Economia

Economia liberista e keynesiana: le due realtà del sistema economico, da Adam Smith a Karl Marx arrivando a J.M. Keynes

Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi.”

Adam Smith, filosofo ed economista scozzese, è considerato il padre dell’economia moderna. Celebre fu la pubblicazione, nel 1776, del suo grande capolavoro “La ricchezza delle nazioni”. Adam Smith, inoltre, è il teorico del liberismo economico: secondo l’economista scozzese l’interesse privato produrrà, a livello sociale, benessere collettivo.
Celebre fu il concetto di “mano invisibile” a spiegare come, il sistema economico, possa raggiungere un equilibrio economico generale, se lasciato libero di determinarsi, grazie all’azione della domanda e dell’offerta.
Ogni agente economico, infatti, perseguirà egoisticamente il proprio interesse e, inconsapevolmente, produrrà benessere e prosperità all’interno della comunità.
I fautori del liberismo economico, dunque, rimarcano come lo Stato non debba intervenire nel sistema economico ma debba limitarsi a garantire, e tutelare, la giustizia, la difesa e l’istruzione,
Il liberismo economico pone, nella proprietà privata dei mezzi di produzione e nella concorrenza tra le imprese, i capisaldi del suo pensiero.
Tra i grandi economisti sostenitori del liberismo ricordiamo, oltre ad A. Smith, Hayek, Friedman e Becker.
Il sistema economico liberista è, tutt’oggi, ampiamente adottato nei Paesi anglosassoni: Stati Uniti e Gran Bretagna su tutti.
Il grande contributo del pensiero liberista è quello di porre l’individuo, anche definito agente economico, come fulcro della sua teoria.
Gli agenti economici sono, dunque, in grado di realizzarsi autonomamente e liberamente, perseguendo scelte e decisioni che possano condurlo alla felicità e alla sua piena emancipazione come uomo e cittadino.
Il liberismo, come teoria economica, confida nell’abilità del mercato di sapersi regolare, superando ed affrontando autonomamente ed abilmente, shock macroeconomici senza la necessità di un intervento esterno da parte dello Stato.
Le teorie economiche liberiste, però, subirono profonde critiche ed attacchi durante la Grande Depressione del 1929.
John Maynard Keynes, economista inglese di Cambridge, raggiunse l’apice del successo nel 1936 con la pubblicazione del suo capolavoro “Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta”.
Keynes critica fortemente le teorie economiche di Smith poiché ritiene come il mercato, nel lungo periodo, non sia in grado di autoregolarsi grazie alla mano invisibile ma necessiti, per raggiungere un equilibrio, dell’intervento dell’autorità pubblica.
Celebre fu la frase di Keynes nel 1923 con cui l’economista britannico criticò, aspramente e duramente, il liberismo smithiano:
Ma questo lungo periodo è una guida fallace per gli affari correnti. Nel lungo periodo siamo tutti morti”.

