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Ristrutturare il debito pubblico: vantaggi e svantaggi

Molto spesso nel dibattito politico italiano si fa riferimento al debito pubblico e di come il suo ammontare sia pericolosamente elevato, provando e fornendo possibili strategie e soluzioni per limitarne la portata e le possibili conseguenze.

Il debito pubblico, nella finanza pubblica, corrisponde all’ammontare totale dell’indebitamento dell’amministrazione pubblica[1] nei confronti di investitori nazionali, esteri ed istituzionali per garantire il corretto fabbisogno finanziario per poter salvaguardare il complesso, e intricato, meccanismo di funzionamento dell’apparato pubblico.

L’Italia, essendo un Paese membro dell’Unione economica e monetaria europea (UEM), si impegna a mantenere la sostenibilità dei propri conti pubblici secondo le direttive europee del Patto di Stabilità e Crescita, ovvero un rapporto debito pubblico/Pil inferiore al 60% ed un disavanzo di bilancio annuo che non superi il 3% della ricchezza nazionale.

Attualmente l’Italia ha un rapporto debito/Pil superiore al 130%. Nonostante i trattati europei sulla stabilità e sostenibilità delle finanze pubbliche siano stati sospesi per tutto il triennio 2020-2023, causa pandemia CoVid-19, evitando così all’Italia di incorrere in procedure di infrazione, mosse dalla Commissione Europea per il mancato adempimento delle normative fiscali e finanziarie, il nostro Paese ha serissime difficoltà e precarietà nella stabilità dei propri conti pubblici.

Un elevato debito pubblico mina notevolmente le fondamenta economico-finanziarie di un Paese per molte ragioni, tra le quali, è bene ricordare le seguenti:

  • Sottrazione di risorse finanziarie che potrebbero essere allocate diversamente, permettendo così una migliore efficienza del sistema economico;
  • Maggiore esposizione alla speculazione internazionale in presenza di crisi finanziarie e tensioni geopolitiche.

Analizzando il primo punto è bene rimarcare come l’Italia spenda, annualmente, circa 80 miliardi di euro di interessi passivi per remunerare gli investitori per aver sottoscritto titoli di Stato ed aver così finanziato il disavanzo di bilancio corrente. Si tratta di una cifra che impatta significativamente sulle nostre finanze, basti pensare al fatto che una manovra finanziaria, varata dall’esecutivo, si attesta a 35/40 miliardi di euro annui.

Destinare 80 miliardi di euro a spese non produttive[2], in termini di crescita economica interna, ci porta a riflettere su come l’indebitamento debba essere uno strumento finanziario che necessita di adeguate valutazioni, e che non debba essere visto come panacea di tutti i nostri problemi.

Annualmente sottrarre 80 miliardi di euro, per il semplice rimborso di interessi passivi, comporta un’inevitabile riduzione alla spesa pubblica destinata all’istruzione, alla sanità, alla difesa, con ovvie ed evidenti ripercussioni sulla qualità della nostra vita.

Avere un debito pubblico elevato, inoltre, espone il Paese in questione alla speculazione internazionale sui mercati finanziari, il che comporta un’inevitabile perdita di reputazione ed affidabilità creditizia.

Una legge fondamentale della finanza afferma come ad elevati rischi corrispondano sempre elevati rendimenti e, per questa ragione, percependo rischioso prestare liquidità ad un Paese instabile politicamente ed economicamente come possa essere l’Italia, un investitore richiederà interessi crescenti che possano compensare questo rischio.

Così facendo comprendiamo come solo chi non abbia bisogno di finanziamenti possa effettivamente riceverne, e coloro che verranno percepiti rischiosi dal mercato dovranno inevitabilmente pagare prezzi elevati per potersi indebitare.

La Banca Centrale Europea, in periodo pandemico, acquistando ingenti quantità di titoli di Stato dei Paesi membri, attraverso il programma di acquisto nome col termine di Quantitative Easing, ha evitato un’esplosione degli spread e della speculazione finanziaria ma, attualmente, in presenza di tassi d’inflazione crescenti e politiche monetarie restrittive, per poter contenere l’aumento dei prezzi, la questione è divenuta più attuale che mai.

