I modelli di cittadinanza e d’integrazione per le seconde generazioni di migranti
Abstract: nell’articolo si descrive la situazione attuale nel nostro Paese riguardo alla cittadinanza ai minori stranieri; inoltre, sono citati e analizzati i modelli con cui i migranti ei loro figli ottengono la cittadinanza nei diversi Paesi europei: in particolare, l’attenzione è rivolta al metodo dello ius scholae per le seconde generazioni di migranti. Infine, attraverso lo sguardo sociologico, si esplora il termine “seconde generazioni di migranti” mostrando le ambiguità di questa categoria e si conclude approfondendo due approcci analitici recenti, attraverso i quali si studiano i processi d’integrazione dei giovani figli di migranti.
Notizie sulla cittadinanza ai minori stranieri in Italia
Il 2025 si è aperto con la chiusura netta del presidente del Consiglio , Giorgia Meloni, ad una revisione delle norme sul tema della cittadinanza ai minori stranieri , fissate nella legge 91 del 1992 , insieme alla promessa , però, di intervenire sui tempi d’attesa per chi inizia l’ iter legale. L’attesa adesso è per il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del referendum abrogativo , che si propone di dimezzare il requisito della permanenza nel nostro Paese da 10 a 5 anni. L’appuntamento è fissato per lunedì 20 gennaio 2025 ei promotori dell’iniziativa, tra cui diverse sigle del mondo giovanile straniero, non nascondono di vedere in un eventuale via libera dei giudici (tutt’altro che scontato) la soluzione per tornare a parlare di una riforma .
Seconde generazioni in Europa: quali sono i principali criteri di ottenimento della cittadinanza e la novità dello ius scholae
In Europa, negli ultimi decenni di immigrazione, sempre più cittadini, nati nel vecchio continente e cresciuti in un contesto europeo, sono di discendenza straniera. Essi appartengono alle seconde generazioni , che si distinguono dalle prime perché, quest’ultime, sono costituite dai residenti nati all’estero.
Non sempre, però, dal punto di vista legale, queste persone sono automaticamente considerate cittadini europei ; laddove, come in Italia, non esista lo ius soli (l’acquisizione della cittadinanza nel Paese dove si nasce), anche le seconde generazioni sono tenute a seguire un percorso di naturalizzazione : una pratica di ottenimento della cittadinanza in seguito ad una richiesta. Questa strada è spesso lunga e difficile; ad esempio, il tasso di naturalizzazione dei cittadini extra -comunitari nel nostro paese è inferiore al 3%, mentre in 23 paesi Ue su 27 il tasso di naturalizzazione è inferiore al 5%.
L’emergere di seconde generazioni è un sintomo di integrazione , perché è prodotto dalla decisione di rimanere nello Stato ospitante , facendo progetti a lungo termine, piuttosto che soggiornarvi di passaggio. Tuttavia, nascere in un Paese non vuol dire sempre esserne legalmente un cittadino: ad oggi, infatti, nessuno Stato europeo concede la cittadinanza per nascita ( ius soli ) automaticamente: si richiede che i genitori abbiano soggiornato per un certo tempo prima della nascita (un periodo compreso tra i 3 ei 10 anni ) e questa versione dello ius soli è in vigore in soli 4 Paesi membri (Belgio, Germania, Irlanda e Portogallo).
Un’altra opzione, definita doppio ius soli , consiste nel concedere la cittadinanza quando uno dei due genitori è nato nel Paese ed esiste in 7 Stati (Francia, Lussemburgo, Portogallo, Paesi Bassi, Spagna, Belgio e Grecia). In tutti gli altri Stati membri non è prevista nessuna variante e quindi le seconde generazioni sono costrette a seguire processi di naturalizzazione come se fossero stranieri.
Nel caso italiano , la cittadinanza può essere acquisita tramite 3 modalità : per residenza (dopo almeno 10 anni, la soglia più elevata d’Europa), per matrimonio o per trasmissione (con cui si intende lo ius sanguinis , ovvero la ricezione della nazionalità dei genitori). Il numero di persone che hanno ottenuto la cittadinanza italiana ha avuto un andamento oscillante: ad oggi siamo il decimo paese in Ue per tasso di naturalizzazione dei cittadini extra -comunitari, intendendo con questo il rapporto tra gli chi ha ottenuto la cittadinanza e il totale degli stranieri residenti nello stesso anno.