Le teorie economiche keynesiane vennero implementate da Franklin Delano Roosevelt, presidente che dovette affrontare, e gestire, la durissima crisi finanziaria che investì dapprima gli Stati Uniti, e successivamente l’intero globo, nel 1929.
Le teorie economiche di Keynes, a differenza delle teorie liberiste, non credevano nella capacità, da parte del mercato, di autoregolarsi e di raggiungere, spontaneamente, l’equilibrio tra domanda e offerta.
Roosevelt, per fronteggiare la crisi finanziaria, diede vita al New Deal, ovvero il piano economico di rilancio, e stimolo, all’economia americana implementando le teorie economiche keynesiane.
Le politiche economiche di Keynes prevedevano:
– Intervento dello Stato nell’economia con un forte sostegno alla domanda attraverso la spesa pubblica;
– Ricorso all’indebitamento, tramite incremento del debito pubblico, attraverso politiche economiche di deficit spending.
Tipicamente nei periodi di crisi economica, ricordiamo su tutti la crisi finanziaria globale del 1929 e la crisi economica del 2008, le autorità pubbliche intervengono, attraverso piani di intervento e spesa pubblica, nel sistema economico per assorbire gli shock economici esogeni.
I decisori politici, o policy makers per utilizzare la terminologia anglosassone, nel coordinare le politiche economiche del Paese dovrebbero, dunque, attuare modelli economici di stampo liberista e keynesiano, quest’ultimi indispensabili nel breve periodo per mitigare gli effetti della crisi finanziaria.
Nel lungo periodo, generalmente, l’economia tende a raggiungere un equilibrio di pieno impiego delle risorse produttive ma, nel breve periodo e a fronte di shock economici esogeni di difficile previsione iniziale, i decisori politici devono essere abili nel mitigare, e ridurre, gli effetti e le conseguenze della recessione.
Ciò che è importante, e cruciale, da sottolineare è che, affinché il sistema economico possa persistere e prosperare nel lungo periodo, è necessario che i costi, sociali oltre che economici, della crisi vengano affrontati tempestivamente e rapidamente.
E’ la durata, oltre agli effetti sociali e finanziari, della recessione a creare sospetti e preoccupazioni tra i decisori politici.
Qualora lo Stato, ovvero l’amministrazione pubblica, non intervenisse nel sistema economico per risanare gli effetti della crisi, l’economia potrebbe ritornare all’equilibrio dopo molto tempo e gli effetti, sul fronte occupazionale e del reddito, potrebbero essere devastanti.
Le politiche economiche keynesiane, dunque, vengono tipicamente varate nel breve periodo, con un forte intervento pubblico, sia sul fronte della riduzione dell’imposizione fiscale che sull’incremento della spesa pubblica, poiché nel lungo periodo la capacità del mercato, grazie ai meccanismi di domanda e offerta descritti dalle politiche economiche liberiste, sarà in grado di ricondurre il sistema all’equilibrio auspicato.
Oltre al New Deal, implementato da F.D. Roosevelt negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘20, ricordiamo anche il Quantitative Easing varato da Mario Draghi, allora presidente della Banca Centrale Europea, ad inizio novembre 2010 per sostenere l’economia europea in seguito alla crisi finanziaria dei mutui subprime e del debito sovrano tra il 2008-2012.
Le politiche economiche liberiste, confidando nella totale abilità del mercato di ricondurre il sistema all’equilibrio, oltre a confidare in una crescita economica duratura e stabile che generi ricchezza e prosperità, causano molto spesso crisi di sovrapproduzione e crollo dell’attività economica generale.
Il sistema economico, affinché possa operare in modo efficiente, necessita che le forze di libero mercato (pensiero liberista) si relazionino con le autorità pubbliche governative (pensiero keynesiano).
Il sistema economico, tipicamente adottato dalla stragrande maggioranza dei Paesi sviluppati, è quello ad economia mista: libera iniziativa privata del mercato ed intervento pubblico nel sistema economico per assorbire shock esogeni avversi.
La maggioranza degli economisti, inoltre, ritiene come il mercato, se lasciato libero di operare, raggiunga risultati, ed output, di gran lunga superiori rispetto al caso in cui, ad esempio, lo Stato partecipi, ed intervenga, attivamente nel sistema economico.
Uno Stato socialista, a differenza di un sistema economico liberista, limita fortemente la libertà decisionale degli individui, negando la proprietà privata e la libera iniziativa economica. Le teorie economiche socialiste presero piede verso la metà del XIX grazie al pensiero di Karl Marx che, nel 1848 con Friedrich Engels, pubblicò il celebre “Manifesto del Partito Comunista”.
Le teorie economiche comuniste, in economia, non hanno, però, portato ai risultati auspicati. Secondo Karl Marx il comunismo nasceva con l’intento di superare, e scardinare, il sistema economico capitalista, evidenziando le incongruenze, strozzature e inefficienze del sistema capitalistico, considerato dallo stesso Marx iniquo nella sua creazione, e distribuzione, della ricchezza prodotta.
Karl Marx aspirava ad una “dittatura del proletariato”, con una graduale, ma progressiva, abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e del capitale finanziario.
Le teorie economiche marxiste vennero adottate dapprima in Russia durante la celebre “Rivoluzione d’Ottobre” del 1917 quando lo Zar Nicola II Romanov dovette abdicare. Successivamente i bolscevichi, capeggiati da Vladimir Lenin, presero il potere trasformando la Russia in una potenza economica comunista, ma ciò portò ad una concentrazione del potere nelle mani di pochi uomini che, inevitabilmente, sfociò in regimi politici dittatoriali.
In politica economica, inoltre, è bene prestare attenzione alla differenza tra teoria positiva e teoria normativa:
– Teoria positiva: analizza e studia gli interventi di politica economica così come si manifestano;
– Teoria normativa: analizza gli interventi, e gli effetti delle misure di politica economica, come dovrebbero verificarsi nel sistema economico.
L’essere umano, tendenzialmente, come ripreso da Thomas Hobbes, filosofo inglese del Cinquecento, è tendenzialmente egoista ed individualista. I modelli economici comunisti, dunque, hanno sviluppato una teoria positiva del funzionamento del processo decisionale dell’essere umano decisamente fuorviante ed erronea, denotando come esso sia fortemente dotato di empatia, generosità ed amore per il prossimo.
Un sistema economico comunista, inoltre, riduce la creatività, l’immaginazione e la produttività dell’intero sistema economico, limitando notevolmente lo sviluppo e il progresso economico della comunità, creando inoltre stagnazione e depressione dell’attività economica.
Il liberismo economico, pensiero chiave e centrale della dottrina economica di stampo capitalistico, consente agli individui di determinarsi, e realizzarsi, socialmente ed economicamente nonostante, ovviamente, permangano frizioni e vincoli tra le differenti classi sociali che, una buona politica, dovrà cercare di ridurre senza compromettere il benessere sociale.
Come ribadito da Winston Churchill, primo ministro inglese:
“Il male del capitalismo è l’iniqua distribuzione della ricchezza, il bene del socialismo è l’equa distribuzione della miseria.
Compito di una buona, e lungimirante, classe politica e dirigenziale è quella di promuovere, e stimolare, la crescita e il progresso economico limando, e contenendo, le disuguaglianze sociali nella comunità”.

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