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Voucher internazionalizzazione 2017

FINALITÀ: L’intervento consiste in un contributo a fondo perduto sotto forma di voucher, in favore di tutte quelle PMI che intendono guardare ai mercati oltreconfine attraverso una figura specializzata (il cd. Temporary Export Manager o TEM) capace di studiare, progettare e gestire i processi e i programmi sui mercati esteri. Le imprese devono rivolgersi ad una Società fornitrice dei servizi scegliendola tra quelle inserite nell’apposito elenco che sarà pubblicato sul sito del Ministero entro il giorno 20 dicembre 2017.

BENEFICIARI: micro, piccole e medie imprese (PMI), costituite in qualsiasi forma giuridica, e le Reti di imprese tra PMI, che abbiano conseguito un fatturato minimo di 500 mila euro nell’ultimo esercizio contabile chiuso. Tale vincolo non sussiste nel caso di Start-up iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese, di cui art. 25 comma 8 L.179/2012.

DUE TIPOLOGIE DI AGEVOLAZIONI:

Voucher “early stage”:

Voucher di importo pari a 10.000 euro a fronte di un contratto di servizio pari almeno a 13.000 al netto di IVA.

Il contratto di servizio, stipulato con uno dei soggetti iscritti nell’elenco società di TEM del Ministero, dovrà avere una durata minima di 6 mesi.

Il voucher è pari a 8.000 euro per i soggetti già beneficiari a valere sul precedente bando (DM 15 maggio 2015).

Voucher “advanced stage”:

Voucher di importo pari a 15.000 euro a fronte di un contratto di servizio pari almeno a 25.000 al netto di IVA.

Il contratto di servizio, stipulato con uno dei soggetti iscritti nell’elenco società di TEM del Ministero, dovrà avere una durata minima di 12 mesi.

È prevista la possibilità di ottenere un contributo aggiuntivo pari a ulteriori euro 15.000 a fronte del raggiungimento dei seguenti obiettivi in termini di volumi di vendita all’estero:

  • incremento del volume d’affari derivante da operazioni verso Paesi esteri registrato nel corso del 2018, ovvero nel corso del medesimo anno e fino al 31 marzo 2019, rispetto al volume d’affari derivante da operazioni verso Paesi esteri conseguito nel 2017, deve essere almeno pari al 15%;
  • incidenza percentuale del volume d’affari derivante da operazioni verso Paesi esteri sul totale del volume d’affari, nel corso del 2018, ovvero nel corso del medesimo anno e fino al 31 marzo 2019, deve essere almeno pari al 6%.

ALCUNI APPROFONDIMENTI:

1 SOCIETÀ DI TEM

1.1 Eenco delle società di TEM:
Le società di capitali ovvero i consorzi costituti nella forma giuridica di società di capitali, possono fare domanda per essere inserite nell’elenco dei soggetti accreditati a fornire alle imprese beneficiarie del voucher, i servizi di supporto ai processi di internazionalizzazione.

Le predette società per essere accreditate nel suddetto elenco devono dimostrare, attraverso la presentazione di apposite referenze di imprese clienti redatte sulla base del format previsto dal Decreto Direttoriale del 18/09/2017, di aver portato a termine almeno 8 progetti di supporto ai processi di internazionalizzazione, a fronte di contratti stipulati a partire dal 1 gennaio 2015 e aventi una durata almeno pari a 6 mesi.

 1.2 Termini per la presentazione delle domande da parte delle società di servizi:

Le domande di inserimento in elenco potranno essere presentate a partire dalle ore 10:00 del 16 ottobre 2017 e fino alle ore 16:00 del 31 ottobre 2017.

La domanda deve essere trasmessa attraverso l’apposita procedura informatica resa disponibile nella presente sezione del sito internet del Ministero dello sviluppo economico.

2 SOGGETTI BENEFICIARI

2.1 Soggetti beneficiari dell’agevolazione: chi può essere destinatario del Voucher?

L’intervento è dedicato alle PMI (micro piccole e medie imprese), costituite in qualsiasi forma societaria e a loro Reti di imprese che non superino i parametri di cui alla Raccomandazione n. 2003/361/CE della Commissione del 6 maggio 2003 (limite di: 250 dipendenti effettivi, 50 €/ML di fatturato o 43 €/ML di totale bilancio).

Nell’ambito della dotazione finanziaria complessiva (26 milioni di euro) sono istituite tre differenti riserve finanziarie:

  • una quota pari al 3 percento delle risorse finanziarie disponibili è destinata alla concessione delle agevolazioni ai soggetti proponenti che, al momento della presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni, sono in possesso del rating di legalità;
  • una quota pari al 10 percento è destinata alla concessione delle agevolazioni alle PMI che, al momento della presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni, risultano essere start-up innovative ovvero PMI innovative;
  • una quota pari al 60 percento è destinata alla concessione dei voucher advanced stage.
    Inoltre 6 milioni di euro sono destinati esclusivamente alle imprese aventi sede legale nella regioni Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia.

2.2 Soggetti beneficiari dell’agevolazione: da quando è possibile presentare la domanda per l’ottenimento del Voucher?

I soggetti proponenti potranno presentare la domanda in via telematica a partire dalle ore 10:00 del giorno 28 novembre 2017. Ma, già a partire dal 21 novembre 2017, sarà possibile compilare on line la domanda.

Per ulteriori informazioni consultare il Decreto Direttoriale del 18/09/2017 nella sezione informativa Voucher Internazionalizzazione/Normativa e moduli di questo sito.
Sarà possibile presentare una sola domanda per impresa, che dovrà essere compilata e inoltrata esclusivamente tramite la procedura informatica resa disponibile nella presente sezione del sito internet del Ministero dello sviluppo economico.

Il Ministero procederà all’assegnazione dei Voucher secondo l’ordine cronologico di ricezione delle domande e nei limiti delle risorse disponibili, tenuto conto delle riserve e della sussistenza dei requisiti di ammissibilità in capo ai soggetti proponenti.

2.3 Concessione ed erogazione del Voucher: Come viene concesso e come può essere usufruito il Voucher?

Ai fini della fruizione della agevolazione, il soggetto che ha ottenuto il voucher dovrà presentare – tramite la procedura informatica – il contratto stipulato con la società scelta tra quelle presenti nell’elenco pubblicato nella sezione “Elenco Società di TEM” di questo sito.

