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Ritorno alla lira: croce o delizia per l’economia italiana?

In molti reclamano a gran voce, per la nostra economia, un ritorno alla lira e alla sovranità monetaria: sarebbe efficiente ed economicamente vantaggioso?
Coloro che sostengono ciò sottolineano come la sovranità monetaria abbia permesso al nostro Paese, soprattutto nel decennio a cavallo tra gli il 1970-1980, di vivere un vero e proprio miracolo secondo economico. Ma è davvero così?
Tornare alla lira vorrebbe dire che i nostri creditori, che hanno stipulato con il Paese un contratto concernente il pagamento in euro della liquidità dati in prestito attraverso la consegna di titoli di Stato per finanziare il disavanzo pubblico, verrebbero remunerati in lire. Inevitabilmente, data la minore appetibilità della valuta domestica rispetto all’euro, essi richiederanno interessi crescenti per poter compensare il maggior rischio derivante da tale decisione di politica monetaria.
Improvvisamente ci ritroveremmo con una moneta svalutata rispetto all’euro, ovvero dal minor potere d’acquisto, che potrebbe nel breve periodo favorire le esportazioni, dal momento che i nostri beni e servizi all’estero risulteranno essere molto più convenienti, con ripercussioni positive sulla produzione interna e sull’occupazione.
Ragionamento, ahimè, inverso sul fronte delle importazioni. L’Italia, non essendo un Paese economicamente autosufficiente nella produzione di beni energetici e materie prime, necessita di aprirsi agli scambi commerciali con il resto del mondo per poter reperire tali risorse, fondamentali, per i nostri processi produttivi e la nostra economia. Presentarsi sui mercati finanziari internazionali, le cui quotazioni ufficiali avvengono in dollari americani, con una valuta debole come la lira italiana, non farebbe altro che incrementare la quantità (nominale) di lire che occorrerebbero per acquistare suddetti beni e servizi esteri. Il tutto si tramuterebbe in una contrazione crescente e duratura dal momento che le imprese, avendo acquistato gli input necessari alla produzione, riverseranno i maggiori costi sostenuti sui prezzi di vendita di beni e servizi, con conseguenze negative per i consumatori finali.
La maggiore vendita, gonfiando il Pil, contribuirebbe nel breve periodo ad abbattere il rapporto debito/Pil e a salvaguardare le nostre finanze pubbliche, ma nel lungo periodo chi acquisterebbe i nostri titoli di Stato denominati in lire?
Vi sono, qui, due possibili alternative:
– Il sistema bancario italiano
– I contribuenti italiani
Il sistema bancario, molto probabilmente, sarebbe a rischio stabilità dal momento che, un annuncio di un ritorno alla lira, farebbe precipitare in massa i correntisti verso gli istituti di credito, desiderosi di rientrare in possesso della loro liquidità, temendo dunque per i propri risparmi e per il possibile verificarsi di un contagio finanziario su larga scala.
Il sistema bancario, a causa di questa forte incertezza ed instabilità, dovrebbe privarsi della liquidità dei correntisti, la voce principale dell’attivo del bilancio, assistendo così ad un’esplosione delle passività dal momento in cui il sistema bancario dovrebbe vendere asset e attività strategiche per colmare il disavanzo finanziario con i correntisti.
Il sistema bancario, sull’orlo del collasso finanziario, potrebbe essere salvato dal Governo attraverso piani di acquisizione e una nuova legge che vieti ai correntisti di poter richiedere indietro i propri risparmi. Le banche, contestualmente, essendo state di fatto pienamente nazionalizzate, si impegneranno ad acquistare titoli di Stato italiani finanziando così il disavanzo pubblico statale.
Gli investitori italiani, a differenza di quelli esteri, non avranno occasione a speculare sulla stabilità finanziaria del Paese e, probabilmente, saranno molto più propensi a detenere nei loro portafogli titoli di debito pubblico italiano garantendo così, al Paese, il giusto flusso di liquidità per salvaguardare il funzionamento della complessa macchina statale, stabilizzando al tempo stesso il debito evitandone una sua repentina esplosione che potrebbe comportare conseguenze devastanti per l’intero tessuto economico-sociale italiano.
Perciò, ci ritroveremo con un sistema bancario interamente nazionalizzato, un’inflazione crescente e una crescita economica nulla.
Ma cosa accadrebbe in caso di attacco speculativo alla lira?
Investitori esteri, fondi di investimento potrebbero decidere di vendere in massa titoli di debito pubblico italiano, come avvenne nel 1992 ad opera di George Soros, facendo così precipitare il valore e la stabilità della lira, innescando una spirale inflazionistica spaventosa.
Cosa dovremmo fare allora per tutelare la nostra economia?

