Accordi e Convenzioni Banche

Deficit commerciale e debito pubblico: quale relazione fra i due? Il caso Stati Uniti – Cina

In macroeconomia per indicare il Pil, ovvero il prodotto interno lordo di un Paese, si utilizza spesso la seguente espressione matematica:

Y =  C + I + G + X – I

Dove:

Y = Reddito Nazionale prodotto (Pil)

C = Consumi aggregati

I = Investimenti aggregati delle imprese

G = Spesa pubblica

X = Esportazioni

I = Importazioni

I consumi e gli investimenti riguardano soprattutto famiglie e imprese. I consumi dipendono dal livello di reddito a disposizione. Se, ipoteticamente, una famiglia disponesse di un maggior reddito, la spesa per consumi tenderebbe a crescere. Lo stesso ragionamento può essere applicato per uno Stato: qualora il Pil aumentasse (ovvero ciò che nella formula precedente abbiamo indicato con Y), i consumi, nel nostro sistema economico di riferimento, aumenterebbero di conseguenza.

E’ facile comprendere, infatti, come durante una fase di espansione economica, i consumi crescano, mentre durante una recessione, a causa del minor reddito a disposizione dei consumatori, la spesa in consumi diminuisca.

Gli investimenti in nuovo capitale da parte delle imprese, invece, dipendono negativamente dal tasso d’interesse1. Se il tasso d’interesse dovesse diminuire, verosimilmente associato ad una politica monetaria espansiva, gli investimenti da parte delle imprese tenderebbero ad aumentare e, viceversa, se fossimo in presenza di tassi d’interesse crescenti, associati dunque ad una politica monetaria restrittiva, gli imprenditori auspicabilmente ridurranno i loro investimenti in capitale fisico, dato il maggior costo di finanziamento ad essi associato.

La spesa pubblica, la terza componente riportata precedentemente, rappresenta la domanda per beni e servizi esercitata dal settore pubblico.

Lo Stato, come ogni azienda privata, dispone di un suo bilancio, caratterizzato da entrate e spese. Le entrate statali, per la quota maggiore, corrispondono alle imposte e alle tasse versate direttamente dai contribuenti. La spesa pubblica, invece, si può suddividere in due tipologie differenti:

  1. Spesa per investimenti;
  2. Spesa pubblica corrente.

La spesa pubblica per investimenti riguarda l’ammontare di liquidità stanziato dallo Stato per finanziare opere di investimento come ponti, autostrade, reti ferroviarie ecc., che possano essere una misura di volano economico per il Paese.

La spesa pubblica corrente riguarda la spesa sostenuta dallo Stato per garantire pensioni, stipendi ai dipendenti pubblici, onorare il servizio del debito ecc..2

Se lo Stato dovesse registrare un incremento della spesa rispetto alle entrate, allora parleremmo di disavanzo di bilancio (anche identificato come deficit). Mentre se l’imposizione fiscale fosse superiore alla spesa pubblica si registrerà un avanzo di bilancio (anche noto come surplus).

Bilancio dello Stato: Entrate – Uscite

Entrate > Uscite: Avanzo di Bilancio

Entrate < Uscite: Deficit di Bilancio

Se uno Stato sperimentasse un deficit di bilancio, affinché possa recuperare la liquidità mancante, dovrà inasprire l’imposizione fiscale o emettere obbligazioni, incrementando così il suo debito pubblico.

Il debito pubblico è dato dalla somma di tutti i deficit di bilancio dello Stato moltiplicati per il servizio del debito, ovvero il tasso medio d’interesse applicato allo stock di debito in essere.

In formule matematiche potremmo scrivere:

ΔB = (G – T) + rB

In cui:

ΔB = Variazione dell’ammontare di debito pubblico.

(G – T) = Se positivo (ovvero se G > T) parliamo di deficit di bilancio, mentre se negativo (ovvero G < T) registriamo un avanzo di bilancio.

r = tasso d’interesse medio sul debito pubblico.

B = Stock esistente di debito pubblico.

Ciò che è importante da ricordare, nell’analisi economica, non è tanto l’ammontare assoluto del debito pubblico, quanto la sua sostenibilità. Un debito è sostenibile qualora lo Stato riesca a onorarlo nel tempo, impedendone una crescita duratura in futuro.

Gli economisti sono soliti misurare il debito pubblico di uno Stato in rapporto al Pil (Rapporto debito/Pil). Se tale rapporto fosse elevato, lo Stato si troverebbe lungo un sentiero di insostenibilità, ed è bene perciò che il rapporto sia il più contenuto possibile.

In termini matematici:

Indichiamo con i il tasso di interesse reale applicato al debito pubblico mentre con g il tasso di crescita reale dell’economia.