Ai fini della erogazione del contributo, che avverrà a saldo e in una unica soluzione, l’impresa beneficiaria dovrà presentare la documentazione necessaria alla rendicontazione della spesa prevista all’articolo 11 del Decreto Direttoriale del 18/09/2017.

Presentazione delle domande di iscrizione all’elenco società di TEM

Le domande per l’iscrizione all’elenco società di TEM devono essere presentate esclusivamente tramite la procedura telematica, accendendo nell’apposita sezione “Accoglienza Istanze” e cliccando sulla misura “Voucher per l’internazionalizzazione – Società di TEM” (Tale funzionalità è disponibile a partire dalle ore 10:00 del 16 ottobre 2017).
Per accedere alla procedura informatica bisogna essere in possesso oltre che di una casella PEC attiva e registrata nel Registro delle imprese, anche della Carta nazionale dei servizi e del relativo PIN rilasciato con la stessa.
È possibile compilare e trasmettere le domande a partire dalle ore 10:00 del 16 ottobre 2017 e fino alle ore 16:00 del 31 ottobre 2017.

PER INFORMAZIONI E ASSISTENZA NELLA COMPILAZIONE DELLA DOMANDA TELEFONARE A VOUCHER@ECONOMIAEDIRITTO.IT.

(di Sabrina Polato)

La gestione del rischio di credito commerciale è un’attività che negli ultimi anni, complice anche la crisi economica mondiale iniziata nel 2008-2009, sta diventando sempre più strategica per gli operatori economici nazionali. Infatti, se già a livello di scambi commerciali tra soggetti italiani è possibile imbattersi in problematiche collegate al ritardato o mancato pagamento di tutto o una parte della fornitura, a livello di export tale rischio può diventare ancora più elevato, dal momento che può essere causato non solo dall’insolvenza del debitore, ma anche dall’insolvenza del Paese in cui il debitore risiede.

Per tutelarsi contro questi rischi commerciali ed avere quindi la certezza dell’incasso dovuto esiste uno strumento l’assicurazione dei crediti export, consigliabile soprattutto nei casi in cui l’operazione di compravendita internazionale non sia assistita dalle tradizionali forme di pagamento garantite (pagamento anticipato, lettera di credito e strumenti similari).

Le compagnie assicurative che operano in tale ambito a livello internazionale sono solamente tre: Euler Hermes (Gruppo Alleanza), Atradius e Coface. In Italia, a queste società se ne aggiunge una quarta, SACE, società del Gruppo Cassa depositi e prestiti, ed in particolare SACE BT. SACE BT è la società, interamente controllata da SACE, specializzata nell’assicurazione dei crediti a breve termine, nelle cauzioni e nella protezione dei rischi della costruzione.

A livello europeo esiste una cultura assicurativa molto più radicata di quella presente in Italia, tale per cui ben 8 aziende su 10 risultano coperte da una polizza crediti commerciali, mentre in Italia la percentuale si ferma ad un esiguo 10%[1]. Fortunatamente, in Italia la situazione sta progressivamente migliorando, anche se la maggior parte delle aziende si rivolge ad una compagnia assicurativa solo in caso di esportazione verso Paesi in via di sviluppo o con crisi politiche in atto.

In realtà, la valutazione sull’opportunità di assicurare una commessa dal rischio di mancato incasso non deve fermarsi al tipo di insolvenza  commerciale e/o politico-economica: l’azienda deve considerare anche le altre caratteristiche della transazione internazionale (importo, dilazione di pagamento, tipologia della fornitura ecc.) ed entrare nell’ottica che la copertura assicurativa non deve necessariamente essere attivata solo laddove il rischio sembra più elevato, ma che questa attività, in molti casi ancora del tutto saltuaria, deve diventare una prassi aziendale consolidata anche nei confronti dei clienti più “affidabili” che operano in territori e mercati apparentemente senza pericoli (Europa, Nord America, ndr..). Infatti, la copertura dei crediti commerciali può diventare per l’impresa una vera e propria leva commerciale per aumentare la propria competitività in un determinato mercato estero. La strategia da seguire dovrebbe essere la seguente: assicurando i propri crediti commerciali l’azienda si protegge finanziariamente dal rischio di mancato pagamento e, così facendo, è in grado di offrire i propri prodotti a condizioni più competitive (evitando la richiesta di pagamento anticipato laddove sia poco gradito al nostro cliente, applicando sconti commerciali e dilazioni di pagamento sempre graditi alla clientela di qualsiasi mercato!).

Tra le tipologie di polizza più diffuse sul mercato italiano abbiamo:

  1. La copertura del fatturato globale Italia/Estero;
  2. La copertura di un singolo debitore estero o di più debitori selezionati (di norma non più di 10);
  3. La copertura di rischi singoli su determinati Paesi/gruppi di clienti.

Al di là della tipologia di polizza richiesta, l’assicurazione del credito si compone generalmente di tre tipologie di servizio:

  • la prevenzione dell’insolvenzadegli acquirenti;
  • la gestione delle azioni bonarie o legali per il recupero dei crediti;
  • l’erogazione del risarcimento in caso di insolvenza dell’acquirente.

Note

[1] Fonte: Newsmercati – Newsletter nr. 57/2012 –

(di Sabrina Polato)

Nel periodo Luglio-Settembre 2015, per il secondo trimestre consecutivo, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Giappone ha evidenziato una performance negativa in termini reali, sia rispetto al precedente trimestre dell’anno (-0,2%), sia su base annua (-0,8%). Elementi di incoraggiamento, che fanno quindi ben sperare in una ripresa imminente, sono i consumi interni privati (+0,5%) e l’export (+2,6%), mentre permangono in netta diminuzione gli investimenti di capitale delle imprese giapponesi (-1,3%), penalizzati dall’incertezza sulle prospettive della domanda estera, a sua volta influenzata dalla crisi politica ed economica in corso in diversi Paesi (Cina, Brasile, Russia, Unione Europea in primis).