La Banca d’Italia, affinché la lira mantenga il suo valore economico e il suo potere d’acquisto nei confronti delle altre principali valute nello scacchiere finanziario internazionale, dovrebbe attuare un regime di tassi di cambio fissi nei confronti delle principali valute mondiali, intervenendo con operazioni di acquisto e vendita di valuta domestica ed estera al fine di rispettare la parità nei rapporti di cambio.
Mirando a mantenere un rapporto di cambio fisso con il dollaro americano, il nostro Paese starebbe implicitamente delegando la propria politica monetaria alle decisioni varate dalla Federal Reserve Bank degli Stati Uniti in quanto, per poter preservare l’intero apparato economico-produttivo italiano, saremmo vincolati alla politica monetaria americana e non avremmo alcun incentivo, ma soprattutto convenienza, a deviare da questa traiettoria. Qualora gli Stati Uniti adottassero una politica monetaria espansiva, per superare una recessione, il dollaro tenderebbe a deprezzarsi, a causa della maggiore quantità di moneta nel sistema economico. La Banca d’Italia, per poter mantenere la parità pattuita con il dollaro americano, dovrebbe vendere valuta domestica (Titoli di Stato) nei mercati finanziari ed acquistare titoli di Stato americani (US Treasury Bond). Procedimento analogo, ma inverso, accadrebbe qualora il Paese, cui abbiamo delegato la gestione della nostra politica monetaria, attuasse una politica economica restrittiva per calmierare l’inflazione e la crescita economica.
Qualora, però, decidessimo di mantenere un regime di cambi flessibili nei confronti delle altre valute, la Banca d’Italia dovrebbe disporre di adeguate riserve finanziarie (oro e riserve di valute estere) per poter contrattaccare i plausibili attacchi speculativi cui la nostra valuta, non essendo vincolata ad alcuna valuta economicamente forte e stabile, sarebbe soggetta. La Banca d’Italia per mitigare gli effetti distorsivi sul sistema economico di un attacco speculativo alla nostra valuta, dovrebbe intervenire con operazioni di acquisto nei mercati finanziari cedendo attività denominate in valuta estera ed acquistando valuta domestica. Questa strategia di politica monetaria è vincente e sostenibile solo qualora le riserve, a disposizione della Banca Centrale, fossero sufficienti per stabilizzare il sistema finanziario, ma cosa accadrebbe qualora la Banca Centrale, impegnata in una vera e propria guerra per garantire la stabilità della nostra valuta domestica, terminasse le riserve di valuta estera?
La nostra valuta domestica, la lira appunto, economicamente sarebbe ridotta a cartastraccia e il nostro Paese, con un iperinflazione prossima a quella registrata nel 1920 nella repubblica tedesca di Weimar, sarebbe prossimo al default finanziario.
Lo Stato italiano non sarebbe più in grado di onorare il servizio del debito pubblico e l’intero sistema finanziario-bancario, essendo tra i primi creditori domestici dello Stato, a causa del crollo repentino nel valore dei titoli, dovrebbe dichiarare fallimento e chiudere i battenti .
L’Italia, perciò, economicamente e finanziariamente non esisterebbe più e, qualora ciò avvenisse, staremmo parlando di un disastro finanziario di portata inimmaginabile per le conseguenze che da ciò potrebbe derivare, non solo per l’economia italiana ma per la tenuta e solidità finanziaria del mondo intero.
Come afferma il trilemma di Mundell non si possono avere contemporaneamente cambi fissi, autonomia di politica monetaria e libertà dei capitali perciò, per poter salvaguardare la nostra lira, e nell’ipotesi stringente, quanto poco realistica dati gli effetti e le conseguenze che ne deriverebbero, di voler mantenere una flessibilità nei tassi di cambio dobbiamo rinunciare alla libertà dei movimenti dei capitali, e sostanzialmente è quello che accadde in Italia negli anni ’80 quando i nostri concittadini fuggendo all’estero, di nascosto, con le borse piene di lire, cercavano riparo, per i propri risparmi, in svizzera e in qualche altro paradiso fiscale.
Siamo sicuri di voler tornare in questo mondo?

NOTA

[1] Il Prodotto interno lordo altro non è che la semplice moltiplicazione tra i prezzi di mercato e le quantità prodotte in un’economia in un dato intervallo di tempo.

[2] Robert Alexander Mundell è stato un economista canadese, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1999, per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per i suoi contributi sulle analisi delle aree valutarie ottimali .

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