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Il 29 dicembre 2016 venne introdotto, in un territorio molto vicino alle esigenze delle imprese del settore “High Tech”, un regime volto a incentivare l’allocazione, nel territorio nazionale, dei profitti e della proprietà dei cd. “intangibles”, ossia i beni immateriali ormai core business di numerosi colossi digitali del nuovo millennio.

Il territorio di riferimento è Israele ed il regime è stato denominato “Innovation Box”, sulla stregua dei “Patent Box regime” istituiti in differenti ordinamenti mondiali, in forza dell’“Actions 5” elaborata in seno all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (in sigla, OCSE).

L’obiettivo è quello, da una parte, di rendere il proprio territorio attrattivo per tutte le prospere imprese protagoniste dell’economia digitale e, dall’altra, di ridurre le pratiche abusive in materia di “Base Erosion and Profit Shifting” di cui le stesse sono autrici.

1.  Premessa

Israele può essere considerato a tutti gli effetti un’economia avanzata per quanto riguarda, in particolar modo, il settore dell’”High Tech” e della sottostante ricerca e sviluppo (d’ora in poi “R&D”).

Basti pensare che, dati alla mano[1], nel vicino 2018, gli investimenti destinati alla R&D ammontano al 4% del Prodotto Interno Lordo (PIL), statistica di rilevante entità che posiziona Israele al vertice nella classifica degli Stati maggiormente attivi sotto tale versante.

Conscio di ciò, il Legislatore estero, nel rispetto dell’”Action 5” del progetto BEPS (Base Erosion and profit Shifting”) e del c.d. “nexus approach” da essa derivante, ha deciso di introdurre un regime che generi un ambiente ideale per tutte quelle imprese aventi come core business uno o più Intangible.

La strategia adottata è finalizzata ad incentivare gli attori dell’economia digitale, già presenti nello Stato israeliano per la “solaR&S, ad allocare ivi anche la proprietà ed i profitti derivanti dagli IP le cui funzioni “propedeutiche” sono già svolte nel territorio interno.

2. Le agevolazioni previste

Il regime in analisi si presenta, agli occhi del target di riferimento (ossia i board delle grandi digital enterprises), di facile comprensione e forte incisività nelle sue caratteristiche; specificatamente è prevista:

  • l’applicazione di una imposta sul reddito delle società di entità ridotta e pari al 6% del reddito correlato al bene immateriale (Corporate Income Tax, CIT”);
  • l’applicazione di una ridotta ritenuta alla fonte sui redditi distribuiti a società site all’estero pari al 4% e;
  • l’applicazione di una ridotta imposta sulla vendita e/o concessione del bene immateriale pari al 6% (cd. “capital gain tax).

Aspetto di ulteriore rilevanza risiede nella possibilità, anche per le imprese che non rispettano i suddetti requisiti, di godere di un regime fiscale di favore che prevede un’aliquota d’imposta pari al 12% (non più 6%) in relazione ai punti 1) e 3) di cui sopra.

In aggiunta, per le imprese residenti in determinate zona del paese quale la cd. “A zone” (Galilea, Gerusalemme, deserto del Negev), è prevista l’applicazione di un’aliquota del 7.5%. Per non parlare dei regimi di beneficio a cui sono soggette le cd. “Preferred Enterprises”, di non interesse in questa sede.

In sintesi, alle imprese rispettanti determinati requisiti è offerto un ventaglio di possibilità che vanno ben oltre l’Innovation Box, seppur quest’ultimo poni una stringente attenzione al concetto di Intellectual Property ed al suo sfruttamento.

3. Le condizioni per godere dell’Innovation Box

Un’impresa diviene qualificata per il regime fiscale di vantaggio e, pertanto, può godere dei rispettivi benefici, al ricorrere delle seguenti condizioni:

  • investimento del 7% del fatturato degli ultimi tre anni rivolto alla ricerca e sviluppo, ovvero 20 milioni di dollari in ricerca e sviluppo;
  • rispetto di almeno una dei seguenti vincoli:
  1. il 20% dei dipendenti è impiegato in attività di R&D oppure sono presenti almeno 200 addetti nel medesimo settore;
  2. nei periodi di imposta precedenti, la società ha ricevuto investimenti in capitale di rischio per $ 2 milioni
  3. La crescita media annua in tre anni deve corrispondere al 25% sotto il profilo delle vendite o dei dipendenti assunti.

Da una attenta analisi delle suddette condizioni si comprende che non sia richiesto alle imprese di investire nuove risorse in Israele ma di aver investito in passato e continuare ad investire. L’intervento può definirsi strategico proprio per tale motivo; il Legislatore ha cercato di ampliare la presenza di imprese già site nel territorio, ricco di HUB di ricerca, al fine di ottenere un guadagno in gettito e sviluppo tecnologico.

Il rispetto dei limiti appena analizzati non è, tuttavia, stringente; infatti, si specifica che le “companies not meeting the above conditions may still qualify under the discretion of the Israeli Innovation Authority at the Ministry of Economy and Industry[2], lasciando, così, ampia discrezionalità in merito ai “partecipanti” ad un’Agenzia istituita presso il Ministero dell’Economia e dell’Industria.

4. Il nexus previsto per il calcolo del beneficio tra ordinamento italiano e israeliano: cenni

Anche all’interno dell’”Innovation Box”, come per il fratello “Patent Box” italiano, è prevista una formula (cd. “nexus ratio”) utilizzabile per ottenere il reddito imponibile ammissibile ai benefici fiscali.

La formula, in via del tutto semplificata, si presenta come segue:

A x 130%
______   x C = D

A + B

All’interno della quale:

  • A sta per spese ammissibili sostenute per lo sviluppo dell’asset IP;
  • B sta per spese non ammissibili sostenute per lo sviluppo dell’asset IP. Questa categoria di spese comprende i costi di acquisizione IP, i canoni pagati per i diritti di proprietà intellettuale e ricerca e sviluppo in outsourcing a parti correlate non israeliane;
  • C sta per reddito imponibile derivante dal IP, inclusa la plusvalenza e;
  • D sta per reddito imponibile ammissibile ai benefici fiscali.

Il confronto tra la succitata formula e quanto differentemente elaborato all’interno dell’ordinamento italiano permette di desumere interessanti incipit di studio e di comprendere due modus operandi disuguali adottati da Legislatori posti dinanzi al medesimo problema: la tassazione e l’incentivazione dell’economia digitale sotto il versante dell’IP.

In particolare, la normativa di riferimento italiana introduce il seguente nexus ratio ai fini del calcolo del coefficiente da applicare al reddito agevolabile, ossia:

A + B + C + F/A + B + C + D + E

All’interno della quale:

  • A sta per i costi dell’attività di R&D svolta direttamente dai soggetti beneficiari;
  • B sta per i costi dell’attività di R&D svolta da soggetti terzi quali università o enti di ricerca e organismi equiparati e da società, anche start up innovative, diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa;
  • C sta per i costi dell’attività di ricerca e sviluppo addebitati da soggetti appartenenti al medesimo gruppo societario e/o costi afferenti alle attività di ricerca e sviluppo sostenuti dal soggetto beneficiario dell’agevolazione nell’ambito di accordi per la ripartizione dei costi (cd. “Cost Contribution Arrangements”, CCA);
  • D sta per i costiderivanti da operazioni intercorse con società che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa;
  • E sta per il costo di acquisizione, anche mediante licenza di concessione in uso, del bene immateriale e;
  • F sta per il cd. “Up-lift”, ossia un valore di incremento del numeratore equivalente alla differenza tra il valore complessivo del denominatore e il valore del numeratore nei limiti del 30% di quest’ultimo.

Da una prima osservazione “ad impatto” dei due nexus, emerge la maggior complessità della formula italiana seppur, in termini ampi e generali, la ratio sottesa sia la medesima: la ricerca di un valore matematico specifico di collegamento tra l’”attività economica sostanziale[3] svolta dall’impresa digitale e il beneficio ad essa spettante.

Al di la dei dissimili termini utilizzati, ulteriore elemento di contatto è rinvenibile nella strutturazione (oltre che nella ratio) della formula, la quale vede al numeratore i costi di attività di ricerca e sviluppo sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale ed al denominatore i costi complessivi sostenuti per produrre lo stesso.

5. Conclusioni

Pratiche consistenti in continui spostamenti dei profitti verso giurisdizioni “eccessivamente favorevoli” fiscalmente per mezzo degli intangibles, con la conseguente erosione della base imponibile dello Stato in cui il valore è generato, sono ormai, al giorno d’oggi, inevitabili.

D’esempio risulta essere il Legislatore israeliano che, nel rispetto delle direttive sviluppate in sede OCSE, ha elaborato un regime che possiede un valore maggiormente pregnante rispetto, ad esempio, al Patent Box domestico, avendo, il primo, la funzione di convincere prospere imprese digitali, già site sul territorio, ad insediarvisi in via ancor più profonda, allocando in esso non solo la funzione relativa alla R&D ma anche la proprietà ed il conseguente valore dei quei beni immateriali, core business della loro stessa attività.

Non si tratta, pertanto, di evitare soltanto che il valore derivante da quegli beni immateriali sfugga all’Erario ma di attirare sempre più imprese innovative per rendere il Paese un polo tecnologico di riferimento in continuo sviluppo.

(A cura di Rocco di Vizio)

Riferimenti

[1] OECD (2020), Gross domestic spending on R&D (indicator). doi: 10.1787/d8b068b4-en (Accessed on 20 May 2020); link: https://data.oecd.org/rd/gross-domestic-spending-on-r-d.htm

[2] Si rimanda alla presentazione elaborata dal Governo israeliano al fine di esplicare il regime in analisi: https://investinisrael.gov.il/HowWeHelp/downloads/BEPS.pdf

[3] La stessa Agenzia delle Entrate, nella Circolare esplicativa del regime Patent Box del 7 aprile 2016 n. 11/E, specifica che “deve comunque sussistere un collegamento diretto tra i costi per attività di ricerca e sviluppo relativi al bene immateriale ed il reddito agevolabile ritraibile dall’utilizzo dello stesso.”. Il concetto di “attività economica sostanziale” viene elaborato in sede OCSE, all’interno dell’Action 5, per quanto riguarda l’annosa questione delle pratiche abusive concernenti i beni immateriali. Per maggiori approfondimenti: http://www.oecd.org/tax/beps/beps-actions/action5/


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
a cura del Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. Via Padova, 5 – 20025 Legnano (MI) – C.F. 92044830153 – ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013
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Tra i tanti settori più sofferenti, spiccano quello della cultura e, in particolare, della musica, i cui operatori si stanno adoperando per cercare soluzioni per sopravvivere e uscire dalla crisi. L’articolo propone un excursus sui primi effetti del fermo delle attività a causa della pandemia e quali sono state le proposte dal settore e le misure implementate.

Il tracollo della banda musicale “da giro” o professionale, tipica di alcune regioni del Sud, che oggi è ancor più la “cenerentola” dello spettacolo e della tradizione musicale italiana, è emblematica dello stremo a cui è ridotto il settore.

L’auspicio è che dalla crisi possa cogliersi l’occasione per elaborare una legge quadro volta a riconoscere il giusto valore sociale ed economico al mercato della musica ed ai tanti professionisti che vi operano.

Covid – 19: una brutta musica

La pandemia da Coronavirus è la bassa marea che ha fatto emergere fragilità croniche dell’economia e della società. Fra le tante attività colpite, sono più in difficoltà – ovviamente – quelle svolte per definizione in assembramento o che inducono a formarli.

Gran parte del settore culturale e dello spettacolo possiede questa caratteristica: chi opera in teatri, fa concerti, appartiene ad orchestre, complessi e prende parte a tutte le altre rappresentazioni dal vivo.

Concentrando l’analisi sul settore musica, le prospettive sembrano piuttosto buie.

Secondo le principali associazioni che rappresentano l’intera filiera imprenditoriale della musica, il danno complessivo a fine anno per le imprese di settore potrebbe superare quota 600 milioni [1], mentre per gli effetti immediati, Assomusica ha stimato solo fino al 3 aprile scorso perdite per 40 milioni di euro, con oltre tremila concerti cancellati o rinviati [2]; per il settore delle live, le stime fino al termine della stagione estiva sono pari a circa 350 milioni di euro.

Soundreef, gestore indipendente dei diritti d’autore, ha invece quantificato i mancati incassi per la pandemia sul fronte della riscossione dei diritti d’autore, stimando le perdite pari al 30-35% della quota annuale di entrate medie per una società che gestisce i diritti d’autore [3]. Il danno non è solo dovuto al divieto delle live ma anche alla chiusura di discoteche, palestre, altre attività di aggregazione.

Per le vendite di prodotto fisico (CD e vinili) si è registrato un calo di oltre il 70% tra marzo ed aprile, non compensato dal digitale soprattutto per il fermo dei lanci di nuovi brani e per le sale di registrazione chiuse [4].

Il settore della musica si regge sull’impegno di numerose professionalità: sempre per Assomusica, solo per gli eventi di musica popolare contemporanea lavorano circa 60 mila persone, a cui vanno aggiunti musicisti, tecnici, cantanti, gruppi operanti per vari generi musicali e diversi contesti (teatri, festival, auditorium, cori, bande, ecc.).

Insomma, un quadro sconfortante per un settore già cronicamente in difficoltà che ha suscitato varie mobilitazioni affinché si intervenisse per salvarlo dal tracollo.

Proposte di interventi e misure adottate

Gli interventi più urgenti richiesti dai rappresentati delle categorie operanti nel settore hanno avanzato la necessità di garanzia di liquidità, soprattutto per supportare piccole e medie imprese.

Fra gli appelli mossi all’esecutivo dalle varie voci dell’economia della musica, è interessante il decalogo firmato da varie associazioni di settore, Afi, Anem, Assomusica, Fem, Fimi e Pmi, recante: “COVID-19 E LA CRISI DEL SETTORE MUSICALE – LA NECESSITÀ DI UN INTERVENTO MIRATO PER SALVARE UNA FILIERA – 10 Proposte per salvare la musica in Italia”.

Le proposte sono, in sintesi:

  1. aumento del fondo emergenze, ex 89 del DL Cura Italia sino a 200 milioni e definizione di criteri oggettivi per la sua ripartizione (percentuali effettive di calo del fatturato, a favore di soggetti non beneficiari di contributi pubblici, senza distinzione di genere di attività);
  2. contributo a fondo perduto per i mesi di lockdown alle imprese musicali;
  3. sospensione di tasse e contributi per le industrie del settore per l’esercizio 2020, ricorrendo alla rateizzazione per il pagamento;
  4. estensione dei voucher da 12 a 18 mesi per i concerti annullati;
  5. estensione del bonus cultura al nucleo familiare e non solo ai diciottenni e del tax credit per le produzioni musicali per tutte le opere[1];
  6. riduzione dell’IVA per la musica e lo spettacolo al 4% (analogamente ai libri);
  7. estensione del reddito di emergenza a figure atipiche (contratti a chiamata, precari, intermittenti) non ricomprese nell’art. 38 del D.L. Cura Italia;
  8. revisione delle pendenze erariali per gli organizzatori di spettacoli dal vivo riguardo l’applicazione dell’IVA sugli stessi spettacoli[2];
  9. avvio di un tavolo tra Comitato tecnico-scientifico e la Task Force presieduta da Colao con una rappresentanza delle Associazioni, per definire indicazioni e strumenti di controllo e prevenzione per il riavvio delle attività, ivi compresa la formazione del personale;
  10. certezza sui tempi per la ripresa delle attività.