L’andamento negativo dell’Economia giapponese nel corso del 2015 sembra indicare la sconfitta della politica economica di Abe (il premier del Giappone, ndr) incentrata principalmente su 3 strumenti: massicci aiuti monetari, impulso alla spesa pubblica ed importanti riforme economiche. Visti i risultati, il governo nipponico si trova ora davanti ad un bivio: proseguire con le misure di allentamento monetario o spostare il piano di aiuti sul versante delle politiche fiscali a favore dei consumatori, al fine di rilanciare i consumi interni? Entrambe le strade non sono prive di rischi: nel primo caso, un’ulteriore svalutazione dello Yen (per effetto del quantitative easing su modello della BCE di Draghi) porterebbe ad un aumento delle esportazioni, ma anche ad un aumento nei prezzi dei generi di prima necessità con conseguente perdita del potere di acquisto delle famiglie giapponesi e, va da sé, ad una contrazione dei consumi interni. Nel secondo caso, le risorse statali di extrabudget verrebbero impiegate soprattutto per finanziare un piano massiccio di defiscalizzazione a favore dei privati consumatori, lasciando però le imprese produttive nazionali in posizione di deficit rispetto ai propri competitor internazionali, con conseguente perdita di competitività e calo delle esportazioni. Una manovra, quest’ultima, che andrebbe in conflitto con la strategia di politica internazionale portata avanti da Abe: una politica che mira ad aprire l’economia nipponica, tradizionalmente molto chiusa, agli scambi con l’estero ed agli investimenti diretti esteri (IDE), di cui il TPP, il TRANS PACIFIC PARTNERSHIP (trattato nel numero di novembre u.s.), rappresenta il più recente ed importante traguardo.

Le nostre aziende italiane, tradizionalmente e culturalmente legate al Giappone, guardano con non poca apprensione alle future manovre del governo di Abe. Infatti, nonostante l’interscambio con il Giappone valga ad oggi un esiguo 1,3% del totale del nostro export, desta preoccupazione il fatto che dal 2013 questo valore continui inesorabilmente a diminuire. Spingere i consumi interni giapponesi significherebbe dare nuovo impulso all’export delle aziende italiane del lusso, della moda e dei prodotti alimentari Made in Italy. Sostenere gli investimenti delle imprese nipponiche gioverebbe invece alle aziende italiane fornitrici di beni durevoli, intermedi ed industriali.

Analizzando nel dettaglio la composizione dell’export italiano verso il Giappone si evidenzia che a soffrire negli ultimi anni sia stato in particolare il comparto farmaceutico, settore di punta del nostro export verso il Sol Levante. Oltre al farmaceutico, hanno subìto un calo considerevole anche il settore dei prodotti metallurgici, dei mezzi di trasporto (diversi dall’automotive), dei prodotti di elettronica ed ottica. Al contrario, trend positivi sono stati registrati dal comparto dei prodotti alimentari e dell’automotive[1].

Nonostante la fragilità e l’apparente frenata dell’Economia giapponese, il Giappone rimane un mercato molto interessante per le aziende italiane, ancora relativamente poco “presenti” nel Paese. In particolare, buone prospettive di business possono delinearsi per le imprese nazionali operanti nei seguenti settori[2]:

  1. Prodotti alimentari. In Giappone si può parlare di un vero e proprio boom della gastronomia italiana che, apparentemente, non accenna a diminuire. Il 70% del nostro export è assorbito dalla ristorazione (numerosi i ristoranti italiani presenti in tutto il territorio), mentre ancora esigua è la presenza di nostri prodotti nella grande distribuzione a causa delle forti barriere, tariffarie e non, che ostacolano il commercio tra Giappone ed Italia nel comparto agro-alimentare. Sotto questo punto di vista, la possibile conclusione dell’accordo di libero scambio tra Giappone ed Unione Europea potrebbe rappresentare la vera chiave di svolta per una diffusione ancora più ampia delle eccellenze alimentari italiane in Giappone.
  1. Vini. Sulla scia di quanto affermato per i prodotti alimentari, anche per il settore vinicolo potrebbero esserci delle ottime opportunità di business in Giappone in caso di stipula dell’accordo di libero scambio tra UE e Giappone. L’export italiano di vino, che occupa in Giappone una quota superiore al 13%, mantiene la seconda posizione dietro alla Francia. Le prospettive di crescita giustificano un impegno promozionale e di marketing sempre più intenso da parte delle aziende italiane di settore, anche alla luce dell’aggressività di competitor come il Cile o la Spagna che negli ultimi anni hanno incrementato in misura considerevole l’export dei propri prodotti in Giappone.
  1. Prodotti tessili. Il comparto dell’alta moda italiana e del lusso ha risentito solo parzialmente della crisi economica e dei consumi in corso in Giappone, mantenendo inalterata – se non addirittura aumentata, la propria quota di mercato nel Paese. Data la complessità del sofisticato mercato giapponese e’ fondamentale dare il massimo risalto agli aspetti qualitativi che caratterizzano i singoli prodotti, dal momento che è la qualità a costituire il più importante fattore di scelta per il consumatore giapponese.
  1. Prodotti farmaceutici. L’Italia e’ storicamente tra i più importanti fornitori mondiali di principi attivi farmaceutici ed il Giappone è uno dei principali mercati di destinazione dei prodotti delle nostre aziende. Il mercato giapponese e’ in grado di garantire ancora per diversi anni margini di crescita per l’export italiano di farmaci e prodotti medicali, dal momento che il Giappone vanta la più alta aspettativa di vita media al mondo e la sua società tende ad invecchiare più rapidamente di qualsiasi altra società industrializzata. Il sistema sanitario nipponico risulta attualmente in forte espansione e una buona percentuale di questa crescita e’ rappresentata dal settore dei farmaci su ricetta.
  2. Costruzioni. Buone prospettive si rilevano per l’export italiano di nuovi materiali da costruzione applicabili al concetto di Smart House (la parola “Smart House” identifica un’abitazione che utilizza la tecnologia informatica e le reti energetiche, con il controllo complessivo dell’energia per ridurre l’effetto serra). Rilevanti opportunità sono altresì legate ai Giochi Olimpici del 2020. Mentre sono in via di definizione i piani per la costruzione dei siti olimpici, sono stati lanciati numerosi progetti di riqualificazione urbana. I produttori italiani di materiali, già apprezzati per la loro elevata qualità e detentori di quote rilevanti di mercato nei settori delle pietre naturali e delle piastrelle, potrebbero quindi incrementare ulteriormente il proprio business da qui al 2020.

