quanto riguarda la nostra Costituzione, sarebbero “economici” gli artt. 41, 42, 43, 44, 45 e 47, e come tali riverserebbero la loro economicità sulle leggi ordinarie, come la legge 10 Ottobre 1990, n. 287 (la cosiddetta legge Antitrust) e il decreto legge 11 Luglio 1992, n. 333 (convertito con legge 8 Agosto 1992, n. 359), che ha disposto la privatizzazione delle maggiori imprese pubbliche.

In secondo luogo, l’espressione costituzione economica, continua Cassese, può essere interpretata secondo l’ottica del costituzionalista inglese, di epoca vittoriana, Albert Venn Dicey, come un insieme di istituti che, pur facendo parte del diritto, non appartengono necessariamente alla Costituzione scritta. Ci si riferisce all’analisi del mutamento dell’opinione pubblica.

Da ultimo, il terzo aspetto della costituzione economica è quello che analizza non solo le norme costituzionali e le leggi ordinarie, nonché i loro relativi rapporti, ma anche gli aspetti amministrativi, come le circolari. In tal senso, si afferma un ordinamento multilivello composto da norme costituzionali in primis, da leggi primarie in secundis e dagli interventi amministrativi dello Stato. Si evolve, quindi, tutto all’interno di un “diritto vivente” che abbraccia istituti, norme e prassi relativi ai rapporti economici.

Sembrerebbe, quindi, che la costituzione economica, così intesa, vada ad abbracciare la cosiddetta “teoria formale” della Costituzione, la quale viene considerata come un grande contenitore riempito di volta in volta di contenuti differenti, derivanti dai suoi rapporti con il settore economico.

Seguendo questo filo conduttore, diventa imprescindibile considerare la dottrina filosofica neo-costituzionalista, la quale risolve la sovranità dell’ordinamento attraverso la filosofia dei valori, ossia un processo di bilanciamento tra principi presenti nella Costituzione. L’operazione di bilanciamento, quindi di ponderazione dei molteplici interessi economici e sociali del mercato, è un’attività tipicamente amministrativa e politica. Infatti, essa spetta in primo luogo al legislatore e al governo e in secondo luogo all’amministrazione, la quale è vincolata sia dal principio di legittimità e di legalità sia dalla Corte Costituzionale.

La costituzione economica in senso stretto, ossia gli artt. 41, 42, 43, che riguardano rispettivamente la libertà di iniziativa economica, la proprietà e il monopolio legale per i servizi pubblici essenziali, per fonti di energia o per fini di utilità generale, rappresenta il pilastro fondamentale dello Stato regolatore.

Essa è riuscita a funzionalizzare la libertà di iniziatica economica privata, poiché la legge determina i programmi, intesi come linee guida di interesse economico, e i controlli, gli strumenti idonei ad indirizzare l’attività imprenditoriale verso una tutela dell’utilità sociale. Lo Stato riesce, pertanto, a controllare lo svolgimento della concorrenza, tramite la disciplina antitrust, e la salvaguardia del mercato nazionale.

(A cura di Nicolò Di Fausto)

RIFERIMENTI

  • D’AMBROSIO, Le nuove tendenze della disciplina sull’amministrazione straordinaria delle grandi imprese alla luce della l. 106/08, dottorato in Diritto dell’Economia, XXIV ciclo.
  • BONGIOVANNI G., Neocostituzionalismo, in Enc. dir., Annali, III, 2011.
  • CASSESE S., La nuova costituzione economica, Bari, Editori Laterza, 2012.
  • LEMME G., Diritto ed Economia del mercato, Milano, Wolters Kluwer, 2020.
  • MAGLIULO A., La costituzione economica dell’Italia nella nuova Europa. Un’interpretazione storica, in Studi e note di economia, 1999.
  • MICOSSI S. Grandi imprese in crisi, in Il nuovo Diritto delle Società, Torino, Giappichelli, 2018,
  • MORTATI C., La Costituzione in senso materiale, Milano, Giuffrè, 1940.
  • PICOZZA E., RICCIUTO V., Diritto dell’Economia, Torino, G. Giappichelli Editore, 2017.

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La Suprema Corte di Cassazione, con ordinanza n. 17746 del 2021, si è espressa in relazione all’applicazione della ritenuta convenzionale, prevista dall’art. 12 della Convenzione contro le doppie imposizioni, in sostituzione della ritenuta domestica, disciplinata dagli art.  25 e ss del DPR 600/1973.