Il documento è incentrato sulla gestione della emergenza corrente ma invita a una riflessione su cambiamenti strutturali per la gestione delle attività musicali, in particolare per i punti 5, 6 e 8, che potrebbero essere incisivi su un ampliamento della domanda di musica: il bonus al nucleo familiare estenderebbe la fascia d’età della domanda e, di conseguenza, potrebbe aumentare la diversificazione per genere musicale della stessa, come desunto dall’Indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” dell’ISTAT, rispetto al consumo di musica per età e genere. L’abbattimento dell’IVA, inoltre, ridurrebbe il prezzo finale, rendendo il consumo di musica più accessibile.

Il decalogo si connette all’appello promosso da Assomusica per una nuova legge quadro sulla musica dal vivo e alla necessità impellente di una corretta approvazione della direttiva europea sul copyright.

Altre due importanti voci vanno menzionate tra gli appelli. Quella del MEI – Meeting degli eventi indipendenti, che ha richiesto sostegni economici per il complesso di soggetti e attività svolte (club, circoli, spazi sociali, promoter, produttori, booking, tecnici, rider, videomaker, uffici stampa), tra le più precarie e innovative del settore, assieme al finanziamento dei progetti già in essere per dare i primi anticipi sul 2020. Sgravi fiscali e posticipazioni dei pagamenti fiscali e contributivi e richieste analoghe ai punti 5 e 6 del menzionato decalogo pure sono state avanzate dal MEI, con una richiesta di attenzione da parte dei media per catalizzare l’interesse su artisti grandi e piccoli con connessi diritti e l’utilizzazione di una web tax per sostenere il settore [5].

L’altro appello viene dalla Fondazione Centro Studi Doc. Le proposte sono simili a quelle contenute nel decalogo ma l’appello è molto più incentrato sulla tutela dei lavoratori, richiamando l’attenzione sugli intermittenti dello spettacolo (stimati in circa 200.000 professionisti).

La musica è un settore in cui il precariato e il sommerso sono preponderanti: gli operatori hanno quasi sempre contratti discontinui, spesso irregolari, parzialmente o totalmente. L’assenza di un sostegno al settore ora potrebbe indurre una maggiore prevalenza del sommerso a fine emergenza, nonché il rischio di abbandono del mestiere da parte di molti professionisti.

Le richieste riguardo gli intermittenti sono comprensive anche dell’estensione al diritto della malattia dal primo giorno, il riconoscimento della disoccupazione Naspi per i giorni di sospensione del rapporto di lavoro (intermittenza), per un periodo almeno pari a quello lavorato e considerando anche le giornate di lavoro per prove, l’accesso al FIS o alla CIGS in costanza di rapporto di lavoro e la garanzia di contratti scritti e tempi certi di pagamento [6].

Tutti questi appelli sono occasione di riflessione sulle criticità preesistenti ed ora amplificate dalla pandemia: se accolti e discussi, costituiscono un passo importante per ripensare la normativa vigente o crearla laddove sia mancante o incerta, soprattutto rispetto al profilo contrattuale dei lavoratori dello spettacolo.

Le misure adottate, in realtà, hanno dato in parte risposta alle istanze avanzate: ad oggi, esse hanno riguardato, tra l’altro, il FUS (Fondo Unico Spettacolo), l’aumento del Fondo emergenza spettacolo, l’estensione del bonus INPS ai lavoratori del settore.

È previsto, infine, l’istituzione di un fondo speciale creato dal Nuovo Imaie, destinato agli artisti di musica e audiovisivo.

La musica è un patrimonio sì culturale ma anche economico, visti i volumi di affari che genera e le molteplici possibilità di lavoro che offre, specialmente in un paese come l’Italia, ricco di tantissime e varie tradizioni musicali, dal cantautorato al belcanto, dalla produzione di eccellenza di strumenti musicali a compositori, editori, scuole di formazione note in tutto il mondo e trasversali tra generi.

La cd. “music economy” si stima valga mondialmente attorno ai 69 miliardi di dollari, considerando diritti d’autore, discografia, concerti e strumenti musicali; per l’Italia, invece,vale circa 1,4 miliardi di euro [7].

Si può parlare dunque di un vero e proprio mercato della musica, quale scambio tra chi offre musica, sotto forma di esibizione, riproduzione su supporto, produce strumenti musicali, compone, fa editoria musicale, ecc. e chi ne fa richiesta di consumo.

I soggetti, i beni ed i servizi coinvolti in tale settore, infatti, sono tanti e di diversa professionalità: oltre ai cantanti, ai direttori, ai concertisti, c’è una folta schiera di tecnici specializzati (fonici, microfonisti, maestranze teatrali, ecc.) ma anche docenti, compositori, editori, liutai, arrangiatori, discografici, ecc.

Insomma tantissime e differenti figure professionali, talvolta tra loro complementari, che – tranne le poche eccezioni che godono di fama e possono chiedere cachet esosi – sono spesso sottopagati e lavorano in condizioni discutibili e precarie.

Un caso emblematico: le bande musicali

Se l’economia della musica rischia il collasso, una parte di essa rischia di scomparire: le bande musicali. Tra i lavoratori della musica colpiti in pieno dalla crisi, infatti, vi sono i musicanti di bande professioniste o da giro[3], meno noti rispetto ad altri artisti, ma parimenti sofferenti come molti colleghi dello spettacolo.

Le bande musicali professioniste sono un patrimonio unico della tradizione musicale italiana, soprattutto meridionale. Sebbene sia diffusa su tutto il territorio nazionale, la banda assume diverse forme, per organici e repertorio variabile a seconda dell’area geografica. Nel Centro e nel Nord Italia prevale la banda locale composta perlopiù da amatoriali, al Sud, al contrario, la banda tradizionale è quella da giro o professionistica ancora diversa dalla banda militare, la cui disciplina a sua volta è tutta differente.

Operativa soprattutto nell’ambito delle feste religiose e civili di piazza, la banda da giro classica vede coinvolte varie figure: da 40-50 esecutori, un maestro e un concertatore (che di solito coincidono), agenti per la promozione (in genere sono gli stessi della musica leggera), quartetto di cantanti lirici (nel caso di banda liriche, che quindi necessita anche di tecnico audio e microfonista), autista di pullman e di servizio (trasporto attrezzature), una struttura di sostegno che ne garantisca il finanziamento (in genere Comune, Associazione o Fondazione).

È facile immaginare che la banda musicale sia occasione di lavoro, per almeno metà dell’anno solare (il periodo di attività inizia generalmente in marzo e termina ad ottobre), per circa una sessantina di persone in un territorio afflitto dalla disoccupazione quale il Sud,  oltre che di fare musica e quindi cultura e preservare una grande e sopita tradizione del paese.

Assembramento per definizione, la banda, infatti, prevede anche altri momenti di aggregazione oltre all’esecuzione: quando si condividono spazi comuni per l’alloggio, ad esempio, o quando si viaggia in bus per gli spostamenti.

Ora il Coronavirus sembra voglia dirigere un mesto finale per la tradizione bandistica professionale. Il mercato delle feste patronali, come pure il suonare dal vivo, per questa stagione artistica è quasi sicuramente inattivo, ma pure per questa professione musicale, il periodo di sospensione lavorativa non ha fatto altro che da cassa di risonanza a preesistenti criticità.

La banda è stato un fenomeno culturale e musicale in progressivo declino per varie ragioni: si tratta di un’attività dura, discontinua, che ha subìto un cambiamento decisivo in termini di mercato, soprattutto nel primo decennio degli anni 2000, quando la concorrenza di agenti e intermediari improvvisati hanno spiazzato i competitors storici, causando un abbassamento dei compensi a pregiudizio della qualità. Il terremoto dell’Abruzzo nel 2009, il graduale spopolamento dei paesi e il cambio generazionale nei comitati festa, difficoltà organizzative e scarsità di esecutori per la bassa redditività, hanno contribuito alla riduzione della domanda (ovvero del numero di feste patronali e civili per cui è richiesta la partecipazione della banda musicale).

Questi fattori, associati al proliferare del sommerso, alla relegazione della banda come fenomeno locale e all’assenza di una legislazione chiara, hanno causato un pesante indebolimento degli operatori e sempre maggiori difficoltà operative.

Le istituzioni, d’altro canto, non hanno mai colto il fenomeno come valorizzazione di un patrimonio unico dell’Italia e, pur ascoltando le istanze del settore, non lo hanno fatto in modo organico, lasciando spazio al classico gioco degli emendamenti contrastanti e dando prova di non conoscere affatto le varie realtà bandistiche italiane (sostanzialmente distinguendo da quelle di natura dilettantistica e professionale).

Né è stato vivo l’interesse all’aspetto economico dell’attività bandistica, in conseguenza alla scarsa rilevanza culturale che viene data alla stessa, soprattutto dopo che la sua storica funzione di unico canale di riproduzione dal vivo della musica è venuta meno.

Di certo, un censimento delle bande sarebbe un primo passo per riconoscere il fenomeno e favorire una genesi normativa al riguardo.

Quale finale?

Se crisi può significare opportunità, può esserci speranza che il dibattito politico economico si indirizzi verso un rinnovamento generale, verso la sostenibilità dello sviluppo e la valorizzazione di settori considerati troppo spesso in modo marginale, musica e bande comprese.

L’Italia ha una tradizione che non deve avere uno scenario futuro senza prospettive e, pertanto, la crisi da Covid-19 che si somma alle ordinarie problematiche può essere la leva per ragionare in modo rinnovato rispetto alle istanze di settore. Occorre, però, sradicare un certo modo di pensare fuorviante: chi lavora attraverso l’arte, lavora come qualsiasi altro lavoratore e il fatto che svolga un’attività o elabori un prodotto che la restante popolazione può fruire come svago o diletto non implica che essi non stiano lavorando con specifiche professionalità e competenze.

Durante la quarantena si è riscoperto e confermato il ruolo della musica nella quotidianità e nei momenti emotivamente importanti, tanti artisti si sono esibiti in streaming, si sono organizzate forme alternative di concerti a distanza da parte di tutti gli operatori pubblici e privati produttori di musica: lo hanno fatto gratis, ma facendo il loro lavoro.

Ezio Bosso, durante le sue ultime interviste, ha sintetizzato in modo efficace il potenziale della musica per una società. Essa è un servizio socio culturale oltre che un comparto economico, produttivo di benessere e coadiuvante sociale, che vale come terapia per la società, accompagnamento per un mondo migliore: “I diritti a volte possono essere sospesi ma la musica è una necessità, come l’acqua e l’aria. Questa è una delle cose a cui pensare tutti insieme e la necessità di darla a tutti è la necessità di un musicista, di distribuirla e far stare bene” [8] [9]. Che sia un pensiero da cui partire per dare un rinnovato ruolo socioeconomico alla musica.

[1]Ad oggi è prevista solo per l’opera prima, seconda e terza. Il modello richiamato è quello della cinematografia, per cui Il credito di imposta può essere chiesto dalle imprese di produzione cinematografica ed è pari al 15% del costo eleggibile di produzione, fino all´ammontare massimo di euro 3.500.000 per periodo d´imposta. Nel caso di produzioni associate, il credito di imposta spetta a ciascun produttore associato, in relazione alle spese di produzione direttamente sostenute e in proporzione alla quota di partecipazione alla produzione associata. Nel caso di produzioni con contratti di appalto, il credito di imposta spetta sia al produttore esecutivo sia al produttore appaltante, in relazione alle spese di produzione da ciascuno sostenute (per approfondimenti: http://www.cinema.beniculturali.it/direzionegenerale/57/tax-credit-produzione-e-distribuzione/)

[2] La proposta si basa sulla riflessione che l’IVA sulle prestazioni di spettacolo deve essere agevolata al 10% anche sulle operazioni funzionali e che sono connesse alla realizzazione dello spettacolo e alla connotazione artistica del medesimo (ad esempio, l’IVA deve essere agevolata anche per il service fonico e di luci o per i facchini che devono essere parte delle troupes). È fatta altresì richiesta di una compensazione dell’IVA per promoter e per il settore della musica popolare contemporanea, per far fronte alla mancanza di liquidità dovuta ai pagamenti posticipati dei piccoli comuni.

[3]La banda da giro è una formazione musicale di fiati e percussioni, vera impresa di servizi del tutto simile all’orchestra classica, che nel periodo di fine marzo – inizio di novembre svolge un’attività quasi continua, con un mercato interregionale, interessando le località di Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia Orientale, con un tour dai 100 ai 130 concerti e con un incasso medio giornaliero intorno ai 3500,00 euro. In passato, il numero delle giornate era più elevato insieme ai compensi.

Un disciplinare tecnico ha una formazione di non meno di 40 esecutori, a cui vanno aggiunti personale di servizio ed autisti (spesso coincidenti con gli stessi esecutori), per totale circa 45 elementi.

Nella banda da giro, di norma, gli esecutori sono professionisti (che spesso fanno parte di formazioni orchestrali stabili – teatri, bande militari, altre formazioni musicali – o sono professori presso licei musicali o scuole secondarie inferiori) mentre nella banda locale c’è una presenza prevalente di esecutori amatoriali e/o dilettanti. Può essere lirica (il complesso bandistico è integrato dal quartetto di cantanti lirici) o sinfonica.

(A cura di Elvira Ciociano)

Riferimenti

[1] «Coronavirus, le imprese della musica presentano un decalogo a Conte: «Perdite da 600 milioni»,» [Online]. Available: https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-imprese-musica-presentano-decalogo-conte-perdite-600-milioni-ADtAEOL

[2] «L’impatto del coronavirus sull’industria della musica italiana,» [Online]. Available: https://www.agi.it/blog-italia/musiche/post/2020-03-25/coronavirus-musica-italia-7846452/.

[3] «Coronavirus, l’industria musicale è in crisi con perdite del 35%,» [Online]. Available: http://www.askanews.it/video/2020/04/17/coronavirus-lindustria-musicale-%c3%a8-in-crisi-con-perdite-del-35-20200415_video_19520923/.

[4] «COVID-19 E LA CRISI DEL SETTORE MUSICALE: la necessità di un intervento mirato per salvare una filiera,» [Online]. Available: https://www.fimi.it/news/covid-19-e-la-crisi-del-settore-musicale-la-necessita-di-un-intervento-mirato-per-salvare-una-filiera.kl.