Note

[1] Fonte: Ambasciata Italiana in Giappone

[2] Fonte: InfoMercatiEsteri – Giappone – ed. 2015

(di Sabrina Polato)

L’accordo sul nucleare iraniano raggiunto a Vienna lo scorso 14 luglio tra la Repubblica Islamica dell’Iran ed il cosiddetto gruppo dei “5+1” (Stati Uniti – Regno Unito – Francia – Russia – Cina, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania, uno dei principali partner commerciali dell’Iran), segna una svolta storica nelle relazioni diplomatiche ed economiche tra lo Stato Iraniano e la Comunità Internazionale, di cui potrebbero beneficiare le aziende italiane già nel breve termine grazie al ripristino, se non anche al superamento, delle performance di export esistenti nel periodo pre-sanzionatorio.

 

I CONTENUTI DELL’ACCORDO

L’accordo sul programma nucleare iraniano, giunto al termine di venti mesi di trattative e di un lungo percorso di sforzi diplomatici, comporterà la progressiva sospensione delle sanzioni internazionali attualmente imposte all’Iran, a fronte dell’accettazione da parte del governo di Teheran dell’imposizione di limiti e controlli sul proprio programma nucleare. In particolare, l’Iran dovrà garantire l’accesso degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) a tutti i propri siti nucleari, compresi i siti militari e quelli considerati “sospetti” (Teheran è stata infatti accusata per anni dalle Grandi Potenze Economiche Mondiali di usare l’attività per l’arricchimento dell’uranio a scopo civile per nascondere la produzione di bombe atomiche).

Di seguito, una descrizione dettagliata dei contenuti dell’accordo[1].

  1. L’Iran ridurrà le sue capacità di arricchimento dell’uranio di due terzi.
  2. L’Iran fermerà l’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Fordow (nel settembre 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivelò l’esistenza di una struttura sotterranea per l’arricchimento dell’uranio a Fordow, nei pressi della città iraniana di Qom).
  3. Le scorte di uranio a basso arricchimento saranno ridotte del 96%, mediante scioglimento o tramite la spedizione di una parte delle scorte fuori dal paese.
  4. Verrà rimosso il nucleo del reattore della centrale nucleare di Arak, in modo tale che non possa più produrre quantità significative di plutonio.
  5. L’Iran permetterà agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) di entrare in tutti i siti nucleari, anche in quelli militari, nel caso in cui l’Onu sospettasse delle attività legate all’arricchimento dell’uranio. Una commissione indipendente valuterà caso per caso e l’Iran avrà tre giorni per dare l’autorizzazione. Gli ispettori potranno provenire solo da un Paese che ha relazioni diplomatiche con l’Iran.
  6. Si procederà alla graduale sospensione delle sanzioni in capo all’Iran solo in presenza di verifiche ispettive con esito positivo da parte dell’Agenzia Aiea circa l’attuazione, da parte dell’Iran, del piano nucleare concordato.
  7. Restano in vigore le restrizioni al commercio di armi con l’Iran (altri cinque anni) e quelle per i missili e la tecnologia balistica (altri otto anni).
  8. In presenza di presunte violazioni dell’accordo da parte dell’Iran verrà istituita una commissione ad hoc con il compito di risolvere la questione entro i successivi 30 giorni. Se la commissione non dovesse riuscire a risolvere il conflitto, la competenza passerebbe al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il veto di un membro permanente del Consiglio porterebbe alla reintroduzione delle sanzioni.

Nonostante la portata storica dell’accordo, è ancora troppo presto per considerare la questione “nucleare iraniano” definitivamente conclusa. Infatti, a livello di tempistica, l’applicazione dell’accordo prevede un iter abbastanza lungo e complicato.

L’intesa raggiunta deve essere esaminata entro 60 giorni ed approvata entro altri 22 giorni dal Congresso Statunitense. Anche il parlamento iraniano deve esaminare l’intesa, ma senza scadenze precise. Infine, a seguito dell’approvazione da parte del congresso statunitense e del parlamento iraniano, l’accordo deve essere recepito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Solo a questo punto, l’Iran comincerà a disattivare i macchinari che servono ad arricchire l’uranio e a ridurre le sue scorte di uranio a basso arricchimento.

All’Agenzia Aiea spetterà il compito fondamentale di vigilare sull’applicazione del programma: l’assicurazione, da parte degli ispettori dell’Aiea del rispetto dei patti da parte di Teheran sarà la condizione indispensabile per l’abolizione delle sanzioni che avverrà comunque in maniera graduale: il presidente statunitense Barack Obama concederà delle deroghe in materia di sanzioni economiche e finanziarie e l’Unione europea voterà sull’abolizione delle sanzioni.

Solo tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 si arriverà alla sospensione totale delle sanzioni economiche e finanziarie. L’abolizione delle sanzioni sarà comunque costantemente subordinata alla presenza di feedback positivi da parte degli ispettori dell’Aiea, con la possibilità di reintroduzione delle stesse entro 65 giorni dalla notifica di eventuali violazioni dell’accordo da parte dell’Iran.

 

LE RICADUTE DELL’ACCORDO SULL’EXPORT DELLE AZIENDE ITALIANE

L’Italia è da sempre uno dei principali partner commerciali europei dell’Iran.

In quanto tale, nell’ultimo decennio, ovvero a partire dal 2006 (anno di introduzione delle sanzioni commerciali e finanziarie all’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), le nostre aziende hanno subìto pesanti ripercussioni negative in termini di riduzione del fatturato export proveniente dagli scambi con il Paese. La perdita complessivamente accumulata nel periodo 2006-2014 è stata di circa 15 miliardi di euro, con picchi di contrazione del 25% negli anni 2012 e 2013. Nonostante ciò, l’Italia rimane il nono partner commerciale mondiale dell’Iran.

Secondo le stime di SACE [2], il graduale ritiro delle attuali sanzioni internazionali potrebbe portare ad un incremento complessivo dell’export italiano verso l’Iran di circa 3 miliardi di euro nei prossimi 4 anni (periodo 2015-2018). Se l’export italiano fosse poi in grado di ristabilire le performance di crescita registrate nel periodo pre-sanzioni (2000-2005), il livello di export verso l’Iran potrebbe aumentare di 2,5 miliardi di euro nel solo anno 2018, ritornando ad un livello di poco superiore al picco raggiunto nel 2005, ultimo anno prima dell’applicazione delle sanzioni.

Purtroppo, bisogna riconoscere che non sarà comunque facile per le nostre aziende riguadagnare quanto perso in quasi 10 anni di sanzioni, dal momento che sul mercato iraniano si sono nel frattempo affacciate potenze economiche emergenti quali Cina, Russia, India e Brasile che hanno tolto importanti quote di mercato all’Italia.