Il ricorso dell’Amministrazione Finanziaria verteva sul fatto che non fosse stato:

  1. dimostrato che il percettore dei canoni fosse il “beneficiario effettivo” , il cui onere probatorio grava sul sostituto di imposta;
  2. accertato che il percettore dei canoni potesse disporli, in concreto e con piena autonomia gestionale e operativa.

Il primo motivo di ricorso è stato accolto, sottolineando che non è sufficiente che il sostituto di imposta riceva, ed esibisca in caso di verifica fiscale, il “certificato di residenza fiscale rilasciato dalla autorità fiscale estera” e la dichiarazione nella quale il percettore estero dei canoni dichiari di essere il “beneficiario effettivo” al fine di poter applicare l’aliquota convenzionale del 5%, in sostituzione dell’aliquota nazionale più gravosa.

Si ritiene pienamente condivisibile quanto espresso dagli ermellini, in particolar modo la parte dell’ordinanza in cui si legge: “l’onere della  prova del fatto che giustifica il più favorevole regime convenzionale incombe sul contribuente (ndr. sostituto di imposta) mentre a carico dell’Agenzia delle Entrate, incombe l’onere di contestare espressamente i fatti affermati dal contribuente” sottolineando che il soggetto che paga i canoni/dividendi, ricoprendo il ruolo di sostituto di imposta, “è come se fosse il destinatario dei canoni stessi”.

In relazione al secondo motivo di ricorso, la corte non ha proceduto ad analizzarlo in quanto era stato proposto in subordine.

In conclusione, la Cassazione ha tracciato l’onere della prova individuando che è il sostituto di imposta che deve dimostrare il possesso di tutti i requisiti per l’applicazione della ritenuta convenzionale, mentre all’Amministrazione Finanziaria spetta l’onere di contestare i fatti affermati dal contribuente.

Nel caso in cui il sostituto di imposta ritenga di non avere gli elementi sufficienti per dimostrare l’applicabilità dell’aliquota convenzionale procederà ad applicare la ritenuta domestica e il soggetto non residente, inciso dell’imposta, provvederà a richiedere il rimborso all’Amministrazione Finanziaria, la quale a sua volta verificherà il possesso di tutti i requisiti.

(A cura di Marco Cardillo)

RIFERIMENTI

Ordinanza n. 17746 del 2021


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La macchina della giustizia italiana si sa non gode di ottima salute, e l’idea di una riforma dell’intero sistema giudiziario è sempre dietro l’angolo. La durata dei processi va ben oltre la ragionevole durata così come previsto dall’art. 111 Cost. e le ripercussioni sul piano economico sono davvero considerevoli. Ma la colpa è degli attuali codici procedurali o è figlia di una pianta organica ormai insufficiente ad affrontare l’intera mole dei procedimenti giudiziari?

Ogni volta che un nuovo governo si insedia, tra le questioni più roventi ritrova sicuramente la “questione giustizia”. È risaputo che siamo uno dei paesi peggiori a livello europeo per la durata dei processi. Infatti solo la Grecia ha tempi superiori ai nostri e l’ultimo rapporto redatto dalla Commissione Europea sull’efficienza giudiziaria ha mostrato numeri pesanti (1).

Con riferimento al processo civile la stima media relativa alla durata è di circa 8 anni. Quindi rapporti commerciali, risarcimenti del danno, e qualsiasi altra contesa civile resta in un certo senso sospesa per otto interminabili anni.

Una situazione leggermente migliore si ha nel processo amministrativo, con un computo totale di circa 5 anni e mezzo. In questo caso però i gradi di giudizio, rispetto al processo civile ordinario, sono soltanto due, ovvero il TAR e il Consiglio di Stato.

Il processo penale risulta essere il più “rapido” con una media di quasi quattro anni (siamo comunque i peggiori a livello europeo anche qui), anche se ai fini di una valutazione sulle ripercussioni economiche dovute alle lungaggini processuali è facile immaginare come tale tipologia processuale sia la meno influente.

Già all’inizio del nuovo millennio lo Stato ha provato a porre un rimedio per i processi di durata irragionevole durata introducendo la c.d. legge Pinto, ovvero di una specifica normativa che prevede il pagamento di un indennizzo in favore di quei cittadini che hanno affrontato processi (civili) di durata irragionevole. La previsione di legge è quella di un indennizzo che varia da € 400 ad € 800 per ogni anno di ritardo rispetto ai termini standard previsti dalla stessa legge. Per il primo grado è previsto un tetto temporale di tre anni, per l’appello due anni e, infine, per la Cassazione un anno.