Se i>g, il debito pubblico dello Stato è su un sentiero di insostenibilità finanziaria, mentre qualora i<g, il debito pubblico dello Stato si dimostrerebbe essere insostenibile.

E’ bene anche ricordare come l’inflazione, nel breve periodo, tenda a ridurre il rapporto Debito/Pil dal momento che, gonfiando il Pil, contribuirà a far calare il denominatore. Nel lungo periodo, però, quando lo Stato dovrà rinnovare i titoli giunti a scadenza, per far fronte alla maggior inflazione e incorporare così le richieste degli investitori, dovrà corrispondere maggiori interessi sui titoli obbligazionari.

Tornando all’equazione che lega il Pil alle varie variabili macroeconomiche, ci manca adesso analizzare le ultime due variabili: X e I.

Uno Stato, oltre a produrre internamente beni e servizi, può anche esportare all’estero parte della sua produzione o importare da altri Stati prodotti e materie prime. Se uno Stato importasse più beni e servizi di quelli che effettivamente esporta, sperimenterà un disavanzo commerciale mentre, nel caso opposto, sarà in una posizione di avanzo commerciale.

La presenza di un disavanzo commerciale fa si che lo Stato necessiti di valuta estera per acquisire beni e servizi al di fuori dei confini domestici; dunque vedrà un aumento del suo debito estero. Ciò rappresenta sicuramente un problema per il Paese dal momento che, indebitandosi con il resto del mondo, vedrà fluire valuta verso l’estero.

Pensiamo al caso Stati Uniti e Cina per comprendere meglio la questione. Gli Stati Uniti, sin dagli anni ‘70, vivono ampiamente al di sopra delle proprie possibilità produttive ed economiche.

Il 15 agosto 1971, il presidente degli Stati Uniti d’America, Richard Nixon3, in diretta televisiva, annunciò alla nazione, e al mondo intero, la fine del regime di Bretton Woods. Il sistema monetario, definito con gli accordi di Bretton Woods, prevedeva che ogni Paese potesse convertire la propria valuta dapprima in $ e successivamente in oro. Gli Stati Uniti erano, e continuano ad essere tutt’oggi, i leader del sistema finanziario mondiale. Essi, durante il periodo del gold exchange standard, garantivano la convertibilità del dollaro attraverso le riserve auree. Una volta cessato tale accordo le valute, come le conosciamo oggi, non sono più garantite da alcun matallo prezioso (come oro o argento), ma dalle autorità di politica monetaria. Parliamo, infatti, di moneta fiduciaria o anche detta “fiat money”, dal momento che il valore nominale della valuta deve essere accettato da tutti i soggetti economici, nonostante il suo valore economico reale non corrisponda con ciò che effettivamente è riportato sulla banconota (valore nominale).

Come detto precedentemente, gli Stati Uniti hanno un ampio disavanzo commerciale con il resto del mondo, soprattutto con la Cina, e ciò gli consente di importare molti più beni e servizi di quanto effettivamente non riescano ad esportare, garantendo così, ai cittadini americani, un livello di benessere ben superiore a quelle che risultano essere le reali capacità produttive dell’economia. La Cina, al contrario, così come la Germania in Europa, è un’economia che ha adottato un modello di crescita incentrato sulla teoria growth‐led export, ovvero tramite politiche mercantilistiche che puntano tutto sulle esportazioni. La Cina, infatti, è leader nella produzione di input e semilavorati, indispensabili nella catena globale del valore, a basso costo e ciò le conferisce una posizione di vantaggio assoluto nello scenario internazionale.

Gli Stati Uniti, perciò, consumando più di quello che effettivamente producono internamente (ciò che gli economisti definiscono assorbimento interno), hanno bisogno di reperire valuta estera per poter completare tali transazioni. Ciò non fa altro che sorgere un debito nei confronti dell’estero che, prima o poi, inevitabilmente dovrà essere saldato. Gli Stati Uniti, per importare beni e servizi dalla Cina, avranno bisogno di reperire yuan cinesi e perciò, nei mercati finanziari, venderanno dollari in cambio di renmimbi cinesi. Esulando le transazioni che riguardano le altre valute, e focalizzando la nostra attenzione esclusivamente sui rapporti commerciali Usa-Cina, nel caso in cui le importazioni superino le esportazioni, il dollaro americano tenderà a deprezzarsi nei confronti del renmimbi cinese e, nel lungo periodo, ciò favorirà le esportazioni affinché il saldo della bilancia dei pagamenti possa tornare in equilibrio. Nel lungo periodo, qualora la bilancia dei pagamenti e i disequilibri nella bilancia commerciale non vengano saldati, ciò potrebbe condurre anche al default dello Stato, dal momento che si troverebbe in una situazione di indebitamento (privato e pubblico) insostenibile, non disponendo della liquidità per poter saldare tali debiti.