Nonostante la pesante flessione registrata in termini assoluti, la composizione dell’export italiano verso l’Iran è rimasta pressoché invariata negli anni. Il principale settore di esportazione è rappresentato dalla meccanica strumentale che rappresenta il 58% dell’export totale italiano verso il Paese. Seguono, molto distaccati, i prodotti chimici (8,4%), i prodotti in metallo (7,7%), le apparecchiature elettriche (5,8%), i prodotti in plastica e gomma (5,3%), i prodotti farmaceutici (4%).

Guardando al futuro, la riapertura del commercio estero con l’Iran potrà avere delle ricadute positive in particolare per i seguenti settori:

– petrolifero (oil&gas) e petrolchimico (polimeri);

– automotive;

– trasporti (in primis, per il comparto aereo e ferroviario);

– oggetti di design e complementi d’arredo (per la crescente sensibilità verso le nuove tendenze che si sta diffondendo tra l’elite iraniana);

– agroalimentare ed industria alimentare (in particolare, il settore della conservazione alimentare).

Buone prospettive di crescita per gli scambi commerciali tra Italia ed Iran sono state confermate dal Ministro dell’Industria delle Attività minerarie e del Commercio della Repubblica iraniana, Mohammad Reza Nematzadeh, in occasione della sua recente visita presso i padiglioni di Expo Milano 2015.

 

Note

[1] Fonte: Rivista “Internazionale” – ed. luglio 2015.

[2] SACE – Focus on Iran, Recovering Lost Time – ed. July 2015.

(di Sabrina Polato)

Gli Stati Uniti rappresentano il primo partner commerciale Extra-Ue delle aziende italiane produttrici di salumi ed insaccati. Nel 2014 le nostre esportazioni verso il Paese hanno registrato un aumento, in termini di fatturato, di oltre il 18%, raggiungendo quota 86,8 milioni di euro. Un risultato che, se da un lato sorprende in considerazione delle numerose restrizioni con le quali i nostri produttori hanno dovuto da sempre confrontarsi (su tutte il provvedimento 100% reinspection), dall’altro fa ben sperare in un ulteriore miglioramento delle performance di export verso il mercato statunitense, a seguito delle novità introdotte dalle autorità americane con il mese di maggio 2015.

Export del settore.[1]

Le esportazioni italiane di salumi stanno registrando un aumento costante ormai da diversi anni, sia in termini di volumi che di fatturato. Il 2014 ha di fatto confermato questo trend positivo: 148.830 tonnellate (+4,7%) per un fatturato record di 1,260 miliardi di euro (+6,3%).

All’interno della UE, un contributo positivo è arrivato in termini di fatturato da tutti i principali partner commerciali italiani (Germania, Regno Unito ed Austria in particolare). La Germania si conferma il mercato più importante per i nostri salumi con un fatturato export di 280 milioni di euro, derivante principalmente dalla vendita di prosciutti crudi, salami, pancette e insaccati cotti. Ottimo 2014 anche per le esportazioni verso il Regno Unito (+10,7% in valore per 141,9 mln di euro), grazie agli incrementi di domanda di tutte le principali categorie di salumi con l’unica eccezione dei salami.

Molto bene anche l’ Austria (+8,4% per 72,3 mln di euro), la Croazia (+20,2% per 19,5 mln di euro) e la Spagna (+12,8% per 20,3 mln di euro). Fra i mercati più piccoli da evidenziare gli incrementi a 2 cifre di Paesi Bassi (+33,4%) e Slovenia (+37,5%).

In ambito Extra-UE, si sono registrati aumenti di fatturato export a doppia cifra con Giappone (+17,8%), Canada (+18%), Repubblica Sudafricana (+17,8%) e Norvegia (+7,3%).

Unica nota dolente la Russia: – 42,7% in quantità e – 32,1% in valore per 12,7 milioni di euro, a causa dell’embargo.

Export verso gli Stati Uniti.

Con il mese di maggio 2015 sono state introdotte due importanti novità destinate a modificare (in meglio) le relazioni commerciali tra Italia e Stati Uniti per quanto concerne i salumi ed i prodotti insaccati.

Infatti, le Autorità statunitensi hanno da un lato revocato il provvedimento denominato 100% reinspection (ovvero il controllo sistematico di tutte le partite di salumi provenienti dall’Italia che arrivavano in dogana) e, dall’altro, rinnovato la possibilità per il ministero della Salute di abilitare nuove aziende italiane all’esportazione negli Usa.

Il provvedimento 100% reinspection , introdotto nel settembre 2013 a causa della mancata corrispondenza normativa tra UE e USA per quanto riguarda la tolleranza di Listeria Monocytogenes (patogeno per il quale negli Stati Uniti vige la regola della “tolleranza zero”), ha causato notevoli disagi alle aziende italiane esportatrici, le quali hanno subito una vera e propria perdita di competitività rispetto a produttori di altri Paesi concorrenti (Messico in primis…). Le aziende italiane hanno dovuto sopportare un aumento dei costi di sdoganamento, ma anche uno slittamento dei tempi di consegna al cliente americano (i salumi italiani erano costretti a stazionare molti giorni presso i magazzini doganali prima di essere campionati ed autorizzati alla vendita).

In termini di export è quindi realistico aspettarsi un ulteriore miglioramento delle performance di fatturato nel mercato, dal momento che verrà data la possibilità di accedere al mercato statunitense ad un numero sempre maggiore di aziende ma, soprattutto, verrà resa finalmente possibile l’esportazione di tutti quei prodotti di salumeria a breve stagionatura (quali salami, coppe, pancette), ufficialmente autorizzata già dal maggio 2013, ma di fatto resa impossibile a seguito dei controlli imposti dal provvedimento 100% reinspection.

La revoca di tale provvedimento è un chiaro segnale di distensione tra le Autorità americane ed il Sistema Istituzionale italiano (in conclusione, viene considerato degno di fiducia il sistema dei controlli italiano). Il risultato è stato raggiunto a seguito di un’intensa trattativa sviluppatasi nel 2014 con l’impegno di più parti (Ministero della Salute, Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Ambasciata d’Italia negli USA, servizi veterinari regionali, associazioni industriali di settore).