[5] «https://www.siae.it/it/iniziative-e-news/coronavirus-la-musica-live-%C3%A8-al-collasso-l%E2%80%99appello-del-mei,» [Online].

[6] «Proposte per garantire una continuità di reddito ai lavoratori dello spettacolo,» [Online]. Available: http://www.centrostudidoc.org/2020/04/17/proposte-per-garantire-una-continuita-di-reddito-ai-lavoratori-dello-spettacolo/.

[7] I. Sole24ore, «La Music Economy,» L’economia intorno a noi, n. 7, giugno 2019.

[8] «L’intervista di Diego Bianchi a Ezio Bosso,» [Online]. Available: https://www.la7.it/propagandalive/video/lintervista-di-diego-bianchi-a-ezio-bosso-10042020-10-04-2020-318989.

[9] «”La musica non si può fermare”,» [Online]. Available: https://www.raiplay.it/video/2020/05/RaiNews24—Ezio-Bosso-La-musica-non-si-puo-fermare-Siamo-nati-per-stare-insieme-17069a4e-7054-4588-8230-8c200ce64078.html.


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18 maggio 2020: oggi nasce il primo network globale per la consulenza multidisciplinare integrata (CMI)

(Intervista all’ideatore del progetto, Dott. Claudio Melillo, da parte della Redazione)

Domanda:

Dottor Melillo, dopo una lunga e brillante carriera maturata a partire dagli anni ’80, prima come dipendente di una prestigiosa istituzione pubblica militare e poi come Tax Advisor di importanti Clienti nazionali e internazionali, quali imprese e gruppi, nazionali e multinazionali, quotati e non quotati, come Le è venuto in mente di lanciare il progetto di un nuovo network a livello nazionale?

Risposta:

Nel 2013, dopo diverse esperienze estremamente avvincenti, mi sono reso conto che il mercato della consulenza economico-giuridica era cambiato. Nuove esigenze si erano palesate in maniera dirompente, sia per i Clienti che per i Consulenti, e questa consapevolezza mi ha fatto riflettere sulla necessità di adottare un nuovo modello organizzativo in ambito professionale, da affiancare a quelli tradizionali.

Successivamente, ho messo insieme alcuni dei miei colleghi più promettenti ed ho creato M&P Network.

Il nuovo modello a cui ho pensato oggi è una evoluzione di M&P Network, ispirato a principi di networking, lean management, economia collaborativa e integrazione di know-how specialistici ed è basato su una piattaforma avente due dimensioni distinte e complementari tra loro:

  • una dimensione reale (o fisica), rappresentata da un laboratorio in co-working dedicato esclusivamente alle professioni economico-giuridiche e tecniche, e
  • una dimensione virtuale (o digitale), rappresentata da un portale digitale volto all’aggregazione dei migliori specialisti in ambito nazionale e internazionale.

Si tratta di un progetto in linea con i parametri della quarta rivoluzione industriale e della società della conoscenza in quanto basato sui concetti di “digitalizzazione”, “interconnessione” tra competenze specialistiche complementari e “knowledge management”.

In altre parole, superata la fase di iper-specializzazione, che ha caratterizzato questi ultimi anni, si è finalmente aperta una nuova fase, che ci pone di fronte a nuove sfide e che consente ai professionisti più bravi e intraprendenti di mettersi in gioco e di valorizzare il proprio know-how.

Questa è una sfida che abbiamo deciso di cogliere e di vincere insieme a tutti i Colleghi illuminati dell’area economico-giuridica che aderiranno da oggi, 18 maggio 2020, al nostro ambizioso progetto e alla piattaforma digitale in fase di lancio (il cui indirizzo web sarà reso noto su questa testata nei prossimi giorni).

Domanda:

Quanto è importante il networking e la rete per Lei Dottor Melillo?

Risposta:

A causa (o in virtù) della globalizzazione e dei processi di internazionalizzazione, oggi le imprese (piccole, medie e grandi) si trovano ad affrontare problematiche, fino a qualche anno fa impensabili, che richiedono una flessibilità e un approccio di tipo specialistico, multidisciplinare e integrato che solo una struttura parzialmente orizzontale e sufficientemente verticalizzata può garantire. In altre parole, la Clientela è sempre più interessata ad avere un unico interlocutore capace di offrire un’assistenza specialistica di altro profilo in tempi rapidi e a costi ragionevoli.

La soluzione al problema in questo caso non è certo quella di creare strutture orizzontali enormi e poco gestibili né quella di ampliare in maniera permanente la “base” di una struttura “verticistica”, contribuendo inutilmente ad incrementare i costi fissi ma, al contrario, quella di individuare partners esterni seri ed affidabili, oltre che customer oriented, con cui collaborare per la risoluzione coordinata di questioni complesse. È per questo che oggi nasce il nuovo M&P Network.

Domanda:

Che ruolo assume la specializzazione in questo contesto Dottor Melillo?

Risposta:

In questo scenario lo specialista è fondamentale e non deve essere visto come un competitor, bensì come un valido supporto esterno – una risorse preziosa – per risolvere i problemi che le risorse interne dello studio non sono in grado di affrontare (quantomeno con la medesima efficacia ed efficienza di uno specialista). Problemi che, data la complessità del sistema economico attuale e la difficoltà crescente nell’interpretare le norme nazionali, influenzate dalle direttive comunitarie e internazionali, richiedono sempre più spesso l’intervento di figure altamente specializzate (o di team estremamente competenti ed esperti) nelle singole materie. Gli specialisti di M&P Network hanno tutti una visione comune, orientata a sostenere ed applicare i principi di multidisciplinarietà, networking ed economia collaborativa nell’ambito delle professioni economico-giuridiche e tecniche. E d’altra parte la mission che li contraddistingue li porta a lavorare ogni giorno per sviluppare e valorizzare le loro competenze specialistiche distintive in modo da offrire ai Clienti il miglior servizio, al miglior prezzo e in qualunque parte del mondo, utilizzando non solo le idee ma anche la tecnologia e l’innovazione digitale.

Domanda:

Dottor Melillo come vede il futuro delle professioni economico-giuridiche e come pensa di affrontare le nuove sfide?

Risposta:

Oggi le imprese e gli studi professionali tradizionali che intendano restare sul mercato non possono più permettersi inefficienze ed errori di valutazione: il passaparola non basta più. Di conseguenza, in un sistema professionale virtuoso e sostenibile i Professionisti devono adottare strumenti nuovi, soprattutto digitali, e nuovi modelli organizzativi, che consentano di rispondere in maniera rapida e adeguata anche ai Clienti più esigenti. Non temendo di essere smentito, posso affermare che avranno successo quelle realtà professionali che adotteranno modelli specialistici, multidisciplinari e integrati in grado di rispondere alle esigenze di ogni Cliente nel miglior modo possibile. In questo contesto, le parole d’ordine sono: “etica”, “trasparenza”, “networking”, “qualità”, “efficienza,condivisione”, “innovazione”, “sostenibilità”, team building”, “specializzazione” e “interconnessione”. Come può notare non ho citato il termine “profitto”. Lascio a Lei ogni considerazione sul punto.

Domanda:

Quanto è importante aggregare competenze complementari?

Risposta:

A mio modesto parere, in generale, il networking e la condivisione di competenze costituiscono requisiti essenziali per cooperare e confrontarsi con altri Professionisti in possesso di esperienze e conoscenze diversificate; tuttavia, se si vuole ottenere massimizzare il risultato non basta creare luoghi fisici di lavoro condiviso (i.e., uffici in co-working) in cui sono concentrare soggetti che fanno le stesse cose ma bisogna creare una struttura mista:

  • orizzontale, rispetto a poche macro-aree complementari, ma allo stesso tempo
  • verticalizzata, rispetto a tutte le possibili (micro)competenze specialistiche che contraddistinguono le singole macro-aree.

In questo modo si garantisce al Cliente efficacia, efficienza e qualità del servizio.

In definitiva, io credo che il miglior presupposto per creare una piattaforma condivisa in cui i Professionisti possano gestire e incrementare il proprio pacchetto Clienti pur mantenendo la propria indipendenza sia quello di evitare la concorrenza tra i Professionisti stessi. E per farlo esiste un unico modo: selezionare Esperti con competenze specialistiche complementari tra loro.

Domanda:

Quali sono i suoi progetti futuri Dott. Melillo?

Risposta:

Intanto, ci tengo a segnalare che oggi, 18 maggio 2020, lo Studio Melillo & Partners TLL (www.melilloandpartners.it) ha ricevuto per il secondo anno consecutivo un importante riconoscimento da parte del SOLE 24 ORE e della Società STATISTA, nell’ambito dell’indagine sugli Studi Legali dell’Anno pubblicata sul quotidiano.

Del resto Melillo & Partners, insieme al Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. e alla Rivista digitale ECONOMIAeDIRITTO.it (www.economiaediritto.it), rappresentano ormai un punto di riferimento in Italia per la consulenza, la formazione e la pubblicistica in materia economico-giuridica e tributaria.

Per questo abbiamo voluto cogliere l’occasione per lanciare oggi stesso il progetto M&P Network. Sono certo che M&P sarà molto apprezzato poiché non intende generare un nuovo competitor sul mercato della consulenza – di cui francamente non c’è alcun bisogno – ma, al contrario, mira ad ottimizzare l’offerta già esistente, valorizzando le competenze specialistiche dei singoli Professionisti (a prescindere dalla loro appartenenza a studi più o meno strutturati o società di consulenza), grazie alla piattaforma digitale di M&P Network, anch’essa attiva già da oggi per raccogliere le prime adesioni. Insomma, credo che M&P possa offrire interessanti opportunità a tutti coloro che intendono migliorare e valorizzare la loro immagine sul mercato della consulenza.

Domanda:

Dottor Melillo ci può dare qualche anticipazione sul nuovo progetto di network?

Risposta:

Sul Sole 24 Ore di oggi potrete leggere il nostro articolo in cui riportiamo una sintesi del progetto e presentiamo i primi Professionisti aderenti (c.d. TLL Members o TLL Specialists o M&P Specialists).

In aggiunta posso dire che si tratta di un’idea innovativa che rivoluzionerà il modo di lavorare dei professionisti dell’area economico-giuridica – quindi, commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro, consulenti aziendali, ingegneri gestionali, tecnici, ecc. – ma soprattutto cambierà il loro modo di relazionarsi con i colleghi. Non più un rapporto basato esclusivamente sulla competizione estrema e sull’individualismo, ma anche e soprattutto criteri di reciprocità, complementarietà e cooperazione selettiva. Tenuto conto della pandemia da Covid-19 da cui stiamo gradualmente e faticosamente uscendo, forse, c’è proprio bisogno di essere più solidali e collaborativi, lasciando da parte le ambizioni personali. D’altra parte la felicità dovrebbe provenire anche dal nostro modo di lavorare.

M&P sarà sviluppato e gestito un team di esperti, appositamente ingaggiati, e sarà articolato su due piani differenti ma complementari: quello fisico e quello digitale. Il progetto, come ho anticipato, nasce dall’evoluzione di M&P Network, un modello di business professionale che io stesso avevo elaborato nel 2013 a Milano, concentrando le principali attività presso gli uffici di Via Santa Maria Valle 3, ove, grazie ai nostri numerosi eventi formativi e alle attività scientifiche e professionali del biennio 2014-2015, abbiamo lasciato sicuramente un segno importante che ha contribuito ad attrarre in quella sede altri Professionisti.

M&P Network si fonda su un meccanismo virtuoso che integra consulenza, docenza e pubblicistica in ambito economico-giuridico. Da tale meccanismo deriva quella che io definisco attività di “Ricerca & Sviluppo” in ambito professionale, vale a dire quel valore aggiunto che garantisce al Cliente la massima soddisfazione e la concreta soluzione dei suoi problemi.

Domanda:

Che differenza c’è tra M&P Network LL ed altre reti professionali?

Risposta:

Non credo si possano fare paragoni di questo tipo in quanto non esistono, ad oggi, realtà come la nostra.

Domanda:

Ma quali sono le caratteristiche specifiche di M&P, se ce ne può dire alcune?

Risposta:

Si tratta di una selezione rigorosa di specialisti di primario livello che potranno operare singolarmente e/o in team, mantenendo sempre la propria autonomia e indipendenza intellettuale, pur impegnandosi a rispettare un codice deontologico che ne garantisce la correttezza, l’onestà e il rispetto dei principi fondamentali della libera professione. M&P non è, dunque, una entità associativa professionale, bensì una rete di specialisti indipendenti che decidono di presentarsi con un unico marchio (M&P Member), che garantisce elevata competenza, qualità e uniformità di comportamento. Insomma M&P è una entità innovativa, dinamica ed efficiente che è in grado di fornire adeguata assistenza rispetto alle esigenze dei Clienti.

Domanda:

Quali sono i vantaggi concreti per chi aderisce a M&P?

Risposta:

L’adesione a M&P prevede numerosi vantaggi ma non voglio sottrarvi il piacere di scoprirli gradualmente visitando il sito che sarà reso noto nei prossimi giorni.

Domanda:

Quali sono le modalità con cui un Professionista può aderire a M&P?

Risposta:

Il primo passo da compiere è inviare una email di pre-iscrizione all’indirizzo mpnetwork@economiaediritto.it.

Successivamente, il Professionista riceve una mail con cui è invitato a completare il suo profilo. Attenzione il profilo è importantissimo poiché il sistema prevede l’attribuzione di un Rating di valutazione del merito che inciderà sul posizionamento all’interno della banca dati, secondo distinte qualifiche riconducibili a diversi livelli di seniority e di specializzazione. Insomma, si tratta di un sito che valorizza il merito a vantaggio della Clientela che cerca competenze di altro profilo. Non solo, in futuro è prevista l’apertura di nuove sezioni del sito. Ma su questo preferisco non anticipare nulla.

(a cura della Redazione di Economia & Diritto)


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
a cura del Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. Via Padova, 5 – 20025 Legnano (MI) – C.F. 92044830153 – ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013
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Introduzione

La pandemia da Covid-19 sta segnando profondamente l’economia e la società di tutto il mondo, in modo drammatico e rapido.

Non ha colpito solo con gli effetti e i disagi propri della malattia, ma ha centrato le più importanti fragilità dei sistemi socioeconomici, in tutto il mondo: l’altra faccia del virus, quella non “scientifica”, è cinica, si comporta da cartina tornasole per i lati oscuri delle moderne economie e fa come il bambino che diceva nella favola, puntando il dito sull’ovvio (che non va bene o che non piace, ma non si può dire): “il re è nudo!”.

Nessun aspetto dell’economia e della società uscirà indenne da questa crisi o perlomeno non sarà lo stesso ante pandemia: esse cambieranno, ma il quesito su cui riflettere è se questo shock comporterà variazioni permanenti o meno e di che tipo saranno.