Come fare allora per poter abbattere o, quanto meno, contenere questo ammontare farraginoso e pericoloso di debito che grava sulle nostre spalle?

Tre sono le strategie economiche più plausibili:

  • Incrementare la pressione fiscale;
  • Ridurre la spesa pubblica;
  • Ristrutturare il debito.

Dal momento che le prime due proposte sono politicamente svantaggiose[3], mi concentrerò sulla terza. Ristrutturare il debito vuol dire accordarsi, con i creditori, circa tempi di pagamento differiti rispetto a quelli originariamente pattuiti, o con una progressiva rivalutazione dei tassi d’interesse ad essi applicati.

Queste misure, ovviamente, impattano negativamente sulla credibilità ed affidabilità del Paese sui mercati finanziari, dal momento che tale manovra evidenzierebbe una mancanza di pianificazione e gestione finanziaria, ma permetterebbe al Paese di respirare e poter cosi temporeggiare, utilizzando una terminologia fumettistica, nella gestione delle finanze interne, evitando di incorrere nel default sul debito pubblico.

In molti reclamano, a gran voce, un ritorno alla lira e alla sovranità monetaria: sarebbe conveniente ed economicamente vantaggioso?

Coloro che sostengono ciò sottolineano come la sovranità monetaria abbia permesso al nostro Paese, soprattutto nel ventennio 1970-1990, di vivere un vero e proprio secondo miracolo economico. Ma è davvero cosi?

Tornare alla lira vorrebbe dire che i nostri creditori, che stipularono con il Paese un contratto concernente il pagamento in euro della liquidità data in prestito, verrebbero remunerati in lire. Inevitabilmente, data la minor appetibilità della valuta domestica rispetto all’euro, essi richiederebbero interessi crescenti per poter compensare il maggior rischio derivante da tale decisone di politica monetaria.

Improvvisamente ci ritroveremmo con una moneta svalutata rispetto all’euro, ovvero dal minor potere d’acquisto, che potrebbe nel breve periodo favorire le esportazioni, dal momento che i nostri beni e servizi all’estero risulteranno essere molto più competitivi, con ripercussioni positive sulla produzione interna e sull’occupazione.

Ragionamento, ahimè, inverso sul fronte delle importazioni. L’Italia, non essendo un Paese economicamente autosufficiente nella produzione di beni energetici e materie prime, necessità di aprirsi agli scambi commerciali con il resto del mondo per poter reperire tali risorse, fondamentali e cruciali, per i nostri processi produttivi e la nostra economia.

Presentarsi sui mercati finanziari internazionali, le cui quotazioni e contrattazioni ufficiali avvengono in dollari americani, con una valuta debole come la lira italiana, non farebbe altro che incrementare la quantità (nominale) di lire necessarie per acquistare suddetti beni e servizi esteri. Il tutto si tramuterebbe in un’inflazione crescente e sostenuta dal momento che le imprese, avendo acquistato gli input necessari alla produzione, riverseranno i maggiori costi sostenuti sui prezzi finali di beni e servizi, con conseguenze negative per i consumatori.

La maggiore inflazione, gonfiando il Pil, contribuirebbe nel breve periodo ad abbattere il rapporto debito/Pil e a salvaguardare le finanze pubbliche, ma nel lungo periodo chi acquisterebbe i nostri titoli di Stato denominati in lire?

Vi sono, qui, due possibili alternative:

  • Il sistema bancario;
  • I cittadini italiani.

Il sistema bancario, molto probabilmente, sarebbe a rischio stabilità dal momento che, un annuncio imminente di un ritorno alla lira, farebbe crollare repentinamente il valore dei titoli di Stato, che rappresentano, per il sistema finanziario, una delle principali fonti di finanziamento.

Gli istituti creditizi, dunque, si troverebbero a far fronte ad uno squilibrio finanziario, derivante da un incremento delle passività rispetto alle attività.