La decisione è arrivata a seguito del completamento della valutazione dei risultati di un Audit condotto sulle strutture produttive italiane da parte di alcuni ispettori del FSIS (Food Safety and Inspection Service), l’agenzia americana per la sicurezza alimentare. In particolare, l’Amministratore del FSIS, Alfred Almanza, ha comunicato ufficialmente che e’ stata sbloccata la lista degli impianti autorizzati ad esportare negli Stati Uniti e che i controlli ispettivi ai punti di ingresso (POE) in USA saranno dimezzati immediatamente, per poi essere riportati allo stato pre-crisi di controlli a campione, in assenza di casi di positività entro 45 giorni ai punti di entrata nel Paese (POE)[2].

Come esportare salumi negli Stati Uniti: documentazione ed autorizzazioni richieste. [3]
Con la revoca del provvedimento 100% reinspection vengono ristabilite le condizioni e le regole in vigore dal maggio 2013 (periodo a partire dal quale si è attuata la reale apertura del mercato americano alle carni crude stagionate italiane). Dal 28 maggio 2013 è difatti permessa negli Stati Uniti l’importazione dell’alta salumeria italiana prodotta in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e nelle province di Trento e Bolzano (l’importazione di prosciutti crudi, prosciutti cotti e mortadelle era, invece, già ammessa da tempo). Tali territori sono stati considerati dall’Animal and Plant Health Inspection Services (APHIS) a rischio basso per quanto riguarda la malattia vescicolare del suino.

Più che di una vera e propria “apertura” del mercato si dovrebbe però parlare di una serie di “concessioni all’importazione”, dal momento che le regole imposte dalle Autorità americane continuano ad essere molto restrittive.

I salumi italiani destinati all’esportazione negli USA devono infatti possedere le seguenti caratteristiche:

  • provenire solo dastabilimenti che siano stati preventivamente autorizzati dalle autorità statunitensi (l’impianto di macellazione degli animali non deve essere venuto a contatto con animali o carni provenienti da Regioni nelle quali la malattia vescicolare del suino sia ancora presente, ovvero che carni e/o animali non abbiano attraversato Regioni non indenni);
  • essere provvisti di uno specifico certificato sanitario e di attestazione veterinaria;
  • essere a base di carne cotta e sottoposti a trattamento termico che raggiunga i 69°C al cuore del prodotto, oppure sterilizzati (cotechino), oppure a base di carne cruda (con stagionatura superiore a 400 giorni), oppure essere carni a bassa stagionatura (dal 28 maggio 2013).

La documentazione richiesta per l’export dei prodotti ammessi (identificati con il codice doganale tariffa armonizzata SA 0210 “meat and edible meat offal, salted, in brine, dried or smoked; edible flours and meals of meat or meat offal ”) è la seguente:

  1. Registrazione di stabilimento alimentare. Documento attestante che lo stabilimento o gli stabilimenti in cui è stata effettuata la produzione, trasformazione, confezionamento e conservazione di alimenti destinati al consumo per il mercato statunitense è/sono stati registrati presso la Food and Drug Administration (FDA). La normativa americana ammette anche aziende che, pur non operando presso uno stabilimento autorizzato, si sono avvalse, per la produzione di salumi a proprio marchio, dello stabilimento di un’altra azienda il cui impianto sia stato autorizzato, previo accordo commerciale tra le parti.
  1. Licenza per la fauna selvatica. Si applica nel caso di alimenti in cui, tra gli ingredienti, figurino anche prodotti di animali in via di estinzione. Tale documento attesta che il titolare è autorizzato ad esportare specie di fauna selvatica ed è necessario per lo sdoganamento e l’accesso al mercato.
  1. Preavviso di importazione di prodotti alimentari. Altro documento necessario per lo sdoganamento. Pre-annuncia l’importazione di alimenti alla Food and Drug Administration (FDA). Deve essere presentato, per via elettronica o attraverso la dogana, a: Automated Broker Interface (ABI) – Sistema Commerciale ACS, solo dopo la registrazione alla lista degli stabilimenti autorizzati. Inoltre, devono essere rispettati dei termini per la presentazione del preavviso (entro 15 giorni prima della data prevista di arrivo, per invii effettuati tramite il PNSI -Prior Notice Systems Interface – sistema per la richiesta della notifica preventiva – introdotto nel 2003 a seguito atti di bioterrorismo; entro 30 giorni prima della data prevista di arrivo, per la presentazione fatta attraverso l’ABI/ACS).
  2. Certificato sanitario per i prodotti animali. Documento rilasciato dalla ASL, attestante che i prodotti di origine animale per l’esportazione non sono infetti e non sono portatori di alcuna malattia infettiva. E’ necessario per sdoganamento e accesso al mercato. Deve essere scritto in inglese e presentato in originale.
  3. Certificato di origine. Facoltativo, secondo le indicazioni dell’importatore americano. Nel caso venisse richiesto è necessario rivolgersi alla CCIAA provinciale dove ha sede il produttore, organo competente per il rilascio.
  4. Codice di Identificazione Produttore (MID). Codice che identifica il produttore (non statunitense) di un bene, in conformità con le disposizioni di legge. L’autorità responsabile è la Customs and Border Protection (CBP). Il MID deve essere predisposto dall’importatore in conformità con le disposizioni di legge statunitense di cui al19 CFR 102. Il codice MID contiene fino a 15 caratteri senza spazi:

           – Codice ISO del paese (due caratteri)

           – Nome del fabbricante (primi tre caratteri di ciascuno delle prime due parole)

           – Indirizzo del fabbricante (prime quattro cifre del numero maggiore nel tratto di strada di indirizzo)

           – Nome della città (prime tre lettere).

           Per articoli aventi più di un produttore, il codice MID va indicato per ciascun produttore, separatamente.

Inoltre, va ricordato che tutti i salumi esportati negli Stati Uniti devono avere idonea etichettatura (rigorosamente in lingua inglese), la quale dovrà riportare almeno le seguenti informazioni:

– Nome del prodotto

– Paese di origine (“Made in…” o “Product of …”)

– Nome e indirizzo del produttore

– Peso netto (“Net content…“)

– Stato fisico del prodotto (intero, in cubetti, porzionato…)

– Elenco degli ingredienti

– Informazioni nutrizionali (calorie, grassi totali, grassi saturi, grassi idrogenati, colesterolo, sodio, carboidrati totali, fibre, zuccheri, proteine, vitamina A, vitamina C, calcio, ferro)

– Eventuale presenza di allergeni alimentari (vicino alla lista degli ingredienti va riportata la parola “Contains” seguita dal nome dell’allergene).