Gli ambiti più in evidenza su cui già ci sono stati degli effetti e su cui si possono fare delle riflessioni, sono almeno cinque: sanità, ambiente, consumi, società e lavoro.

Sanità

È il settore messo a più dura prova in questo periodo, dal punto di vista umano e professionale. Sono sorte numerose questioni, anche nel dibattito corrente, rispetto alla gestione dell’emergenza, come tempistiche e modalità. In questa sede, un aspetto che si vuole sottolineare è quello dell’assetto istituzionale decentralizzato del sistema sanitario.

Indubbiamente, la corrente emergenza riapre un sopito dibattitto sulla differenziazione del servizio sanitario a livello regionale. Questione ancor più pregnante è la tipologia di gestione di un servizio così delicato ed essenziale per la tenuta di una società: il modello pubblico italiano forse ha fatto la differenza rispetto ad altri paesi che non hanno la garanzia del servizio sanitario pubblico, almeno paragonabile a quello italiano.

In aggiunta, vale la pena ripensare alla sanità quale dimensione che, probabilmente, poco si presta alla logica del profitto quando essa è intesa come servizio e diritto a garanzia universale.

È in tale emergenza che si è altresì sperimentata un’importante criticità in termini quantitativi del personale sanitario. Che sia, probabilmente, occasione di rivedere le modalità (e ai numeri) di contingentamento degli accessi alle facoltà delle professioni sanitarie, al fine di adeguarle agli effettivi fabbisogni.

Ambiente

La diffusione del virus ha fatto sì che fossero adottati provvedimenti restrittivi rispetto alla mobilità e alle attività produttive che hanno avuto l’effetto indiretto di una riduzione dell’inquinamento.

Dalle mappe dell’inquinamento atmosferico in Europa e Cina prese dal satellite Copernicus Sentinel-5P, è stato, infatti, rilevato un forte calo dello stesso nelle principali città europee, soprattutto Milano, Parigi e Madrid [1].

La natura ha dato ulteriori segnali di “ripresa” dei propri spazi non appena l’uomo ha ridotto la sua circolazione: tante sono state le testimonianze sulla fauna che ha ripopolato indisturbata spazi urbani e acque – qualche mese fa di “monopolio” dell’uomo [2] – e di ambienti notoriamente deturpati dall’inquinamento, oggi sembrano riacquistare un inusitato respiro (i canali di Venezia, le acque del golfo di Napoli, solo per citarne alcuni).

Non che se ne avesse bisogno di ulteriore conferma, ma questa è la dimostrazione concreta di quanto è rilevante l’impatto della circolazione umana e dell’industria sull’ecosistema e ricorda alle agende politiche l’impellente necessità di adottare visioni di lungo periodo per le politiche di sviluppo e per affrontare l’emergenza climatica, non per ambientalismo ma semplicemente per necessità.

Non salvaguardando il pianeta e non tarando su standard sostenibili le produzioni e gli stili di vita, l’uomo si sta precludendo la continuità, scaricando le conseguenze di un’industrializzazione e di consumi irresponsabili sulle generazioni future.

Consumi

Sanità e ambiente non sono gli unici fattori che hanno subìto effetti.

Le forniture limitate di alcuni beni e lo stop forzato alla maggior parte delle produzioni non di prima necessità hanno modificato temporaneamente anche le modalità dei consumi e di acquisto (con boom degli acquisti online e degli esercizi più piccoli e locali [3]).

Certo, non si è in guerra come molti media definiscono questa impasse, giacché la guerra è un altro tipo di dramma, ove la sussistenza è raramente garantita. Per fortuna, vi è possibilità di fornirsi di beni necessari e non solo, anche oltre la soglia di sussistenza, ma è chiaro che possono esserci dei razionamenti nei rifornimenti, nelle occasioni e nelle modalità di acquisto. Ciò ha avuto persino effetto sui consumi alimentari: tanti si sono cimentati o hanno ripreso l’autoproduzione di alcuni beni di consumo quotidiani.

Una sorta di ritorno parziale al passato, una revisione forzata della nostra quotidianità, che capita in un periodo dell’anno in cui, in tempi normali, si sarebbe aperta la stagione turistica in gran parte del paese. Fra l‘altro, quest’anno il calendario sembrava propizio per favorire afflussi turistici importanti, viste le imminenti vacanze pasquali e i ponti in prossimità delle feste.

Chissà quanto profondo sarà il segno che lascerà questo periodo: se veramente inciderà sui modelli di consumo ed orienterà verso comportamenti più sostenibili, affinando le scelte di consumo e le preferenze verso panieri più selettivi, responsabili, sostenibili, eliminando quei tipi di beni o servizi superflui.

Società

L’emergenza Coronavirus ha messo in luce l’importanza delle reti di assistenza verso i soggetti più vulnerabili, sia nella forma del volontariato, sia attraverso le istituzioni.

È fondamentale e necessario un efficiente sistema di welfare, in particolare per le fasce più deboli e specialmente nei periodi di crisi, non (solo) per spirito solidaristico ma proprio per arginare il rischio di innesco di un potenziale e pericoloso effetto domino di “emergenza nell’emergenza”.

Un primo campanello di allarme rispetto a ciò è scattato con la chiusura delle scuole quando ancora non erano previste forme diffuse di restrizione a lavoro e si era fatto invito a limitare i contatti con gli anziani (soprattutto perché si valutava l’ipotesi dei più piccoli come portatori asintomatici del virus). Venuta meno la possibilità di far affidamento sul welfare familistico e informale, di fatto, ci si è posto un problema quasi collettivo sulla gestione dei tempi di conciliazione famiglia lavoro, per due generazioni: gli anziani e i bambini. A ciò il governo ha dato risposta immediata con l’estensione dei congedi parentali e in parte si è trattata di un’emergenza rientrata quando è stato emanato il DPCM di fermo totale dell’8 marzo 2020.

Il distanziamento sociale, inoltre, per alcuni è totale solitudine (si pensi agli anziani o alle famiglie indigenti) e per coloro che sono “invisibili” potrebbe implicare il totale abbandono: basti pensare ai senzatetto, agli immigrati irregolari, alle prostitute e a tutti coloro che, in condizioni di povertà o precarietà, si poggiavano su network sociali di assistenza e/o di volontariato, inevitabilmente e parzialmente paralizzati anch’essi a causa della pandemia.

La questione di fondo è che non avendo la contezza della parte di comunità più ai margini, c’è un sostanziale rischio di non controllo sanitario, oltre che di aggravio dell’emarginazione.

Va, infine, ricordato, che in questo periodo è stato dilagante l’uso della telematica per ridurre la distanza e la lontananza dai contatti, affettivi, per lavoro o altri motivi, soprattutto attraverso l’uso dei social network e delle videochiamate [4].

In realtà, su ciò si innesta anche un altro fenomeno coevo, tanto più stridente in questo periodo per gli effetti deleteri che sta avendo: la diffusione delle fake news, quasi sempre veicolata attraverso gli stessi social network, crea bolle informative in cui è facile rimanere intrappolati se non si ha adeguato spirito critico per cercare fonti di informazione più serie. Tanti sono stati gli episodi in passato di notizie false; certo è che l’impatto è differente quando l’oggetto della notizia è la salute e la disinformazione sulla tutela della stessa ed è pericolosa la confusione generata.

In tal caso non trattandosi di argomenti affini ai gossip, le fake news possono riguardare anche provvedimenti economici e decisioni politiche, con effetti dannosi tra gli operatori e i cittadini, perché minano il clima di fiducia e perché il risultato è un pesante disorientamento.

Lavoro

Con un comunicato stampa del 7 aprile 2020, l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha definito catastrofici gli effetti della pandemia sul mondo del lavoro. È stata stimata una riduzione di ore lavorate nel mondo pari al 6,7% nel secondo trimestre del 2020, pari a circa 195 milioni di lavoratori a tempo pieno e l’impatto complessivo sembra peggiore della crisi finanziaria del 2008-2009, specialmente nei paesi a reddito medio – alto.

Rispetto all’incremento della disoccupazione, l’ILO ha inizialmente previsto un incremento di 25 milioni di disoccupati, ma molto dipenderà dagli interventi dei governi al riguardo. L’81% della forza lavoro globale è occupata attualmente in attività che hanno fermato la produzione, totalmente o parzialmente [5].

Da queste previsioni preoccupanti, è inevitabile pensare al caro prezzo che si pagherà dopo l’emergenza, che probabilmente sarà di durata variabile a seconda del settore economico considerato e delle misure adottate dai governi, né si potrà escludere da queste ultime chi lavora in nero (come già dichiarato da alcuni ministri dell’esecutivo).

L’evento della diffusione del virus ha condizionato da subito anche la quotidianità del lavoro laddove non è stato sospeso: uno dei cambiamenti più interessanti è di certo quello riguardante l’uso dello smart working, che, si auspica, induca le imprese ad adottarlo anche oltre l’emergenza quale importante mezzo di sostegno alla conciliazione dei tempi di cura della famiglia – tempi di lavoro e a far sì che vi sia una regolamentazione e una normativa più chiara al riguardo.

Si tratta di una modalità di lavoro con molti profili discutibili che, nella maggior parte dei casi, non può essere pensato come il modo abituale di svolgimento della prestazione; ma rappresenta una grande opportunità, ove applicabile, per i lavoratori genitori, per chi ha conviventi da assistere, per lavoratori domiciliati lontano dalla sede di lavoro.

Un’altra considerazione da fare rispetto al lavoro riguarda la forza lavoro immigrata.

Vladimiro Polchi in un libro del 2010 [6] raccontava di uno sciopero generale di tutti gli immigrati in Italia che aveva paralizzato il paese: un fatto inventato, ma realistico e corredato da statistiche e dati veri che accompagnano l’intera narrazione. Alla fine della lettura, la conclusione pragmatica è che il lavoro degli immigrati è prezioso per l’Italia e si tratta di un’osservazione talmente concreta da non mettere neanche lontanamente in conto pretese autarchiche e isolazioniste talvolta avanzate da qualche parte politica del paese.

Il Covid-19 ha ricordato di quanto l’economia italiana abbia bisogno di loro, anche delle persone immigrate “clandestine” che una buona parte della politica e della società italiana perde tempo a stigmatizzare, anziché trattare l’argomento con concretezza e in modo scevro da pregiudizi o venature discriminatorie, spesso anche su base razziale. Il lavoro immigrato serve perché su di esso reggono settori economici interi: allevamento, agricoltura, servizi domestici solo per citarne alcuni. E ora tante imprese si trovano a far fronte, oltre che allo shock da pandemia, anche alla mancanza di manodopera.

Tra loro tanti lavorano in nero: ecco infatti che questo virus toglie la coperta all’economia sommersa e le istituzioni dichiarano di voler aiutare anche chi opera in nero.

Chissà che questa non sia occasione per tirare giù la coperta definitivamente.

A tale aspetto, in molte aree del paese, può viscidamente connettersi l’operato della criminalità organizzata, che nel silenzio e approfittando dell’impegno delle forze dell’ordine nella gestione dell’emergenza, può attivarsi indisturbata e radicarsi ancor più nel territorio, trovando linfa nelle nuove forme di povertà e bisogno che la pandemia può generare.

Conclusioni

Il Covid -19 non fa discriminazioni: colpisce tutti, a prescindere dal ceto, dalla professione, dal potere. È vero che ci sono fattori di rischi differenti – si pensi alle tante vittime tra gli operatori sanitari – ma costituisce una di quelle vicende che fa risaltare tutta l’umana debolezza, la sua impotenza e sostanziale incapacità di controllo su tutto. Per rialzarci, occorrerà la scienza, nella speranza della buona notizia del vaccino, che tutti sperano imminente. Ma forse non basta.

Domande ricorrenti di questi giorni sono “questa pandemia ci cambierà?”, oppure “la quarantena farà ritrovare noi stessi?” e altri interrogativi simili.

Probabilmente l’esperienza della pandemia non cambierà niente, gli schemi di individualismo potranno essere più o meno accentuati, tuttavia il mantra “ci si salva insieme”, assume un significato apparentemente solidaristico, ma che invece è di sopravvivenza, perché da questo periodo si può solo imparare a rivedere i nostri singoli comportamenti per salvarci, a partire da una revisione dei modelli di scelta di produzione e di consumo sinora adottati. Accelerare il processo di adattamento di questi ultimi secondo una logica di sostenibilità è una sorta di patto intergenerazionale, una strategia di salvezza per noi stessi e per le comunità di cui facciamo parte.

Forse dire che il capitalismo è fallito non diventa un’affermazione azzardata o di ispirazione (solo) marxista. Raggiungere il profitto non è la chiave essenziale per la crescita economica, o perlomeno oggi non sembra il modello adeguato: bisogna riflettere anche sul “come” raggiungere il profitto e stante questi cambiamenti, la crescita economica non può essere altro che un tassello per lo sviluppo economico basato su modelli nuovi o rinnovati dell’economia, in cui ecosostenibilità, società e sostenibilità generazionale siano i pilastri.

È anacronistica una società in cui ancora una volta non siano date eque possibilità a tutti, a prescindere dalle condizioni di partenza. Non è una novità: è un dettato chiaro della nostra Costituzione. Non possono esserci ultimi e né si può prescindere da una visione di preservazione e che non sia più di sfruttamento. L’ambiente ha bisogno di rigenerarsi per far sì che l’uomo e gli altri esseri viventi continuino la loro storia.

L’economia non può fare a meno di una visione sociale ed è anche per questo che si rende necessaria una discussione sull’opportunità di applicare la logica del profitto a settori come la Sanità, che assieme a giustizia, istruzione e la possibilità di lavorare, sono le principali leve di indipendenza e di equità garantite al cittadino.

Si rimarca il concetto che considerare gli ultimi e avere una idea inclusiva di economia e di società non è (solo) proprio di una visione solidaristica o addirittura di ispirazione evangelica: è economica, e ce insegna questa vicenda.

Riferimenti

[1] C. Andriani, «Coronavirus: le misure di contenimento hanno ridotto l’inquinamento in Europa,» [Online]. Available: https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/04/coronavirus-le-misure-di-contenimento-hanno-ridotto-linquinamento-europa.

[2] l. Repubblica, «Coronavirus, dalle capre ai delfini o ai cervi: gli animali si avventurano per le città deserte,» [Online]. Available: https://www.repubblica.it/esteri/2020/04/01/foto/coronavirus_capre_delfini_cervi_scimmie_animali_avventurano_citta_deserte-252853687/1/?ref=RHPPLF-BH-I252935224-C8-P9-S1.4-T1#2.

[3] «CON IL CORONAVIRUS LA SPESA È NEL QUARTIERE, VOLA LA CONSEGNA A DOMICILIO,» [Online]. Available: https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/food/2020/03/17/con-il-coronavirus-la-spesa-e-nel-quartiere-vola-la-consegna-a-domicilio_bba6f15b-8ff1-4e0e-b4ae-3a2030e70d13.html.