Queste basse percentuali dovrebbero farci riflettere sul processo di inclusione sociale in Europa : la cittadinanza, infatti, consente l’ottenimento di diritti e doveri a chi l’acquisisce, contribuendo all’integrazione degli stranieri su un territorio e alla crescita delle comunità, peraltro in un continente dove la popolazione è in progressivo invecchiamento.
Infine, esiste una “ terza via ” ancora oggetto di discussioni, ma che in Europa non è applicata: lo ius scholae (ma c’è anche la variante ius culturae ) che legge la cittadinanza al completamento di un ciclo di studi nel Paese stesso. E’ una prospettiva innovativa perché il soggetto non “ subisce ” più la cittadinanza (per nascita o per parentela), ma se ne rende protagonista, abitando nel Paese, frequentandone le scuole, apprendendone la cultura , creando relazioni con i compagni, gli insegnanti e altri nuovi amici.
L’espressione “ seconde generazioni ” analizzata dalla sociologia
A partire dalla metà degli anni Novanta del Novecento la riflessione sociologica sui figli e sulle figlie dei migranti si è sviluppata in modo progressivo e articolato: al cuore di questa riflessione si situa l’ analisi dei processi d’inserimento di questi giovani nelle maglie economiche, sociali, culturali delle società in cui sono nati e/o anche solo cresciuti.
Un aspetto cruciale è quello lessicale : in discussione è, cioè, il modo con cui i figli e le figlie dei migranti sono definiti entro il dibattito scientifico . I termini utilizzati per inquadrarli sono molteplici, ma il consenso verso un’unica categoria si è raggiunta più frequentemente intorno a quella di “seconda generazione di migranti” ; esso è divenuto un termine molto diffuso anche nei mass media , nel dibattito politico e nel linguaggio comune. Tuttavia, a dispetto della sua diffusione, questa categoria presenta delle ambiguità di fondo e risulta problematica da almeno tre punti di vista: la prima ambiguità risiede nel fondere in un’unica espressione soggetti che hanno compiuto una migrazione – i genitori migranti – e soggetti che spesso non hanno vissuto la medesima esperienza – i loro figli. Il secondo aspetto problematico si rinvia alla mancanza di una differenziazione – di genere, di origini culturali, di formazione, di classe sociale – sottesa alla categoria “seconda generazione”; l’assunto sottostante è di un gruppo sociale omogeneo del quale si oscurano i vissuti biografici. Un terzo aspetto problematico risiede nell’ancorare tali giovani ai problemi dei fenomeni migratori , dei quali essi non hanno spesso alcuna cognizione o esperienza. Le ambiguità presenti nell’espressione “ seconda generazione di migranti” hanno quindi portato molti studiosi e studiose a preferire “giovani di origine straniera” o “figli (oppure discendenti) dei migranti” .
Se, in senso stretto, questa espressione si riferisce soltanto ai giovani nati nel paese di insediamento dei loro genitori, in una declinazione meno rigida essa tende a comprendere anche altri soggetti: nel celebre lavoro di Ruben Rumbaut, accanto alla generazione 2 – in cui rientrano i soggetti nati nel paese della migrazione dei genitori – egli ha introdotto il termine generazione 1,5 con riferimento ai soggetti che hanno iniziato il processo di socializzazione e la scuola primaria nel paese d’origine e hanno completato l’educazione scolastica in un paese straniero – cioè giovani che hanno intrapreso la migrazione tra i 6-12 anni. A esso ha aggiunto la generazione 1,25 e la generazione 1,75 per indicare, rispettivamente, i giovani che emigrano tra i 13 ei 17 anni ei minori che si muovono in età prescolare (0-5 anni).