Infine, in caso di utilizzo di imballaggi in legno (casse di legno, gabbie, pallets) questi devono essere trattati e marchiati secondo la normativa fitosanitaria NIMP n. 15.

Note

[1] Fonte: Assica (Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi aderente a Confindustria) – ed. 2015.

[2] Fonte: Ansa.it – dichiarazione del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin del 14 maggio 2015.

[3] Fonte: Monica Perego – Newsmercati.it – numero 157/2013.

(di Sabrina Polato)

Il mercato mondiale delle acque minerali in bottiglia riguarda un volume annuale di oltre 245 miliardi di litri, che corrisponde ad una media di 35 litri di acqua in bottiglia bevuti annualmente a persona (dati 2013).

L’Europa dell’ovest è la maggior consumatrice, bevendo da sola quasi la metà del totale mondiale di acqua in bottiglia e tra gli europei, proprio noi italiani, beviamo più acqua in bottiglia di tutti.

Infatti, il mercato delle acque minerali ha un’importanza particolare per l’Italia, la quale si pone al terzo posto (dopo Messico e Thailandia) nella classifica del consumo mondiale pro capite (196 litri pro capite), con volumi che si sono triplicati in meno di vent’anni ed un giro d’affari valutato in circa 2,3 miliardi di euro, per un settore produttivo che vede operare ben 156 società e 296 diversi marchi. I profitti del settore sono molto elevati, anche in virtù dei canoni di sfruttamento, d’importo variabile da zona a zona, ma in generale particolarmente vantaggiosi.

Secondo la BMC (Beverage Marketing Corporation), i consumi annui pro capite più elevati sono presenti in 3 Paesi: Messico (254 litri pro capite), Thailandia (225 litri pro capite), Italia (196 litri pro capite). Seguono Belgio (148 litri pro capite), Germania (144 litri pro capite), Emirati Arabi Uniti (140 litri pro capite), Francia (136 litri pro capite), Stati Uniti (121 litri pro capite), Spagna (120 litri pro capite), Libano (114 litri pro capite), Slovenia (106 litri pro capite), Croazia (106 litri pro capite), Ungheria (104 litri pro capite), Svizzera (102 litri pro capite) [1].

Ovviamente, la situazione favorevole dei consumi interni fa sì che la capacità produttiva (e quindi di offerta) delle aziende produttrici italiane sia molto elevata, ponendo le nostre aziende in una posizione di leadership a livello mondiale, con risvolti positivi in termini di export e di quote di mercato estero.

E’ però altrettanto vero che i nostri produttori locali devono fare i conti con un mercato mondiale monopolizzato da due grandi multinazionali: Nestlé e Danone.

Nestlé è la numero uno nel mercato mondiale di acque minerali: la divisione “acque in bottiglia” rappresenta per la Nestlé circa il 25% del settore bibite ed il 7% del fatturato totale del gruppo. La “world water division” della Nestlé, la Terrier- Vittel SA, possiede marchi molto conosciuti anche tra i consumatori italiani (per citarne alcune Perrier, Vittel, Levissima, Lora Recoaro, Panna, Pejo, San Bernardo, San Pellegrino, Vera).

La Danone controlla invece il 9% del mercato mondiale delle acque minerali, superando la Nestlé in alcune regioni quali l’America Latina e l’area Pacifica dell’Asia. I suoi marchi principali sono Evian, Volvic e Badoit. In Italia, le etichette più importanti controllate dalla Danone sono Boario, Ferrarelle, Fonte Viva, Santagata e Vitasnella.

Nell’ultimo decennio, hanno fatto il proprio ingresso nel mercato delle acque minerali anche le multinazionali delle “soft dinks” ed in particolare Coca Cola (con BonAcquA) e PepsiCo (Acquafina), per lo più destinate al mercato U.S.A. .

PROSPETTIVE E POTENZIALITA’ DI EXPORT PER LE PMI ITALIANE DEL SETTORE

All’estero l’acqua minerale italiana piace. Le esportazioni del settore costituiscono infatti circa il 10% dei volumi complessivamente prodotti dalle nostre aziende produttrici italiane. Il saldo della bilancia commerciale del comparto è ampiamente positivo, dal momento che le importazioni sono praticamente inesistenti. Il settore delle acque minerali è dunque un settore strategico che produce ricchezza per il Paese Italia.

Infine, va sottolineato come il trend degli ultimi cinque anni è sempre stato positivo (+12% di media), con punte di crescita delle esportazioni che in alcune aree hanno raggiunto performance a doppie cifre.

L’incremento della domanda è l’effetto soprattutto delle maggiori richieste provenienti da mercati al di fuori della Unione Europea. In particolare, la domanda è cresciuta in America Settentrionale (+22,6%), in Medio Oriente (+27%), in Asia Orientale (+34,9%) e in Oceania (+39,1%). Le vendite verso l’Unione Europea, il cui peso è pari al 45% del fatturato export totale, si sono attestate comunque in crescita del 2,8%.

A trainare la domanda estera di acque minerali è stata sicuramente la presenza nel mondo di marchi forti ed universalmente riconosciuti come emblema del Made in Italy (anche se in realtà, come si è visto precedentemente, si tratta di marchi detenuti da società multinazionali quali Nestlé e Danone).

La PMI italiana, trainata da questi importanti brand, è riuscita negli anni a ritagliarsi una posizione di rilievo nell’ambito della ristorazione italiana di qualità all’estero, proponendo l’acqua minerale italiana come un prodotto altrettanto tipico della nostra gastronomia (come la pizza, la pasta, l’olio, il parmigiano), componente fondamentale dell’autentica dieta mediterranea[2].

Gli attuali principali mercati di destinazione delle esportazioni italiane sono USA, Francia, Germania, Svizzera, Canada, Australia, UK, Giappone. Da soli, questi 8 mercati assorbono l’80% del totale esportazioni, sia a valore che a quantità.

Incrementi della domanda considerevoli si sono avuti in Germania (+10,6%), Regno Unito (+96,4%), Lettonia (+88,6%), Lituania (+66,9%) e Bulgaria (+69,1%), all’interno della UE, e di Canada (+36,6%), Australia (+44,9%), Giappone (+32,2%) nei Paesi extra-Ue. Dal 2010, si è anche registrata, dopo un periodo di stallo, una forte ripresa del mercato statunitense, il quale rimane il principale mercato di destinazione delle nostre esportazioni[3].