Per ossequiare il dettato costituzionale dell’art. 111 l’indennizzo è un passaggio dovuto, ma se invece, si vuol pensare all’effetto prodotto sulla media della durata dei processi, questa legge è da considerarsi totalmente fallimentare in quanto non si sono registrati significativi cambi di durata ed in più lo Stato è gravato da una ulteriore spesa. Nel bilancio del governo la voce di spesa relativa agli indennizzi dovuti a titolo di ristoro per la durata irragionevole dei processi, ha raggiunto numeri davvero importanti (centinaia di milioni di euro).

In tutto ciò, il cittadino,  anche se ha ottenuto il ristoro, non può dirsi comunque soddisfatto di un sistema giudiziario così lento e, avrebbe comunque preferito un processo più celere rispetto ad un ristoro quasi irrisorio. Si pensi a quelle cause intorno alle quali gravitano interessi milionari (ma anche di qualche centinaia di migliaia di euro), e si parametri il tutto a qualche centinaio di euro l’anno riconosciuto dallo Stato per il ritardo.

Ma cosa ci perde, ad esempio, un’azienda a causa di un processo troppo lungo?

Una risposta univoca a questa domanda non può esserci  poiché la valutazione andrebbe fatta caso per caso. Quello che è indicabile è la forzata mancanza di opportunità; un congelamento di interessi economici dai quali potrebbero derivare nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro, nuovo gettito fiscale per lo Stato che, moltiplicato per i contenziosi in essere, raggiugerebbe numeri da brividi se si pensa che nel 2019 i giudizi pendenti nella sola area civile hanno raggiunto il mezzo milione circa (2).

Ad ogni modo per la questione dell’irragionevole durata del processo il dito viene spesso puntato contro l’attuale codice di procedura civile ma, in realtà, se applicato alla lettera il processo assumerebbe comunque una durata ragionevole.

A un avvocato sarebbe facile prospettare l’esempio del classico rinvio ex art. 183 comma 6° c.p.c., che prevede un termine totale di 80 giorni per una ulteriore produzione di memorie volte a precisare l’atto introduttivo del giudizio o a produrre prove contrarie. A livello teorico quindi, dopo la prima udienza, la seconda potrebbe essere fissata già dopo circa 3 mesi ma, nella pratica, si arriva a rinvii che possono arrivare a due anni.

Il motivo non è certo l’assenza di voglia da parte del giudice di turno nel rispettare le previsioni del codice procedurale ma, più che altro, il problema è l’eccessivo carico di lavoro che pende sulle loro spalle.

A questo punto ci si chiede: perché con tutti i soldi spesi per gli indennizzi connessi alla c.d. legge Pinto non si amplia l’organico dei giudizi e dei relativi uffici in modo da rendere la giustizia più rapida e, per l’effetto, una economia nazionale più prospera? In questo modo vi sarebbe anche una inevitabile riduzione degli indennizzi dovuti. Insomma, togliere dalla voce “risarcimento del danno” e inserire nella voce “assunzioni”. Infatti non sarebbe nemmeno da sottovalutare che in questo modo si creerebbero anche nuovi posti di lavoro (e i laureati in giurisprudenza non mancano).

Purtroppo siamo lontani da una soluzione, perché ad oggi si discute ancora sull’opportunità o meno di riformare il processo civile ma, anche ad introdurre una legge che prevede termini ancora inferiori rispetto a quelli attualmente previsti, se poi ci sarà un organico insufficiente a sostenere il carico di lavoro generato dai contenziosi tali termini finiranno per non essere rispettati.

(A cura di Tommaso Gioia)

RIFERIMENTI

(1) Rapporto europeo qualità della giustizia https://rm.coe.int/rapport-avec-couv-18-09-2018-en/16808def9c

(2) Dati Ministero della Giustizia https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST1287132&previsiousPage=mg_2_9_13