[4] «Snapchat, chiamate e videochiamate a +50%,» [Online]. Available: https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/software_app/2020/04/02/snapchat-chiamate-e-videochiamate-a-50_ce63af08-485a-46a6-b357-7d2c3d42839f.html.

[5] «ILO: COVID-19 causes devastating losses in working hours and employment,» [Online]. Available: https://www.ilo.org/global/about-the-ilo/newsroom/news/WCMS_740893/lang–en/index.htm.


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
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Il decreto liquidità 23/2020, nel disciplinare alcune misure straordinarie in materia di accesso al credito per le imprese, nel solco della legislazione a tutela contro l’impatto economico degli effetti dell’emergenza coronavirus, offre un quadro ampio ed articolato di agevolazioni strutturali e significative in tema di finanziamenti e connesse garanzie, secondo un sistema di accollo delle stesse, in via generale, al sistema creditizio, allo Stato e ad organismi istituzionali.

Il provvedimento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 8 aprile 2020, disciplina queste agevolazioni negli articoli da 1 a 3, concentrandosi, nell’articolo 1, sulla regolamentazione delle misure concesse “Al fine di assicurare la necessaria liquidità alle imprese  con sede in Italia, colpite dall’epidemia COVID-19”, elencando, nel comma 2, le “condizioni” in presenza delle quali sono concesse le agevolazioni finanziarie. La norma prevede limiti di ponderazione dei finanziamenti, sulla base di precisi indici di riferimento, relativi a svariate condizioni, attinenti a requisiti dimensionali, di fatturato, di garanzie stesse, distinguendo tra valori dei finanziamenti per realtà aziendali piccole, medie, grandi, specificando, peraltro, alla lettera l) che “l’impresa che beneficia della garanzia assume l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. In attesa delle autorizzazioni a livello nazionale ed europeo, vista l’estrema necessità ed urgenza di dare immediata applicazione alle suddette disposizioni da parte delle banche, l’Abi ha spiegato, ai propri associati le principali disposizioni; nella circolare 9 aprile 2020, già a pagina 2, l’associazione ribadisce che “l’impresa che beneficia della garanzia del sistema così introdotto, deve assumere l’impegno di gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”.La previsione di questo obbligo è in linea con l’elemento cardine della tutela dell’occupazione che la legislazione di emergenza si prefigge, nel suo insieme, già dalle precedenti disposizioni sulla “sospensione” dei licenziamenti, individuali per GMO e collettivi, che, disposta con decreto-legge, non poteva certo essere reiterata ma, di fatto, viene proposta, con un certo carattere di stabilità, quantomeno nel periodo di emivita di tutta la disciplina delle agevolazioni finanziarie.Dalle guarentigie contro i licenziamenti collettivi/individuali (GMO), di cui all’art. 46, del decreto cura Italia precedente, erano stati esclusi i dirigenti, sia apicali, sia della media dirigenza, sia, ancora, della bassa dirigenza (cc.dd. mini-dirigenti), atteso il principio vigente dell’unitarietà della categoria dirigenziale, ormai avallato definitivamente dalle sezioni unite della Cassazione nel 2007 e confermato dalla giurisprudenza successiva (cfr. già Cass. ss.uu. 7880/2007; Cass. 897/2011; Cass. 25145/2010). Il motivo dell’esclusione è in linea con l’insieme delle disposizioni di legge sul rapporto di lavoro che – ove ritenuto opportuno – hanno da sempre offerto una disciplina della figura del dirigente in termini “negativi”, ovvero nell’esclusione da discipline previste per la generalità dei lavoratori dipendenti.Con la norma di cui all’art. 1, comma 2, lettera l) del decreto liquidità, invero, l’impostazione generale è capovolta, posto che il riferimento ai “livelli occupazionali” ivi contenuto non può che riferirsi ad ogni categoria di lavoratore subordinato privato, così come individuata negli articoli 2094 e 2095 c.c.; operai, impiegati, quadri, dirigenti. Peraltro nel decreto sulla sospensione dei licenziamenti collettivi i dirigenti erano comunque tutelati, nei termini dell’art. 16, legge 161/2014, che ha esteso l’applicabilità delle regole di cui alla legge 223/1991, ai dirigenti destinatari, con i propri colleghi delle altre qualifiche, di procedure di licenziamento per riduzione o trasformazione dell’attività e/o del lavoro.Va sempre ricordato che il licenziamento collettivo per riduzione del personale è diretto alla risoluzione del rapporto di lavoro di una pluralità di dipendenti in collegamento causale con scelte di carattere imprenditoriale che abbiano giustificato la stabile diminuzione del numero dei dipendenti, pur in assenza di modifica, trasformazione o soppressione di strutture organizzative o materiali (Cass. 916/1995), mentre il licenziamento individuale, pur quando riguarda una pluralità di soggetti, è caratterizzato dal fatto che il potere di recesso si indirizza immediatamente verso singoli determinati lavoratori, identificati sulla base di un nesso obiettivo con il motivo di licenziamento.


Rivista scientifica digitale mensile (e-magazine) pubblicata in Legnano dal 2013 – Direttore: Claudio Melillo – Direttore Responsabile: Serena Giglio – Coordinatore: Pierpaolo Grignani
a cura del Centro Studi di Economia e Diritto – Ce.S.E.D. Via Padova, 5 – 20025 Legnano (MI) – C.F. 92044830153 – ISSN 2282-3964 Testata registrata presso il Tribunale di Milano al n. 92 del 26 marzo 2013
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Estratto

È evidente che il tema della disuguaglianza è tanto ampio e altrettanto dibattuto. È qui inutile ripercorrere le correnti di pensiero che rappresentano le parti di tale lungo dibattito legate non solo all’economia ma anche alla politica, all’etica e alla morale. Al contrario concentrerò l’attenzione su un aspetto particolare della disuguaglianza, quello delle opportunità. Non del processo completo che la genera, in cui rientrerebbe la necessaria analisi della ricchezza ereditata, ma solo la questione relativa alle diverse opportunità nell’istruzione. In particolare, del modo in cui l’istruzione privata sia una delle fonti principali delle divergenze nelle opportunità. Dopo una breve premessa, necessaria per comprendere l’argomento trattato e una altrettanto breve rassegna sulla situazione attuale, apporterò a difesa di tale tesi l’analisi di un ipotetico mercato del lavoro. Tutto ciò per dimostrare la convenienza, per ragioni di efficienza ed equità, di un unico punto di partenza per tutti. (è evidente che il lavoro vuole solo offrire uno spunto di riflessione alternativo ma molto semplificato un tema di grande rilevanza che richiederebbe una trattazione molto più lunga per essere esaustiva).

 

Premessa

La disuguaglianza nelle opportunità è la più odiosa delle disuguaglianze è questo che bisogna premettere per capire tale lavoro. La disuguaglianza nelle opportunità è la più odiosa delle disuguaglianze perché non solo è figlia della disparità ma ne genera di nuova e sempre maggiore; inoltre la sua esistenza non può essere giustificata. Vediamo in cosa consiste. Generalmente una distribuzione del reddito impari viene spiegata in termini di merito, di capacità dell’individuo di aver ottenuto un reddito maggiore di un altro perché più abile o perché più produttivo. Ma che merito c’è nel nascere nella ricchezza, qual è la capacità che permette ad un individuo ricco per eredità di ricevere una istruzione migliore, più costosa ed in fine un reddito maggiore? Nessuna, è la lotteria della vita che decide. È evidente come in numerose situazioni gli agenti economici partano da livelli differenti nelle opportunità come ad esempio nell’ambito dell’istruzione. In quest’ ultimo si realizza un circolo continuo di disparità che richiama altra disparità, succede che chi possiede un reddito più elevato permetta ai propri figli di studiare in università private il cui costo è evidentemente molto alto, poiché esse assicureranno un lavoro prestigioso e un reddito maggiore, ma se ciò effettivamente si realizza il ciclo si ripete e la disuguaglianza perdura. E come se in una gara di corsa qualche concorrente partisse a metà percorso, in tali circostanze indipendentemente da quanto gli altri siano veloci è poco probabile che taglieranno il traguardo prima di coloro che cominciano da metà.

 

Situazione attuale

Solo per dare un’ immagine di ciò che è la realtà, la metà più povera della popolazione mondiale detiene solo il 2% della ricchezza, 3,7 miliardi di persone possiedono solo il 2% della ricchezza. Ora, è naturale che ciò sia causato solo in minima parte dall’ argomento di tale lavoro, ma da qualcosa bisognerà pur partire.

 

 

Istruzione e differenze salariali

Veniamo ora al nucleo del lavoro, cioè la dimostrazione dell’inefficienza e iniquità di un’istruzione privata. Possiamo considerare un semplice caso. Ipotizziamo l’esistenza di due imprese che chiameremo alfa e gamma che operano nello stesso settore. Le due imprese si trovano a confrontarsi, in un mercato del lavoro in concorrenza perfetta (nessuna ha la possibilità di modificare il prezzo di mercato), contro una quantità fissa di individui appena laureati che offrono il proprio lavoro (per un ammontare massimo che chiameremo Lt). A questo punto occorre come prima cosa mostrare la generica situazione di una impresa in  un qualsiasi mercato del fattore lavoro.

Per la singola impresa

Ogni impresa si presenta sul mercato con una propria curva di domanda del lavoro che indica le unità di lavoro domandato (L) per ogni livello di salario (π). Generalmente ogni datore di lavoro assumerà un lavoratore in più se il reddito che potrà ottenere da quest’ultima unità è almeno uguale al salario che deve corrispondergli. Il primo elemento è il ricavo marginale, in questa circostanza è pari alla quantità di prodotto in più che il lavoratore assunto produce e che può essere venduta ad un prezzo p, viene quindi chiamato prodotto marginale in valore. Il secondo termine è il costo marginale del fattore lavoro, cioè il salario che dovrà essere corrisposto al lavoratore assunto. Guardiamo la figura 1.

Il grafico rappresenta sull’asse delle ordinate il prodotto marginale in valore e sulle ascisse le unità di lavoro. Ipotizziamo ora diversi salari π (le linee orizzontali). Il punto di intersezione tra le semirette orizzontali e la curva decrescente rappresenta il punto ottimo per la singola impresa: la quantità di lavoro domandata ad ogni livello di prezzo. Considerando tali punti di ottimo possiamo affermare che la domanda di lavoro coincida proprio con la parte decrescente della curva suddetta (parte segnata in rosso). In sostanza il datore di lavoro domanda una quantità di lavoro sempre minore (meno lavoratori) all’aumentare del costo del salario e viceversa.

Non è necessario mostrare in questa sede in che modo si costruisca la curva di offerta di lavoro. Basta ricordare che per una singola impresa il prezzo del lavoro (derivante dall’incrocio tra domanda e offerta di mercato del lavoro), cioè il salario rappresenta un dato immodificabile (in concorrenza perfetta), per cui alfa e gamma nel nostro esempio si confronteranno sempre e solo con una semiretta orizzontale.

2 imprese

Passiamo alla dimostrazione della tesi contro l’istruzione privata. Come sappiamo esistono due imprese alfa e gamma in concorrenza perfetta e un numero prefissato di lavoratori appena laureati (Lt). Una parte ha frequentato una prestigiosa università privata (Lpr) l’altra parte una università pubblica (Lpu) dove Lpr+lpu=Lt. In un mercato in cui le due imprese assumono lavoratori indifferentemente dall’università frequentata (cioè non hanno preferenze per una categoria o per l’altra di lavoratori), la situazione è quella rappresentata come in figura 2.

Come vediamo in concorrenza perfetta il salario di equilibrio da corrispondere ai lavoratori π(o) è un dato per le due imprese. In corrispondenza di tale livello di salario alfa domanderà La(o) lavoratori e gamma Lg(o) lavoratori, dove La(o)+Lg(o)=Lt. Tutti sono occupati al prezzo di equilibrio.

Ipotizziamo ora che alfa sia interessata ad assumere prima tutti coloro che hanno ricevuto una istruzione privata (il che non è molto lontano da ciò che accade nella realtà), mentre per gamma è indifferente. In tali circostanze cioè quando una impresa ha evidenti preferenze verso una categoria di lavoratori, il fatto di aver ottenuto una istruzione privata è assimilabile all’aver stipulato un contratto di sindacato che promette a questa categoria un salario maggiore π(1)>π(0). Per semplificare, il sol fatto di aver ricevuto un’istruzione costosa assicura un reddito più elevato. È come stipulare un accordo con l’università affinché assicuri maggiori vantaggi nel futuro lavorativo, ottenendo in cambio elevate somme di denaro. Vediamo le conseguenze che questo meccanismo porta nel nostro mercato.

Osserviamo il grafico 3. Alfa assume prima i lavoratori con istruzione privata, ma poiché per questi ultimi il salario del mercato è maggiore π(1), alfa non può più assumere La(0) lavoratori come nel precedente equilibro ma una quantità inferiore La(1). Ricordiamo ora che l’offerta di lavoro è fissa e pari a Lt, la parte rimanente di lavoratori cioè quelli esclusi da alfa (La(0) – La(1)) si rivolgeranno all’impresa gamma. Gamma assumeva in precedenza Lg(0) lavoratori per il salario di equilibrio π(0), ora però le unità da assumere aumentano, ipotizziamo fino a Lg(2). Gamma ha la possibilità di assumere un tale ammontare di lavoro solo per un salario minore π(2).

Per riassumere

Possiamo concludere che l’istruzione privata è inefficiente e non egualitaria.

  • Non è efficiente perché ha esattamente lo stesso effetto allocativo di una contrattazione collettiva. Quest’ultima non fa che aumentare il salario di equilibrio per alfa, la quale di conseguenza ridurrà il numero di assunzioni. A questo punto, gamma per assumere tutti i lavoratori dovrà offrire un reddito minore. Il che porta ad una riduzione del prodotto totale. Infatti, mentre nell’equilibrio in figura 2 veniva soddisfatta la condizione di massimizzazione dell’output, data dall’uguaglianza dei prodotti marginali dei fattori in ogni processo, in seguito alle divergenze di salario, ciò non può più verificarsi
  • Non è egualitaria perché il processo descritto rappresenta una lotteria a somma zero, nel senso che i guadagni dei lavoratori con istruzione privata sono riflessi nelle perdite dei lavoratori con istruzione pubblica.

Dobbiamo ricordare che non è sempre così facile per una azienda ridurre i salari oltre un certo livello, magari a causa di un patto di sindacato, in queste circostanze l’esito sarà quello di un certo livello di disoccupazione tanto maggiore quanto più elevato risulta l’aumento di reddito per una categoria di lavoro.