Il caso americano, nonostante un debito e un disavanzo pubblico preoccupanti, non desta particolare preoccupazione tra gli economisti, nonostante i moniti più volte evidenziati riguardo la necessità di intraprendere un graduale percorso di riduzione del disavanzo commerciale.

Lo stesso Donald Trump, negli anni della sua presidenza, intraprese una vera e propria guerra commerciale con la Cina, imponendo dazi a molti prodotti affinché si contenessero le importazioni di tali beni e si stimolasse la produzione interna.4

Gli Usa, nonostante qualsiasi altro paese avrebbe dichiarato insolvenza qualora fosse in una situazione macroeconomica simile, godono del cosiddetto privilegio esorbitante. Tale privilegio consiste nel fatto che il dollaro rappresenta la valuta di riserva internazionale per eccellenza. La maggior parte delle riserve delle Banche centrali mondiali sono caratterizzate da titoli di stato americani (treasury bills), in quanto il dollaro americano gode, da parte dei mercati finanziari, di fiducia e stabilità.

La Cina e tutti i partner commerciali, perciò, sono ben contenti di poter vendere i loro prodotti agli Stati Uniti in quanto, ricevendo in cambio dollari, si assicurano una valuta di riserva accettata a livello internazionale. Lo stesso discorso non vale per paesi economicamente deboli come l’Argentina che, dati persistenti disavanzi commerciali, ha sperimentato forti deprezzamenti del pesos e ha dovuto ricorrere a prestiti da parte delle principali istituzioni finanziarie (come il Fondo Monetario Internazionale) per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.5

La Cina è, ad esempio, il principale detentore di titoli di stato americani. Vendendo prodotti agli Stati Uniti ottiene in cambio dollari, i quali vengono investiti in titoli di stato americani e, sostanzialmente, ritornano nelle casse federali statunitensi.

Gli Usa riescono così a finanziarsi autonomamente, data la posizione di leader ricoperta a livello internazionale, e ciò garantisce sostenibilità al debito pubblico e alla bilancia dei pagamenti.

L’elemento chiave, nella teoria economica, è perciò rappresentato dalla fiducia. Gli Stati Uniti dispongono di questo incredibile privilegio poiché il dollaro è, da sempre, simbolo di stabilità ed è sinonimo di un’economia forte, in salute e resiliente.

Questo privilegio cesserà quando, a livello mondiale, assisteremo a un nuovo ordine mondiale nella geopolitica internazionale e finanziaria. Sin quando il dollaro rimarrà la valuta chiave del sistema finanziario mondiale gli Usa continueranno a godere di tale vantaggio. Negli ultimi anni alcune valute, come lo yuan cinese, stanno provando a insediare il dollaro americano e, nonostante molte autorità di politica monetaria inizino a considerare tale valuta come fonte di riserva, la strada per insediare e spodestare il dollaro è ancora lunga.

Il futuro ci rivelerà cosa succederà; al momento la posizione degli Stati Uniti, come guardiani del mondo, è indiscutibile.

Note a piè di pagina:

1 Consideriamo, per una maggiore chiarezza espositiva, il tasso d’interesse riguardante le decisioni di politica monetaria da parte della Banca Centrale.

2 Tali spese è bene che siano monitorate attentamente da parte delle autorità di politica fiscale e monetaria.

3 Richard Nixon è stato il 37° presidente degli Stati Uniti d’America, accusato di impeachment durante lo scandalo Watergate.

4 Le politiche economiche protezionistiche hanno l’obiettivo si stimolare la produzione interna riducendo le importazioni dal resto del mondo per riequilibrare gli squilibri nella bilancia dei pagamenti. I dazi, ad esempio, fanno si che i prodotti esteri, oltre al loro prezzo di mercato, vedano un incremento di prezzo pari al dazio imposto. In questo modo lo Stato, attraverso tale politica economica, vuole condizionare le scelte dei consumatori e indirizzarli verso i prodotti domestici.

5 Le principali istituzioni finanziarie mondiali come il Fondo Monetario Internazionale e il Meccanismo Europeo di Stabilità (anche noto come MES), concedono prestiti e finanziamenti ti a Stati in difficoltà macroeconomica prevedendo però delle condizionalità particolarmente stringenti. Tali condizionalità prevedono che i Paesi membri debbano contenere la spesa pubblica, inasprire l’imposizione fiscale e ad attuare importanti riforme strutturali del sistema economico-sociale. In questo modo, gli Stati comprenderanno che chiedere finanziamenti ha una componente molto onerosa e solamente riordinando gli squilibri nella finanza pubblica, in futuro, potranno garantire un’economia resiliente.

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