Rappresentano invece aree promettenti per lo sviluppo del nostro export, quei Paesi dove è previsto un sensibile aumento dei consumi di acqua minerale in bottiglia nei prossimi anni: l’intero continente africano, il Medio Oriente (EAU ed Arabia Saudita in primis), Singapore e Turchia.

Il mercato africano di acque in bottiglia ha visto una forte crescita negli ultimi anni, con trend di sviluppo superiore alla nazioni occidentali. I consumatori, in possesso di un migliore potere di acquisto rispetto al passato, si rivolgono sempre di più all’acqua in bottiglia per evitare di bere l’acqua pubblica, per lo più non potabile, portatrice quindi di batteri e virus. Negli ultimi cinque anni, i livelli di crescita sono rimasti costantemente elevati in tutto il continente, con aumenti a due cifre in diversi paesi, tra cui spicca la Nigeria, il mercato più importante in assoluto nella regione. Benché la crescita in Nigeria sia rallentata negli ultimi anni, il consumo pro capite continua ad aumentare ed è ancora ben al di sopra della media regionale.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, sebbene le bevande analcoliche gassate siano ancora le più bevute, l’incremento dei consumi di acqua minerale nell’area è dovuto principalmente a due fattori: la maggior consapevolezza dell’ incidenza allarmante dei problemi di obesità che affliggono la popolazione e la consapevolezza che l’acqua minerale, oltre ad essere senza calorie, è più dissetante delle bevande gassate. Inoltre, in molti casi,  l’acqua del rubinetto non è potabile quindi l’acqua in bottiglia risulta essere una scelta obbligata.

Note

[1] Dati: 2013 – Fonte: http://efbw.eu/bwf.php?classement=07 (European Federation of Bottled Waters) and the Beverage Marketing Corporation.

[2] Fonte: “The Canadean Group market research – ed. 2013”

[3] Fonte: ICE – Settore industria italiana agro-alimentare – ed. 2013

(di Sabrina Polato)

Un corretto processo di internazionalizzazione passa attraverso l’analisi approfondita delle seguenti tre variabili:

  1. Le spinte all’internazionalizzazione;
  2. Le fasi del processo;
  3. La tipologia di approccio.
  1. LE SPINTE ALL’INTERNAZIONALIZZAZIONE

Prima di intraprendere un percorso di internazionalizzazione, l’azienda deve effettuare un’analisi interna per capire quando prendere la decisione di internazionalizzarsi e per individuare la natura delle spinte che la stanno portando verso questa decisione. Competenze, Motivazioni, Ambiente aziendale sono i tre vettori che costituiscono ogni spinta all’internazionalizzazione.

Esistono essenzialmente due tipologie di spinte:

– spinte esterne: sono cause esogene all’azienda (saturazione del mercato domestico, reazione competitiva verso dei competitors, etc… );

– spinte interne: sono cause endogene nell’azienda (eccedenza produttiva, ricerca di nuove fonti di vantaggio competitivo, ricerca di nuove aree geografiche ove sfruttare i vantaggi competitivi già disponibili, etc..).

Ogni spinta può essere poi positiva o negativa. Se la spinta è positiva non vi è alcun elemento ostativo e l’azienda può procedere nel processo di internazionalizzazione individuato. Ma se la spinta è negativa, l’azienda potrà procedere solo se questa è di tipo negativa-esterna. Infatti, avviare un percorso di internazionalizzazione sulla base di una spinta interna-negativa vuol dire utilizzare l’internazionalizzazione come uno strumento per bypassare i propri problemi interni: sarà quindi in questo caso essenziale per l’azienda procedere in primis alla risoluzione delle problematiche aziendali ed avviare il processo di internazionalizzazione solo a seguito della risoluzione di questi aspetti negativi interni.

  1. LE FASI DEL PROCESSO

Spesso il processo di internazionalizzazione avviene per stadi che hanno come obiettivo quello di far raggiungere progressivamente all’azienda la piena internazionalizzazione nei mercati target. In particolare, si individuano 4 diverse fasi/stadi:

  • EXPORT INDIRETTO (bassa internazionalizzazione): consiste nel ricorso ad intermediari di altre organizzazioni nel vendere i propri prodotti nei mercati esteri. La vendita all’estero avviene mediante contatti ed accordi, di esclusiva e non, con importatori e distributori locali – trading company – grandi compratori. I costi ed i rischi sono limitati, la gestione del processo è semplice.
  • EXPORT DIRETTO (medio-bassa internazionalizzazione): l’impresa vende all’estero senza servirsi di intermediari, spingendosi maggiormente sul mercato internazionale, avviando contatti diretti con la clientela mediante una propria rete di vendita (agenti/rappresentanti/export manager) che operano direttamente in loco. Più impegnativa della precedente, fornisce però un maggior controllo ed una stabilizzazione della penetrazione commerciale nel mercato estero.
  • FILIALE COMMERCIALE (medio-alta internazionalizzazione): permette un controllo diretto della rete distributiva e della fase di post-vendita. La produzione rimane nel mercato di origine, ma l’azienda investe direttamente nel mercato estero per essere più vicina alla propria clientela e per stipulare alleanze ancora più forti con la distribuzione locale.
  • PRODUZIONE ALL’ESTERO (alta internazionalizzazione): l’azienda diventa globale e trasferisce parte della propria produzione all’estero, sfruttando quindi i vantaggi competitivi derivanti da una presenza diretta nel mercato estero anche da un punto di vista produttivo e non solo commerciale.

 

  1. L’APPROCCIO

L’approccio all’internazionalizzazione può essere di due tipologie:

  • SEQUENZIALE :

– sia per raggio di azione (internazionalizzazione “step by step”, Paese per Paese, in modo tale da portare l’esperienza maturata in un Paese in un altro mercato);

– sia per intensità della presenza internazionale (da esportazioni indirette – dirette a investimenti diretti).

Rischio connesso: tempi lunghi di penetrazione nel singolo mercato e possibilità di vedersi togliere quote di mercato da competitors più veloci e più strutturati.

  • SIMULTANEO :

– Immediata visione globale (Instant International). L’azienda entra contemporaneamente in diversi mercati, in luogo di una estensione progressiva della copertura geografica, spiazzando la concorrenza.

Rischio connesso: mancanza di supervisione e di coordinamento per i troppi progetti avviati.

 

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