È necessario che tutti partano da uno stesso punto. Solo introducendo una sola tipologia di istruzione è possibile fornire a tutti uguali strumenti, ma la tipologia non può essere privata perché nessuno può assicurarci che tra università private non nasca lo stesso meccanismo presente tra università private e pubbliche. Per differenza rimangono solo quelle pubbliche. Infine, come ci ricorda Stigliz “solo se i governi garantiscono parità di accesso all’istruzione, la differenziazione delle retribuzioni rifletterà la distribuzione delle capacità”. Se poi la disuguaglianza che ne deriva risulti equa o meno non è materia del presente lavoro.


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Estratto:

Ci proponiamo di determinare le ore di studio ottimali per uno studente perfettamente razionale nel periodo breve, usando gli strumenti della teoria neoclassica dell’economia. L’analisi può essere espansa a qualunque tipo di studente.

Assunzioni:

Ipotizziamo l’esistenza di Individui perfettamente razionali che hanno la possibilità di scegliere il loro numero di ore di studio. Consideriamo un numero massimo di ore in un giorno pari a 9, il che è vero anche per il più accanito studente di medicina. Infine, assumiamo che l’obiettivo sia quello di passare l’esame e di passarlo con un bel voto. Nessun altro fattore o obiettivo influirà su questa scelta (quindi consideriamo solo il breve periodo cioè quanto basta per un esame).

Disutilità dello studio:

Possiamo ritenere che ciascuno di noi avverta un dispiacere nello spendere risorse per studiare e che questo dispiacere o disutilità cresca all’aumentare delle ore di studio, forse tranne per la prima ora o la seconda. Possiamo rappresentare il caso:

 -Il grafico rappresenta una generica funzione di disutilità per un individuo A, che associa alle ore di studio(h) un certo livello di malessere(-U). Possiamo affermare che la disutilità risulti pari a zero per le prime due ore circa (studiare non procura fastidio, si spera). Dalla seconda ora risulta crescente fino alla 9a dove la scelta di studiare anche un minuto in più arrecherebbe un danno molto elevato (quasi infinito). generalmente a nessuno quindi converrà superare le 9 ore di studio al giorno.

-Possiamo notare inoltre dal secondo grafico che la disutilità marginale (-U’): cioè la disutilità che arreca una unità di ore di lavoro in più è crescente. Questo significa che al crescere delle ore il sacrificio che sopportiamo è sì positivo, ma anche via via sempre più elevato.

(dal punto di vista matematico in effetti passiamo che l’inclinazione di una funzione è la derivata prima della funzione, in questo caso, di disutilità. Questa derivata è positiva il che vuol dire che la curva cresce mentre la derivata seconda è negativa dunque cresce ad un tasso crescente).

Utilità del voto (breve periodo)

Lo studio è anche utile. Possiamo pensare che Il beneficio che traiamo da esso in un periodo breve che varia da 1 a 6 mesi (insomma quanto serve per dare un esame universitario) deriva dal voto che riceviamo oltre che dal passare l’esame si intende. Non vi è altro fattore che genera utilità nel breve termine.

Anche in questo caso converrà rappresentare la situazione:

-nella nostra situazione U è una funzione generica di utilità che associa ad ogni voto (V) in trentesimi un livello di utilità (benessere, soddisfazione).

Per voti inferiori a 18 l’utilità è 0. A partire dal 18 possiamo immaginare che l’utilità cresca ad un tasso decrescente (il che vuol dire che la crescita è sì positiva ma che aumenta gradualmente sempre di meno) fino a raggiungere una votazione elevata in cui presumibilmente l’utilità marginale di un voto aggiuntivo risulta crescente. Ad esempio, se dal 25 al 26 otterremo una U aggiuntiva pari a 2, dal 29 al 30 l’utilità aggiuntiva sarà 4. (non è possibile ottenere ovviamente una utilità superiore a 30l)

-Il secondo grafico rappresenta la funzione di utilità marginale (U’) rispetto alla votazione. Possiamo notare come parta da 18 e che risulti prima decrescente e poi per un breve tratto crescente (dal 28 al 30). L’andamento dipende proprio dalla funzione iniziale che mostra una inclinazione prima negativa per un lungo probabilmente dal 18 al 28 tratto e poi positiva generalmente dal 28 al 30l.

PRODUTTIVITA’ DELLO STUDIO

Per giungere al numero ottimo di “h” occorre considerare un ulteriore elemento: il voto (V) che riusciamo ad ottenere in corrispondenza di un determinato numero di ore di studio, cioè la produttività dello studio. Esattamente come in una funzione di produzione riferita ad un fattore di produzione (input) indica quanto prodotto (output) possiamo ottenere per una certa quantità di fattore produttivo, allo stesso scopo servirà la funzione di produttività dello studio dove il fattore produttivo è lo studio e il prodotto ottenuto è la votazione finale. Nel nostro caso insomma la votazione dipende esclusivamente dal numero di ora di studio (è evidente che si escludono tutti gli altri possibili elementi distorsivi quali il malumore del professore o una pandemia mondiale che costringe gli studenti ad essere valutati telematicamente).

Poiché tutti siamo diversi possono presentarsi numerose funzioni di produzione dello studio consideriamone solo 2:

  • In questo primo caso il voto (V) dipende dal numero di ore lavorate in maniera costante ad esempio un’ora in più in 2 voti in più (grafico 1). Quindi la produttività marginale (V’) per ogni ora di studio, ovvero la votazione aggiuntiva per ogni ora di studio in più è costante. La produttività marginale (derivata prima della funzione) è quindi una semiretta orizzontale (grafico 2)

  • In questo secondo caso la funzione di produzione (grafico. 3) è sempre crescente, ma prima è convessa il che vuol dire che un’ora in più genera un incremento più che proporzionale del voto (essendo più attivi nelle prime ore probabilmente saremo più produttivi), arriverà però un numero di ore (ad esempio 6) a partire dal quale un ora aggiuntiva genera un aumento positivo ma meno che proporzionale del voto (perché siamo più stanchi). Tutto questo sta a significare che la produttività marginale (V’) è prima crescente e poi decrescente. Quindi nel nostro caso se stiamo studiando da 3 ore e vogliamo aggiungerne una quarta, incrementeremo il voto ad esempio di 5 punti, ma se stiamo studiando da 6 ore e vogliamo aggiungerne una settima il nostro voto aggiuntivo sarà al massimo di 1. possiamo presumere che per ottenere un voto oltre il 30l servirà un numero di ore in più tendente ad infinito. (in effetti non possiamo superare il 30l)

 

Equilibro

Ragionevolmente possiamo pensare che ognuno di noi studierà per un numero di ore che rende uguale la disutilità marginale dello studio all’utilità marginale dello studio cioè studierà finché l’ultima ora aggiuntiva ci procura esattamente lo stesso vantaggio e svantaggio. Infatti, se la disutilità marginale per l’ultima ora fosse superiore allora converrebbe ridurre il numero di ore di studio e viceversa se l’utilità marginale per l’ultima ora fosse superiore allora conviene studiare un’ora in più (altrimenti non saremmo efficienti). Visivamente consideriamo dunque i due grafici combinati della disutilità marginale (-U’) e della utilità marginale (U’). Dobbiamo notare che per ottenere quest’ultimo occorre partire dalla produttività dello studio per conoscere i voti ottenuti in corrispondenza delle ore di studio, poi verificare l’utilità che a questi voti viene attribuita tramite la funzione di utilità del voto e infine combinare utilità e ore di studio.

Come vediamo abbiamo 2 punti di intersezione in A il livello ottimo di ore con funzioni standard risulta essere 8. Questo è il caso che si riferisce ad un individuo con produttività costante quindi la decrescenza della curva dipende solo dall’ utilità del voto decrescente e solo per un tratto crescente. Nel punto B, 7 ore di studio sono ottime. È il caso che si riferisce ad una produttività marginale decrescente ed infatti la decrescenza dipende tanto da quest’ultima quanto dalla utilità del voto anche essa decrescente.

Conclusione

In corrispondenza del punto di intersezione che rende U’= -U’ il numero di ore di studio è economicamente ottimo.

Date le restrizioni necessarie del lavoro in esame risulta che maggiore è la nostra produttività marginale maggiore sarà il numero ottimo di ore di studio al contrario quindi individui con produttività dello studio bassa possono sentirsi legittimati a studiare meno ore rispetto al massimo di 9 perché solo così potranno dirsi razionali.

Inoltre, indipendentemente dalla produttività marginale secondo la teoria economica standard non occorre affannarci a studiare di più del massimo di ore giornaliere perché ciò provocherebbe un danno maggiore del beneficio.

Introduzione

Il controllo da parte del fisco sui contribuenti è oggetto di dibattito ogni qualvolta vi sono novità normative in materia ed altrettanto attuale è la dicotomia che si ripropone tra attività di controllo fiscali e tutela del diritto alla privacy del contribuente. Quale tra le due situazioni prevale o dovrebbe prevalere? Il diritto del singolo a preservare la sua sfera di riservatezza o assicurare che questi sia in regola con i pagamenti verso l’erario e quindi contribuisca adeguatamente alla collettiva partecipazione finanziaria dei cittadini alle attività dello Stato? Per avere una risposta occorre ricercare di volta in volta nelle singole fattispecie.

Questo articolo, dopo una descrizione dell’anagrafe tributaria e delle sue funzioni principali, propone una riflessione sulle evidenze dei punti di forza e di criticità della stessa.

L’anagrafe tributaria: che cos’è?

La maggior parte delle informazioni che l’amministrazione finanziaria utilizza provengono dall’anagrafe tributaria, istituita con D.P.R. 29 settembre 1973, n. 605, che è un insieme di dati ricostruito in base alle denunce e dichiarazioni eseguite dai soggetti di imposta e dagli accertamenti effettuati, nonché a tutte le informazioni e notizie che possono essere ritenuti di importanza per gli scopi tributari.

Ogni informazione ha corrispondenza con un’operazione e/o un soggetto – persone fisiche e giuridiche, società, associazioni ed altre organizzazioni di persone o di beni prive di personalità giuridica – identificabile attraverso il codice fiscale o la partita IVA. La compagine dei suddetti soggetti, iscritti presso la stessa anagrafe, ne costituisce l’archivio anagrafico (o archivio dei codici fiscali e delle partite Iva).

Già da questi aspetti preliminari, si intuisce che i flussi che alimentano la corposità informativa dell’anagrafe sono molteplici, in primis provenienti – come precedentemente citato – dalle denunce e dichiarazioni effettuate dai soggetti di imposta e dagli accertamenti ex art.1 del D.P.R. 605/1973, dalle dichiarazioni fiscali annuali dei redditi e dell’IVA del contribuente, ai sensi dell’art. 31 comma 1 del D.P.R. n. 600/1973, ma anche dalle comunicazioni ex l. 311/2004 e dal d.l. 223/2006, da altre comunicazioni obbligatorie (es. utenze elettriche, telefoniche e relative ad altri servizi; assicurazioni stipulate; contenzioso tributario; contratti registrati e proprietà di beni mobili registrati; proprietà di azioni e/o partecipazioni in società) e segnalazioni di dati e notizie da parte dei comuni.

Osservando per quinquenni dagli inizi del secolo i numeri relativi agli invii (e ai documenti pervenuti) attraverso Entratel (Fig. 1 e Fig. 2), si nota un andamento generalmente crescente (fatta eccezione per il primo quinquennio 2001-2005, ma solo riguardo i documenti pervenuti).

Figura 1 – Documenti pervenuti e invii attraverso Entratel, anni 2001 – 2019*.

Le figure fanno riferimento ai valori totali, tuttavia il dato si distingue nelle numerose tipologie di afflussi (730, mod. Unico, 770, bollo virtuale, ecc.), scomposizione che fa emergere una varietà di dati numerica e qualitativa, giacché sono tante le tipologie di dati ricevuti (anagrafici, reddituali e patrimoniali, ecc.). Parimenti, c’è un gruppo altrettanto vasto e variegato di soggetti che interagiscono con la stessa anagrafe, in quanto obbligati all’invio di comunicazioni o utilizzatori della stessa e nulla esclude che i due tipi di soggetti possano talvolta sovrapporsi, anche in virtù della condivisione delle banche dati con altre pubbliche amministrazioni e/o enti terzi rispetto all’amministrazione finanziaria (quali enti locali e previdenziali, soprattutto ai fini di contrasto all’evasione e comunque nel rispetto della normativa sulla privacy).

Figura 2 – Variazione documenti pervenuti e invii attraverso Entratel, anni 2001 – 2019

Se tra i principali utilizzatori vi sono Agenzia delle Entrate e delle Dogane – rispettivamente per i tributi statali e i tributi doganali e le accise [1] –  e Guardia di finanza, a titolo di esempio, tra coloro che contribuiscono ad alimentare i flussi informativi figurano enti locali (comuni), sportelli unici per l’immigrazione, questure, pubbliche amministrazioni ed enti pubblici, oltre alle partite IVA e ai sostituti d’imposta, ma pure intermediari finanziari (ad esempio Banche e Poste italiane S.p.a.) tenuti ad inviare, in particolare, i dettagli dei rapporti intrattenuti con i clienti. I dati sui rapporti finanziari costituiscono una sezione specifica dell’anagrafe nota come “Archivio dei rapporti finanziari”. Fra l’altro, con l. 136/2018 è stata introdotta la possibilità di usare questa sezione per le attività di analisi dei rischi, di contrasto alle frodi doganali e al riciclaggio, anche da parte della Guardia di Finanza [2] che, rispetto all’Agenzia delle Entrate ed essendo corpo militare, opera con indirizzo più investigativo e di controllo avverso crimini e forme di illegalità finanziaria.

È bene precisare che per la gestione dell’anagrafe tributaria, è preminente il ruolo dell’Agenzia delle Entrate, in fase di acquisizione e di conservazione e/o aggiornamento dei dati.

A cosa serve?

Questa grande banca dati serve al Fisco per vari scopi: disporre di una potente fonte informativa (anagrafica, finanziaria e fiscale – ossia rappresentativa della loro capacità contributiva) sui soggetti rilevanti fiscalmente; svolgere l’analisi di rischio; essere uno strumento per le attività delle amministrazioni finanziarie, soprattutto di accertamento e di controllo finalizzate al contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale, in coerenza con l’art. 8 del D.P.R. 605/1973.

L’uso dell’anagrafe è stato, inoltre, rafforzato per scopo di lotta al riciclaggio, alla criminalità organizzata e al finanziamento al terrorismo internazionale, alle frodi all’Unione Europea e in materia doganale, al traffico internazionale di stupefacenti [2].

Queste finalità giustificano l’esercizio di alcuni poteri in capo alle amministrazioni finanziarie [3], a partire dal controllo cartolare della dichiarazione fiscale, all’accertamento, alle verifiche, agli accessi e alle ispezioni, alle attività di riscossione coattiva e sanzionatoria, laddove il soggetto passivo non abbia adempiuto in toto o parzialmente agli obblighi fiscali. Tali attività sono dirette ai contribuenti ed in particolare a quelli rilevanti a seguito di analisi svolte con indici di pericolosità fiscale.