Due prospettive sociologiche con cui studiare i percorsi d’integrazione delle seconde generazioni
Esistono due prospettive analitiche recenti con le quali sono stati messi a fuoco i percorsi di integrazione dei figli dei migranti: l’approccio dell’ assimilazione segmentata e l’ approccio transnazionale ; il primo non dà per scontato un processo lineare di integrazione; infatti, tali percorsi sono molteplici e imprevedibili. È, pertanto, fuorviante chiedersi se i migranti ei loro discendenti si assimileranno o meno alla società d’insediamento; è, invece, più opportuno interrogarsi su quale sarà il segmento di società cui essi si assimileranno, tenuto conto sia della dimensione economica sia di quella culturale.
Gli assunti qui evocati conducono a una tipologia idealtipica costituita da 3 tipi di integrazione delle seconde generazioni: il primo tipo è caratterizzato da una piena acculturazione e una piena integrazione economica; il secondo consiste in una assimilazione verso il basso ; il terzo è riassunto nella formula di assimilazione selettiva .
Nel primo caso, per i giovani di seconda generazione le possibilità di ascendere la scala sociale sono buone anche in ragione di un discreto livello di capitale economico e culturale (legato soprattutto alla formazione ricevuta). Qui il fattore “etnico” e l’appartenenza etnoculturale sono risorse eventualmente utilizzate dai singoli soggetti, ma non costituiscono aspetti chiave del loro processo di integrazione; al contrario tende ad affievolirsi nel tempo.
Il secondo tipo di integrazione è l’ assimilazione discendente – si caratterizza per le scarse possibilità di integrazione tanto economica quanto culturale: i giovani appartengono a famiglie working class o underclass residenti nei quartieri periferici delle grandi città, con scarsi livelli di capitale economico e culturale ei figli hanno a loro volta bassi livelli di formazione . Ciò che li connota è inoltre il rischio di essere marginalizzati e stigmatizzati per le loro origini, e di intraprendere percorsi di devianza.
Il terzo tipo, definito assimilazione selettiva, consiste nella riuscita dell’integrazione economica che, però, non si accompagna all’acculturazione. I giovani qui collocati hanno buoni livelli di formazione e buone possibilità di ascendere la scala sociale, soprattutto attraverso le reti comunitarie di tipo “etnico” . Infatti, proprio lo spirito solidaristico della comunità d’origine supporta l’inserimento economico e lavorativo delle seconde generazioni. Per comprendere questi tre sviluppi, è necessario tenere conto di diversi elementi legati alla struttura delle opportunità economiche della società d’arrivo e del suo sistema scolastico , al carattere razzizzante e discriminatorio di queste istituzioni, nonché alle prestazioni spaziali e urbane che riguardano le famiglie con origini etniche. Inoltre, i tre tipi si lasciano precisare alla luce del ruolo che la famiglia d’origine svolge nel frenare o nel sostenere i processi di integrazione.
La seconda prospettiva di studio dei discendenti dei migranti è ancorata alle implicazioni – soprattutto di tipo identitario e culturale – dei processi di globalizzazione; nel dettaglio, studia i giovani di seconda generazione attraverso le lenti del transnazionalismo , ovvero l’insieme di pratiche dei migranti che li legano al paese di origine. È qui assunto che i soggetti possono nutrire un senso di appartenenza a più paesi, senza peraltro avviare il processo di integrazione nella società in cui effettivamente risiedono.
Da una parte, questo approccio si concentra sul livello di coinvolgimento transnazionale delle seconde generazioni, mettendolo a confronto con quello dei genitori e, nel complesso, quantifica le pratiche dei figli attraverso l’analisi delle rimesse , la frequenza delle visite nel paese d’origine dei genitori o la conoscenza della lingua.
Dall’altra parte, è emersa nel tempo un’ulteriore riflessione, più interessata a cogliere la misura in cui le pratiche transnazionali dei genitori forgiano il senso di appartenenza dei figli e delle figlie, ma anche i livelli di variazione del coinvolgimento transnazionale nel corso delle biografie delle seconde generazioni: si indagano, così, i significati e le implicazioni di una socializzazione transnazionale sotto il profilo delle relazioni famigliari, con i coetanei, dal punto di vista della fruizione di prodotti culturali , dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione, nonché in relazione al legame affettivo, emozionale e immaginario con il paese dei propri genitori.