La maggiore incertezza, unita ad una crescente instabilità, farebbe precipitare in massa i correntisti i quali, preoccupati da una concreta svalutazione dei loro risparmi, richiederebbero urgentemente la liquidità depositata presso gli istituti di credito.

Il sistema bancario, sull’orlo del collasso finanziario, potrebbe essere salvato dal Governo, attraverso piani di acquisizione e una nuova legge che vieti ai correntisti di poter richiedere indietro i propri risparmi. Le banche, essendo state di fatto nazionalizzate, si impegneranno ad acquistare titoli di Stato italiani finanziando il disavanzo pubblico.

Gli investitori italiani, a differenza di quelli esteri, non avranno convenienza a speculare sulla stabilità finanziaria del Paese e, probabilmente, saranno molto più propensi a detenere titoli di debito pubblico italiano finanziando cosi il Paese a tassi d’interesse minori rispetto ai rendimenti richiesti dai mercati finanziari.

Perciò ci ritroveremo con un sistema bancario nazionalizzato, un’inflazione crescente e una crescita economica nulla.

Ma cosa accadrebbe in caso di attacco speculativo alla lira?

Investitori esteri, fondi di investimento e grandi istituzioni finanziarie potrebbero decidere di vendere in massa titoli di debito pubblico italiano, come avvenne nel 1992 ad opera di George Soros, facendo così precipitare il valore e la stabilità della lira, innescando una spirale inflazionistica spaventosa.

Cosa dovremmo fare, in una simile circostanza, per salvare la nostra economia?

Dovremmo attuare un sistema di cambio fisso altrimenti la nostra valuta, verosimilmente, verrebbe ridotta a carta straccia, acquistando valuta domestica e vendendo riserve di valuta estera per mantenere il cambio stabile e favorevole.

Come afferma il trilemma di Mundell-Fleming, non si può godere, contemporaneamente, di un regime di cambi fissi, autonomia nella politica monetaria e libertà dei capitali perciò, per poter salvaguardare la nostra lira, mantenendo la sovranità monetaria, dovremmo rinunciare alla libera circolazione dei movimenti di capitale.

Sostanzialmente è quello che accadde in Italia negli anni ‘80, quando gli italiani scappavano all’estero, di nascosto, con i sacchi pieni di lire per recarsi in Svizzera e in altri paradisi fiscali.

E’ bene ribadire, inoltre, che in una simile circostanza la Banca d’Italia, titolare della politica monetaria del Paese, detenga importanti quantità di riserve estere per poter difendere, e tutelare, la stabilità interna della valuta.

Esporsi, però, ad un tasso di cambio variabile sarebbe pericoloso dal momento che, se la valuta non gode di fiducia e stabilità, può essere facilmente soggetta ad attacchi speculativi, con ripercussioni drammatiche e tragiche per l’economia del Paese.

Come disse Mario Draghi, ex governatore della Banca Centrale Europea, il 26 luglio 2012, alla luce della crisi economico-finanziaria che investì l’Europa:

“Nei limiti del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”.

Come più volte evidenziato, la fiducia in economia è un fattore chiave e cruciale per il corretto funzionamento del sistema economico.

Qualora essa venga meno, ovvero se le parole di Mario Draghi non fossero state credute e ritenute efficaci dagli agenti economici e dai mercati finanziari, un’economia può incorrere in gravi turbolenze ed incertezze macroeconomiche.

[1] Amministrazione centrale e periferica (comuni, province, regioni).

[2] In economia è cruciale destinare fondi e risorse a investimenti produttivi, che fungano da stimolo e volano economico per generare ricchezza e benessere.

[3] E’ difficile che un partito politico, desideroso di mantenere e consolidare il proprio consenso elettorale, soprattutto nel breve periodo, attui politiche impopolari che potrebbero, nel lungo periodo, portare ad un incremento del benessere a fronte di maggiori costi e oneri nel presente. Una classe politica, e dirigente, che sia lungimirante dovrebbe  perseguire politiche sostenibili che portino risultati, e concretezza, nel futuro e non si limitino ad un orizzonte temporale di breve periodo per tutelare interessi politici nazionali.

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