Di certo, uno degli usi più interessanti del patrimonio informativo desunto dall’anagrafe tributaria è l’analisi del rischio, svolta a discrezione dell’amministrazione e che consiste nella rappresentazione della capacità contributiva (presumibile) di un soggetto fiscale attraverso informazioni e dati provenienti dall’anagrafe e dell’archivio dei rapporti finanziari e scatta quando c’è omessa dichiarazione o è stata presentata ma con evidenti mancanze dal punto di vista della realisticità dei dati contabili.

L’output di questa analisi (un elenco di soggetti individuati come più rischiosi) viene inviato agli uffici competenti territorialmente per sviluppare ulteriori verifiche.

Il complesso delle attività svolte in materia di controllo fiscale da parte di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate si avvale pure di specifici canali di comunicazione dati, obbligatori ed ulteriori alle consuete periodiche dichiarazioni, ossia la comunicazione dei dati IVA – ex spesometro o  comunicazione Dati Fatture – il redditometro, l’esterometro e –come citato – il monitoraggio e la consultazione dell’archivio dei rapporti finanziari (conti correnti in particolare), e tra le misure più recenti risparmiometro (o evasometro) e superanagrafe. A ciò si aggiunge anche l’invio telematico dei corrispettivi e la fatturazione elettronica quali ulteriori evoluzioni delle modalità comunicative e dichiarative contribuente/amministrazione finanziaria, sempre più informatizzate.

Si noti che le attività su descritte si basano sull’incrocio dei dati e delle informazioni delle diverse fonti che alimentano la banca dati.

Criticità vs punti di forza

Dopo questa sommaria descrizione delle funzioni e degli usi dell’anagrafe tributaria, è bene fare qualche riflessione sugli aspetti critici e di forza di questo potente strumento del fisco (e non solo).

Se da un lato disporre di una tale mole di informazioni è una risorsa eccezionale, può risultare di difficile gestione per varietà quali-quantitativa: tale entità ha effetti sulla selezione dei dati “utili” all’amministrazione per le attività di controllo e subisce l’aumento ingente delle informazioni conseguentemente all’incremento degli adempimenti in capo ai contribuenti.

Vi può essere, pertanto, un problema di efficienza gestionale nella scelta dei dati effettivamente utili (è interessante al riguardo la relazione stilata dalla Corte dei Conti) [4].

Si può ipotizzare che un uso più efficiente dei dati potrebbe influenzare positivamente anche la rafforzata cooperazione amministrativa in materia di contrasto alla criminalità e al riciclaggio [5] ed è un progresso da coordinare con il processo di informatizzazione dei flussi e delle comunicazioni, delle nuove professionalità e competenze che le amministrazioni sono tenute ad acquisire.

Altro problema è l’annoso conflitto tra privacy e necessità di controllo da parte del fisco sul contribuente, sovente oggetto ulteriore del contenzioso tributario, rinvenibile non solo nella detenzione di dati personali del contribuente, ma anche nelle dichiarazioni o in comunicazioni quali corrispettivi e fatture, da cui possono trapelare i beni e/ o i servizi oggetto di transazione e relativi importi e quindi eventuali abitudini di consumo.

Insomma, la bilancia deve equilibrarsi tra controllo del rischio evasione e diritto alla riservatezza.

Tale esigenza è stato uno dei motivi dell’introduzione della “pseudonimizzazione”, per cui al posto del codice fiscale si assegna un codice cifrato. È una novità introdotta con pareri contrastanti circa il profilo di tutela dei contribuenti (art.1, co. 682 disegno di legge di Bilancio di previsione 2020) [6]: se nella relazione tecnica allegata alla manovra di bilancio 2020, essa è un modo per evitare l’identificazione del contribuente, il Garante della Privacy ha osservato che in realtà lo pseudonimo cifrato è assegnato a dati personali e quindi di identificazione della persona fisica.

Lo stesso Garante ha espresso dubbi sulla tutela della privacy del contribuente in più occasioni: ad esempio rispetto al redditometro e agli accessi/usi dei dati non autorizzati.

Conclusioni

È chiaro che un bilanciamento delle criticità e delle potenzialità informative per i controlli passa necessariamente per un efficientamento dell’utilizzo della stessa.

Certo, non è semplice definire dei limiti certi tra necessità di contrastare l’evasione o di non ledere la sfera privata, fatto quest’ultimo che rischia di realizzarsi ancor prima dello svolgimento di attività necessarie a profilare un effettivo rischio evasivo.

L’affinamento delle procedure di incrocio e delle analisi di rischio forse potrebbe essere una delle strade auspicabili per il buon compromesso tra le due dimensioni critiche esaminate, con il duplice obiettivo di accelerare e semplificare le procedure di individuazioni dei soggetti a rischio (e dare, poi, corso alle opportune attività di controllo), congiuntamente al rafforzamento e consolidamento della logica di compliance e del rinnovato rapporto tra fisco e contribuente, sancito dallo Statuto del contribuente, con legge n. 212 del 2000.

Riferimenti

[1] F. Tesauro, Istituzioni di diritto tributario, Torino: UTET, 2017.
[2] S. Capolupo, «Nuovi poteri alla Guardia di Finanza,» il fisco, n. 2, 2019.
[3] T. Tassani e A. Carinci, Manuale di diritto tributario, Torino: Giappichelli, 2018.
[4] Corte dei Conti , Relazione sul Rendiconto Generale dello Stato 2016, documento XIV, n. 5, 27 giugno 2017.
[5] L. Starola, «Lo scambio automatico di informazioni nel settore fiscale,» Corriere Tributario, n. 29, 2018.
[6] «Analisi rischio evasione fiscale,» [Online]. Available: https://www.ipsoa.it/documents/fisco/accertamento/quotidiano/2019/11/27/analisi-rischio-evasione-fiscale-parte-archivio-rapporti-finanziari-dubbio .

*Sono stati rappresentati i dati affluiti attraverso Entratel, che è il canale riservato ai soggetti obbligati alla trasmissione telematica di dichiarazioni e atti, ossia: persone fisiche, società ed enti che devono presentare la dichiarazione dei sostituti d’imposta (modello 770) per più di 20 soggetti; intermediari (professionisti, Caf e associazioni di categoria), per la presentazione telematica delle dichiarazioni; Poste Italiane spa, per le proprie dichiarazioni e per quelle presentate dai contribuenti agli sportelli; società che trasmettono per conto delle società del gruppo cui fanno parte; Amministrazioni dello Stato; intermediari e soggetti delegati per la registrazione telematica dei contratti di locazione.
Il divario tra invii e documentazioni si spiega perché i primi possono riferirsi ad un unico documento (es. rettifiche, integrazioni, ecc.). L’anno di invio è quello di riferimento al periodo in cui è stato effettuato l’invio: pertanto, un invio può riguardare documentazione relativa ad anni diversi.

Per approfondire ed integrare l’analisi anche con i dati relativi a Fisconline, si rimanda alla fonte dei dati:

https://telematici.agenziaentrate.gov.it/Main/Statistiche/IStat.jsp

1) L’attuale emergenza sanitaria (mondiale) da “coronavirus” ha indotto il Governo Conte ad introdurre, in materia di giustizia civile, tributaria e militare, una nuova tipologia di udienza cosiddetta “da remoto” al duplice scopo di evitare gli assembramenti nelle aule di tribunale, da un lato, e contenere gli effetti negativi dell’epidemia «sullo svolgimento dell’attività giudiziaria, per il periodo compreso tra il 16 aprile e il 30 giugno 2020», dall’altro.

L’art. 83 del d.l. 17 marzo 2020 n. 18, recante le «misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19», ha, infatti, stabilito, al comma 7°, lett. f), che «per assicurare le finalità di cui al comma 6, i capi degli uffici giudiziari possono adottare … la previsione dello svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti mediante collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia».

Si tratta, come evidente, di una norma adottata in pieno stato d’emergenza e, soprattutto, in via del tutto sperimentale.

Tant’è vero che non c’è stato (né ci sarà, salvo modifiche in sede di conversione) neanche il tempo di effettuare un preliminare (piuttosto opportuno) “collaudo” (sulla falsa riga di quanto accaduto per il processo telematico) e, soprattutto, di formare gli operatori (magistrati, personale di cancelleria ed avvocati) chiamati all’applicazione concreta.

2) L’udienza “da remoto” non rappresenta, però, un inedito assoluto per l’ordinamento italiano.

Negli anni l’Italia ha recepito (talvolta con eccessiva – ed incomprensibile – lentezza) una serie di norme internazionali e, in conseguenza, adattato quelle domestiche contrastanti.

L’udienza in “videoconferenza” o “teleconferenza” è uno strumento ampiamente previsto e raccomandato dai trattati e dalle convenzioni internazionali.

Uno dei primi riferimenti ai «procedimenti audiovisivi» (annoverati «tra i mezzi di protezione» dei testimoni) è contenuto nella risoluzione del Consiglio dell’Unione europea, datata 23 novembre 1995, relativa alla protezione dei testimoni nella lotta contro la criminalità organizzata internazionale.

La lett. a) della predetta risoluzione ha, infatti, prescritto, al n. 8, che «tra i mezzi di protezione da prendere in considerazione può figurare la possibilità di deporre in luogo diverso da quello in cui si trova la persona inquisita, ricorrendo se necessario a procedimenti audiovisivi».

3) Successivamente, la Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea, resa conforme con atto del Consiglio dell’Unione europea datato 29 maggio 2000, ha sdoganato, agli artt. 10 e 11, rispettivamente, la possibilità di «audizione mediante videoconferenza» e di «audizione dei testimoni e dei periti mediante conferenza telefonica».

Tale Convenzione è stata ratificata in Italia soltanto nel 2016 (con un ritardo di ben 16 anni!) attraverso la l. 21 luglio 2016 n. 149, recante la «ratifica ed esecuzione della Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea, fatta a Bruxelles il 29 maggio 2000, e delega al Governo per la sua attuazione. Delega al Governo per la riforma del libro XI del codice di procedura penale. Modifiche alle disposizioni in materia di estradizione per l’estero: termine per la consegna e durata massima delle misure coercitive».

L’art. 3 (intitolato «delega al Governo per l’attuazione della Convenzione») ha disposto, al comma 1°, che «il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti la compiuta attuazione della Convenzione, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi: … d) previsione di forme specifiche di assistenza giudiziaria, relativamente alla disciplina delle condizioni per la restituzione di cose pertinenti al reato conformemente a quanto previsto dall’articolo 8 della Convenzione nonché relativamente alle procedure per consentire il trasferimento di persone detenute a fini investigativi, ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 2, della Convenzione; previsione della disciplina dell’efficacia processuale delle audizioni compiute mediante videoconferenza secondo quanto previsto dal titolo II della Convenzione, anche tenuto conto di quanto previsto dall’articolo 205-ter delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271; previsione della possibilità per la polizia giudiziaria o per il pubblico ministero di ritardare od omettere provvedimenti di propria competenza in caso di indagini riguardanti delitti per i quali è prevista l’estradizione o quando appare necessario ai fini della cattura dei responsabili».

Dapprima, il d.l.vo 5 aprile 2017 n. 52, recante le «norme di attuazione della Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea, fatta a Bruxelles il 29 maggio 2000», ha disciplinato, con gli artt. 13, 14 e 15, rispettivamente l’«audizione mediante videoconferenza richiesta da uno Stato Parte», la «richiesta di audizione mediante videoconferenza in uno Stato Parte» e l’«audizione dei testimoni e dei periti mediante conferenza telefonica richiesta da uno Stato Parte».

Poi, il d.l.vo 3 ottobre 2017 n. 149, recante le «disposizioni di modifica del Libro XI del Codice di procedura penale in materia di rapporti giurisdizionali con autorità straniere», ha inciso direttamente il corpus processuale penale, inserendo gli artt. 726 quinquies, intitolato «audizione mediante videoconferenza o altra trasmissione audiovisiva», e 729 quater, intitolato «audizione mediante videoconferenza o altra trasmissione audiovisiva».

4) Sempre in campo europeo, va segnalato il Secondo Protocollo addizionale alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale, datato 8 novembre 2001.

Conformemente ai succitati artt. 10 e 11 della Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale, gli artt. 9 e 10 hanno previsto, rispettivamente, l’«audizione mediante videoconferenza» e l’«audizione mediante conferenza telefonica».

Mantenendo intatta la “tradizione” (non certo edificante) descritta supra, l’Italia ha ratificato il mentovato Protocollo addizionale nel 2019 – al compimento del suo diciottesimo compleanno – con la l. 24 luglio 2019 n. 88, recante la «ratifica ed esecuzione dei seguenti Protocolli: a) Secondo Protocollo addizionale alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale, fatto a Strasburgo l’8 novembre 2001; b) Terzo Protocollo addizionale alla Convenzione europea di estradizione, fatto a Strasburgo il 10 novembre 2010; c) Quarto Protocollo addizionale alla Convenzione europea di estradizione, fatto a Vienna il 20 settembre 2012».

5) Infine, la direttiva 2014/41/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, datata 3 aprile 2014, relativa all’ordine europeo di indagine penale.

I relativi artt. 24 e 25 hanno delineato, rispettivamente, l’«audizione mediante videoconferenza o altra trasmissione audiovisiva» e l’«audizione mediante teleconferenza».

6) In ambito internazionale, nel 2001, l’Italia ha dato corso all’«Accordo tra Italia e Svizzera che completa la Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959 e ne agevola l’applicazione, fatto a Roma il 10 settembre 1998» tramite la l. 5 ottobre 2001 n. 367, recante la «ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra Italia e Svizzera che completa la Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959 e ne agevola l’applicazione, fatto a Roma il 10 settembre 1998, nonché conseguenti modifiche al codice penale ed al codice di procedura penale».

L’art. 16 della l.u.c. ha immesso, «dopo l’articolo 205 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271», l’art. 205 ter (intitolato «partecipazione al processo a distanza per l’imputato detenuto all’estero»), secondo cui «la partecipazione all’udienza dell’imputato detenuto all’estero, che non possa essere trasferito in Italia, ha luogo attraverso il collegamento audiovisivo, quando previsto da accordi internazionali e secondo la disciplina in essi contenuta. Per quanto non espressamente disciplinato dagli accordi internazionali, si applica la disposizione dell’articolo 146-bis» (comma 1°), «non può procedersi a collegamento audiovisivo se lo Stato estero non assicura la possibilità di presenza del difensore o di un sostituto nel luogo in cui viene assunto l’atto e se quest’ultimo non ha possibilità di colloquiare riservatamente con il suo assistito» (comma 2°), «la detenzione dell’imputato all’estero non può comportare la sospensione o il differimento dell’udienza quando è possibile la partecipazione all’udienza in collegamento audiovisivo, nei casi in cui l’imputato non dà il consenso o rifiuta di assistere. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’articolo 420-ter del codice» (comma 4°) e «la partecipazione all’udienza attraverso il collegamento audiovisivo del testimone o del perito si svolge secondo le modalità e i presupposti previsti dagli accordi internazionali. Per quanto non espressamente disciplinato, si applica, in quanto compatibile, la disposizione dell’articolo 147-bis» (comma 5°).