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La Corte con Ordinanza n 29228 del 20/10/21 ritiene opportuno enunciare il seguente principio di diritto: “nel caso di interposizione ex art. 37 d.P.R. n. 600 del 1973, ove l’Ufficio ritenga, in sede di rettifica o di accertamento d’ufficio, di imputare al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando si dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona, tal operazione di imputazione è soggetta – sul piano della ripartizione dell’onere probatorio – agli ordinari principi vigenti materia tributaria. Pertanto, ove l’Amministrazione Finanziaria intenda attribuire all’interposto, effettivo possessore del reddito e quindi effettivo debitore dei tributi, il reddito solo apparentemente conseguito dell’interponente, nella determinazione di tal reddito oggetto dell’imputazione dovrà attenersi al reddito determinato in capo all’interponente, se effettivo. Diversamente, ove intenda anche procedere alla rideterminazione in misura maggiore di tal reddito, sarà onere dell’Ufficio dar la prova dell’esistenza – oltre che della simulazione-azione di interposizione – anche dei maggiori ricavi; in tal caso, adempiuto adeguatamente detto onere, sorgerà lo speculare e rispettivo onere in capo al contribuente di fornire a sua volta prova della sussistenza di maggiori costi, il cui riconoscimento sarà in tal caso dovuto”.
Ordinanza Cassazione n 28257 del 15/10/2021- accertamento redditometro
“Con il quarto motivo, la contribuente lamenta che la CTR ha -errando- imputato solo a lei il reddito presunto dell’immobile, nel quale essa dimorava, almeno fino al momento della separazione, con tutta la famiglia. Con il quinto motivo, la ricorrente denuncia vizio di motivazione (apparente) laddove la sentenza ha ritenuto che ella non avesse fornito prove idonee a vincere il reddito presuntivamente attribuitole. Con il sesto motivo, la ricorrente lamenta che la CTR ha omesso l’esame delle prove da essa allegate, con particolare riferimento all’ordinanza resa dal tribunale di xxxxx nel giudizio di separazione personale recante, tra l’altro, l’obbligo del coniuge di fare fronte alle spese di gestione e manutenzione della casa. I tre motivi, tra di loro connessi, vanno trattati insieme. Essi sono fondati. Invero -e innanzi tutto- l’immobile in parola non era nella disponibilità della sola ricorrente, essendo destinato a dimora dell’intera famiglia: da qui la censurabile statuizione dell’attribuzione dell’intero reddito determinato sinteticamente alla sola xxxx. In secondo luogo, la CTR non ha spiegato le ragioni per cui ha ritenuto di non riconoscere rilievo alle prove dedotte dalla ricorrente, con specifico riguardo alla dichiarazione del coniuge della xxxx e all’ordinanza del tribunale di xxxxx resa nel giudizio di separazione personale dei coniugi. Per ultimo, proprio il provvedimento per ultimo citato ha palesato che, anteriormente alla separazione, le spese relative all’immobile erano sopportate dal marito della ricorrente e che alle stesse il medesimo sarebbe stato tenuto per il futuro, in forza proprio di detta ordinanza. Conclusivamente, vanno accolti i motivi quarto, quinto e sesto, rigettati il primo e il terzo, assorbito il secondo; la sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese, alla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, in diversa composizione”
Corte Costituzionale – ORDINANZE INDIVIDUATE – Ordinanza 150/2021
Commissione tributaria provinciale
Imposte e tasse – Accertamento delle imposte sui redditi – Prevista assunzione dei prelevamenti come ricavi, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili.
In via subordinata: Imposte e tasse – Accertamento delle imposte sui redditi – Assunzione dei prelevamenti come ricavi, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili – Prevista applicazione anche agli imprenditori individuali ammessi alla contabilità semplificata.
– Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), art. 32, primo comma, numero 2).
Corte di Cassazione ordinanza n. 27745 del 12 ottobre 2021
Nelle operazioni soggettivamente inesistenti, la contestazione dell’assenza di buona fede da parte dell’acquirente non può basarsi su semplici indizi altrimenti si rischia che gli imprenditori non svolgano i propri affari, per il timore di partecipare ad una possibile frode fiscale con danno per il commercio e l’economia. “D’altra parte, se si ritenesse che siano sufficienti pochi indizi, non gravi, non precisi e non concordanti perché possa integrarsi la presunzione semplice di conoscenza o conoscibilità della frode, gli imprenditori sarebbero eccessivamente timorosi e potrebbero essere indotti a non rischiare, decidendo di non concludere molti affari, con grave nocumento per i traffici commerciali e quindi per l’economia in generale. In effetti principi cardine del nostro ordinamento giuridico, come il possesso di buona fede vale titolo e la legge di circolazione dei titoli di credito sono volti a favorire gli scambi senza che l’acquirente debba approfondire in maniera troppo approfondita la provenienza di quello che acquista”.
(Rassegna a cura di Michele Vanadia)

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