Agli effetti del successivo art. 17, comma 1°, dopo l’art. 384 c.p. è stato aggiunto l’art. 384 bis onde consentire la «punibilità dei fatti commessi in collegamento audiovisivo nel corso di una rogatoria dall’estero» («i delitti di cui agli articoli 366, 367, 368, 369, 371-bis, 372 e 373, commessi in occasione di un collegamento audiovisivo nel corso di una rogatoria all’estero, si considerano commessi nel territorio dello Stato e sono puniti secondo la legge italiana»).

7) Per mera completezza espositiva, è appena il caso di ricordare anche le altre ipotesi di partecipazione all’udienza penale cosiddetta “a distanza”, introdotte dal d.l. 8 giugno 1992 n. 306, recante le «modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa», convertito, con modificazioni, nella l. 7 agosto 1992 n. 356, dalla l. 7 gennaio 1998 n. 11, recante la «disciplina della partecipazione al procedimento penale a distanza e dell’esame in dibattimento dei collaboratori di giustizia, nonché modifica della competenza sui reclami in tema di articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario», e dal d.l. 24 novembre 2000 n. 341, recante le «disposizioni urgenti per l’efficacia e l’efficienza dell’Amministrazione della giustizia», convertito, con modificazioni, nella l. 19 gennaio 2001 n. 4.

L’art. 45 bis – «dopo l’articolo 45 delle norme di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale» – in ordine alla «partecipazione al procedimento in camera di consiglio a distanza».

L’art. 134 bis – «dopo l’articolo 134 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale» – in ordine alla «partecipazione a distanza nel giudizio abbreviato».

L’art. 146 bis – «dopo l’articolo 146 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale» – in ordine alla «partecipazione al dibattimento a distanza».

E l’art. 147 bis – «dopo l’articolo 147 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271» – in ordine all’«esame degli operatori sotto copertura, delle persone che collaborano con la giustizia e degli imputati di reato connesso».

8) Ancora, nel 2009, la l. 16 marzo 2009 n. 25 ha portato la «ratifica ed esecuzione dei seguenti atti internazionali: a) Strumento così come contemplato dall’articolo 3(2) dell’Accordo di estradizione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione europea firmato il 25 giugno 2003, in relazione all’applicazione del Trattato di estradizione tra il Governo degli Stati Uniti d’America e il Governo della Repubblica italiana firmato il 13 ottobre 1983, fatto a Roma il 3 maggio 2006; b) Strumento così come contemplato dall’articolo 3(2) dell’Accordo sulla mutua assistenza giudiziaria tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione europea firmato il 25 giugno 2003, in relazione all’applicazione del Trattato tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica italiana sulla mutua assistenza in materia penale firmato il 9 novembre 1982, fatto a Roma il 3 maggio 2006».

In particolare, l’allegato «Trattato tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Italiana di mutua assistenza giudiziaria in materia penale» ha dettato, all’art. 18 quater, le modalità operative del «collegamento in videoconferenza».

9) Al di fuori della materia penale, preme rammentare il regolamento n. 1206/2001 del Consiglio dell’Unione europea, datato 28 maggio 2001, relativo alla cooperazione fra le autorità giudiziarie degli Stati membri nel settore dell’assunzione delle prove in materia civile o commerciale.

Trattasi di regolamento applicabile in materia civile o commerciale (art. 1, paragr. 1) allorché, conformemente alle disposizioni della propria legislazione, l’autorità giudiziaria di uno Stato membro chieda: a) che l’autorità giudiziaria competente di un altro Stato membro proceda all’assunzione delle prove, o b) di procedere direttamente essa stessa all’assunzione delle prove in un altro Stato membro.

Non sono ammesse istanze volte ad ottenere prove che non siano destinate ad essere utilizzate in procedimenti giudiziari pendenti o previsti (paragr. 2).

Gli artt. da 10 a 16 del regolamento citato riguardano l’assunzione delle prove da parte dell’autorità giudiziaria richiesta.

Ai sensi dell’art. 10, paragr. 4, l’autorità giudiziaria richiedente ha la facoltà di chiedere all’autorità giudiziaria richiesta di avvalersi delle tecnologie di comunicazione moderne per l’esecuzione dell’assunzione delle prove, quali la videoconferenza e la teleconferenza.

L’autorità giudiziaria richiesta ottempera a tale istanza salvo qualora questa sia incompatibile con le leggi del suo Stato membro ovvero sussistano notevoli difficoltà di ordine pratico.

A giudizio della Corte di Giustizia Europea (sez. I, sent. 6 settembre 2012, causa C-170/11), «l’ambito di applicazione ratione materiae del regolamento n. 1206/2001, come definito dal suddetto articolo e risultante dal sistema di tale regolamento, è limitato ai due metodi di assunzione delle prove, vale a dire, da un lato, l’esecuzione di un’assunzione delle prove da parte dell’autorità giudiziaria richiesta ai sensi degli articoli 10-16 del suddetto regolamento in seguito ad una domanda dell’autorità giudiziaria richiedente di uno Stato membro e, dall’altro, l’esecuzione diretta di una siffatta assunzione di prove, le cui modalità sono determinate dall’articolo 17 dello stesso regolamento, da parte dell’autorità giudiziaria richiedente in un altro Stato membro. Per contro, il regolamento n. 1206/2001 non contiene alcuna disposizione che disciplini o escluda la possibilità, per l’autorità giudiziaria di uno Stato membro, di citare a comparire e a rendere testimonianza direttamente al suo cospetto una parte residente in un altro Stato membro».

Con la conseguenza che «il regolamento n. 1206/2001 è applicabile, in linea di principio, solo nell’ipotesi in cui l’autorità giudiziaria di uno Stato membro decida di procedere all’assunzione delle prove tramite uno dei due metodi previsti da tale regolamento, ipotesi in cui è tenuta a seguire le procedure relative agli stessi».

10) Da ultimo, giova sottolineare che l’udienza in videoconferenza risulta pienamente compatibile anche con le disposizioni della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo.

In special modo, con l’art. 6 secondo cui «ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta» (paragr. 1) ed «ogni accusato ha segnatamente diritto a: essere informato, nel più breve tempo possibile, in una lingua a lui comprensibile e in un modo dettagliato, della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie per preparare la sua difesa; difendersi da sé o avere l’assistenza di un difensore di propria scelta e, se non ha i mezzi per ricompensare un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio quando lo esigano gli interessi della giustizia; interrogare o far interrogare i testimoni a carico ed ottenere la convocazione e l’interrogazione dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico; farsi assistere gratuitamente da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nell’udienza» (paragr. 3).

Al riguardo, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo (sent. 5 ottobre 2006, ricorso n. 45106/04) ha ritenuto che la partecipazione di un soggetto, imputato in procedimento di natura penale, alle udienze mediante videoconferenza persegue «scopi legittimi rispetto alla Convenzione, ossia la difesa dell’ordine pubblico, la prevenzione del crimine, la tutela dei diritti alla vita, alla libertà ed alla sicurezza dei testimoni e delle vittime, nonché il rispetto dell’esigenza del “tempo ragionevole” di durata dei processi giudiziari».

The advent of the “Coronavirus” within the Italian territory took the Government off guard, now called to adopt a series of emergency measures concerning both the social and administrative sector but also the fiscal and financial sector.

The first type (of measures) has already entered into force through the Legislative Decree of February 23, 2020, n.6 while for the latter the text is expected soon.

The hope is that the italian Government has understood the extent of the problem, the seriousness of which is not so much related to the virus mortality but to the macro (and micro) economic consequences that must affect businesses and individuals belonging to the “red areas”.

At this juncture, the Chinese government is an example, which, aware of the consequences mentioned, has issued a series of financial and fiscal measures, aimed at supporting subjects between natural and legal persons.

  1. Introduction

On 23 February 2020 a Legislative Decree was issued which provides, by way of example, a series of restrictive measures for the freedom of movement and economic freedom of individuals and legal entities belonging to the areas “in which is a case not attributable to a person from an area already affected by the contagion of the aforementioned virus “.

The intervention of the executive, therefore, can be read in a preventive and precautionary key being, the spread of the virus, harmful both for the greeting of people but also (and above all) for the economy. According to the writer, the latter aspect is even more serious than mortality (now described as low); in fact, the closure of numerous commercial establishments and the restriction in the freedom of movement of citizens can only weigh on the productivity of a region (among other things one of the most productive, that is, Lombardy) and of the entire country. For these reasons, the Government is called to intervene to protect the Taxpayers and facilitate them in the fulfillment of tax debts and in the exercise of their economic activity.

Examples may be the measures envisaged by the Chinese Ministry of Finance, in connection with the People’s Bank of China (PBoC), the China Banking Regulatory Commission (CBRC) and the China Securities Regulatory Commission (CSRC), aimed at supporting “the actors”, both businesses and individuals, active in the “fight” against the virus and involved in the consequences of these.

  1. The intervention of the chinese Government: a possible example for Italy?

A first financial intervention can be seen in the huge injection of liquidity into the Chinese economy – about 1,200 billion (equivalent to 156 billion euros) of chinese renminbi (RMB) through the so-called “reverse repo” aimed at maintaining “a reasonable and abundant liquidity” – which can be used, first and foremost, to finance businesses and, secondly, to maintain stability within the currency markets.

As regards loans, the Government has committed itself to guaranteeing and making less onerous the loans granted to companies “connected to the supply of sanitary and medical material or that guarantee epidemic prevention, monitoring and control services, including those relating to research and tests for related vaccines ” both large and small dimension (so-called “micro-enterprises“). The ratio for this intervention lies in the increase in the productivity of individuals operating in the sectors of greatest utility for the containment of Coronavirus. Specifically, the Ministry of Finance, with retroactive effect on January 1, 2020, will support, through allocated resources in a special fund, the loans granted by banks to companies, thus reducing the value of the related interest rate (the maximum limit imposed is equivalent to 1.6%).

Turning now to tax measures, there is a strong commitment from the chinese Executive also in this respect.

In particular, there is the possibility – specifically for “companies that are directly or indirectly involved in research, in the production of pharmaceutical products, anti-epidemic medical devices, personal protection equipment and any other product related to prevention, monitoring and control of the epidemic ” and for natural persons residing in the “red areas” exposed to a high bacteriological risk – respectively:

1) to deduct from the tax base the costs incurred for carrying out their public utility activities for the context for which, moreover, it is possible to request the full refund of the value added tax (henceforth “VAT”);

2) to benefit from the exemption from payment of any tax or duty regarding “drugs, vaccines and medical devices relevant to the epidemic“;

3) to benefit from the exemption from the payment of VAT on the turnover generated in the performance of activities related to the “shipment of supplies pertinent to control, the supply of public transport connected to procurement and storage, services to the consumer and those relating to the courier expressed“;

4) to benefit from the deferral in the payment of welfare and social security contributions of workers employed in the context of the business activity;

5) to deduct entirely, both for businesses and individuals, from the tax base the value of donations, in money or in kind, made through competent bodies. Furthermore, donations of goods will be exempt from VAT and;

6) to benefit from the total and temporary exemption from the payment of personal income tax as regards only those persons who carry out “direct activities of prevention and control of infestation“.

From the review of the measures introduced in the chinese legal system, it emerges that awareness of the problem is strong with regard to its economic consequences that should not be underestimated. The intervention aims to maximize the efficiency of companies operating in currently “sensitive” sectors by reducing costs (costs of capital goods, materials, tax, etc.) and exemption from taxes aimed at leaving, thus, greater breathing space for those directly concerned.

  1. The fiscal and financial intervention of the italian Government: what to expect

Turning to the Italian tax system, it’s important to highlight the relevance and usefulness of a rule to be called into question regarding the next intervention of the executive.

This is the art. 9 of the Law of 27 July 2000, n. 212 (so-called “Statuto dei Diritti del Contribuente“) which governs the institute of the “remissione in termini“. In particular, paragraph 1 of said regulation provides that:

The Minister of Finance, by decree to be published in the Official Gazette, puts the taxpayers concerned “back in terms”, in the event that the timely fulfillment of tax obligations is prevented by force majeure. If the remittance in terms concerns the payment of taxes, the decree is adopted by the Minister of Finance in consultation with the Minister of the Treasury, the Budget and Economic Planning “.

In other words, in the event that the Taxpayer does not have the possibility, due to reasons not attributable to him, to promptly meet his tax obligations, then the Minister of Finance, in consultation with the Minister of the Treasury, will have the faculty to suspend these obligations, extending the tax terms within which to make the payments. In the case in question, the condition that calls for the intervention of the Executive, i.e. the “cause of force majeure“, can be said to be certainly satisfied as the spread of the Coronavirus limits the impossibility of fulfillment.

On the basis of this rule, therefore, the object of the future intervention could concern:

1) the suspension of the payment of taxes and duties (general tax obligations) until a date to be allocated;

2) the suspension in the payment of utilities such as those relating to electricity, gas, etc.;

3) the possibility for companies to access loans at subsidized rates and/or draw on the Guarantee Fund for PMI (small and medium-sized enterprises);

4) the suspension of payment of the rated mortgage loans and;

5) the activation of tools aimed at supporting the income of employees of companies such as ordinary layoffs.

The resources to carry out these interventions will be obtained from the fund set up for the so-called “Receipt lottery” given that the ticket will begin in July 2020.

  1. Conclusion

The above description has tried to shed light on the economic consequences that the spread of a virus, regardless of its mortality, can reserve for the entire world system.

The chinese system becomes an excellent example for other states, such as Italy itself, which should find themselves in similar conditions where, in addition to public health, it is the economic system itself in danger.

The attention of the “Dragon” focuses on both private individuals and businesses, the central engine in containing the virus.

One cannot help but hope for a similar move by the Italian Executive which, although it does not fall into a “serious” situation like the Chinese one, must intervene as a precaution and preventively, as it has done well in the health and administrative sphere, also under the financial and tax profile.

Sources: the quotes reported in the contribution are taken from the official document in which the Italian Trade Agency (abbreviation “ITA”) summarized in Italian the emergency measures introduced within the Chinese system.

Here are some useful links (mentioned in the same document above) that refer to the official communications of the Chinese institutions:

https://www.assolombarda.it/servizi/internazionalizzazione/documenti/cina-coronavirus-misure-emergenza-nota-ice

http://www.pbc.gov.cn/en/3688110/3688172/3966152/index.html

http://jrs.mof.gov.cn/zhengcefabu/202002/t20200201_3464819.htm

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