Diritto

LE FORME DELLA VIOLENZA DI GENERE E L’IMPORTANZA DI FARE RETE

Autrici: Dott.ssa Giada Scrivano e Dott.ssa Francesca Fuscaldo

Introduzione

La violenza sulle donne non conosce tempo e confini, è endemica e non risparmia nessuna nazione o Paese, a prescindere dal fatto che sia industrializzato o in via di sviluppo. Non conosce nemmeno differenze socioculturali, vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali. Inoltre, spesso si crede che le donne siano più a rischio di violenza da parte di uomini a loro estranei; invece, i luoghi più pericolosi per la loro incolumità sono la casa e gli ambienti familiari. Infatti, purtroppo, gli aggressori più frequenti sono i loro partner, ex partner o altri uomini conosciuti: amici, familiari, colleghi. Si parla di “amori malati”, di “relazioni tossiche” e ci si chiede perché senza pensare al fatto che di perché, purtroppo, ce ne sono troppi. Il presente contributo vuole esplorare i volti cangianti della violenza di genere per scandagliarne la fenomenologia e proporre in tal modo una possibile soluzione che vada a fare da collant tra le misure normative e le misure di prevenzione.

  1. La violenza di genere: una panoramica generale

È riduttivo, poter credere che la violenza di genere sia un fenomeno diffuso e circoscritto solo in alcune aeree geografiche, data l’evidenza di dati scientifici che dimostrano una situazione del tutto opposta. Il primo punto su cui non si hanno dubbi, infatti, è l’impossibilità di delimitare tale forma di violenza ad un determinato contesto territoriale e/o socioculturale. Un altro punto chiave per l’indagine del fenomeno è il c.d. “multiverso” della violenza. Infatti, in qualunque forma essa si presenti, la violenza è uno dei fenomeni sociali più nascosti, insidiosi e subdoli. Parallelamente alle diverse forme che può assumere: violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, la violenza di genere è generata da molteplici fattori e condizioni che degenerando conducono a tale epilogo. Per tale motivo ci sembra corretto affermare che la violenza di genere sia un “problema sociale” da affrontare con adeguata importanza e sensibilità.

Il primo documento di rilevanza internazionale redatto per contrastare il fenomeno della violenza di genere è la c.d. Convenzione di Istanbul, ove per la prima volta vengono delineate le varie forme che la violenza di genere può assumere, cercando di sensibilizzare gli Stati ad adottare misure interne idonee a contrastarne la diffusione, anche per mezzo di strumenti preventivi. Nel presente documento la violenza non assume una connotazione solo fisica, che sicuramente rappresenta la forma più grave e spesso culminante con il c.d. femminicidio, ma è violenza anche la denigrazione psicologica ricomprendendo umiliazione, sopraffazione e vessazione. Proprio quest’ultima è ancora sottovalutata. Infatti, si tende a prestare maggiore attenzione ad episodi che apparentemente appaiono più crudi e carichi emotivamente come il caso della violenza fisica. Ci sfugge però, che la violenza fisica la maggior parte delle volte costituisce solo l’esternazione culminante di una serie di episodi violenti che hanno riguardato la sfera psicologica della donna. In altre parole, se è vero che un episodio di violenza fisica possa essere isolato e del tutto sganciato da un episodio di violenza morale-psicologica è vero anche che quest’ultima è la forma più diffusa della violenza di genere e sembra essere il c.d. “precedente” di ogni eventuale sopraffazione fisica che con il tempo possa verificarsi. Questo dato si ricava dal fatto che la violenza di genere trova terreno fertile nelle relazioni, di qualunque forma esse siano. L’instaurazione di una relazione, infatti, richiede tempo, incontro e scontro di almeno due differenti personalità. La condivisione della vita relazionale, in tale contesto, funge da fattore scatenante.

  1. L’oggettivizzazione della donna: il Cerchio di Walker

La relazione tra i sessi è spesso connotata da violenza contro le donne. La donna è resa succube dal desiderio maschile e viene “oggettivizzata”, divenendo mero oggetto di possesso, mera proiezione che l’uomo ha di essa. L’immagine fornita rappresenta la donna oggetto di controllo in quanto la propria seduttività viene avvertita come minacciosa. Il fascino femminile, espressione di creatività libera e sensuale, viene incapsulato in un corpo oggetto di un desiderio senz’anima. L’espressione maschile “Le donne sono tutte puttane” è uno stereotipo frutto di una mentalità chiusa e maschilista, basata sulla razionalizzazione difensiva che implica lo smarrimento maschile di fronte all’attrazione verso un corpo femminile di cui non sa decifrare la vera natura. Questa difesa inchioda la relazione uomo-donna in una sorta di stato preistorico.

La violenza che caratterizza le relazioni intime è quindi espressione del bisogno di dominio sulla donna, percepita come ingovernabile. L’agito violento “pone fine” all’angosciosa alternanza tra costrizione e libertà propria dell’amore.

Leonore Walker pubblicò nel 1979 le conclusioni dei suoi studi. La sua pubblicazione si occupò di offrire un’analisi minuziosa della violenza sulle donne; in particolare, mirò a descrivere i passaggi più critici del rapporto tra vittima ed oppressore, tali per cui si possa creare un circolo vizioso denominato come “Cerchio di Walker”. La relazione che si instaura tra oppresso ed oppressore è reiterante, ciclica e basata sulla sottomissione fisica, psicologica ed economica della vittima.

Dopo una prima fase di innamoramento e di consolidamento dello stesso, il partner utilizza a proprio vantaggio le debolezze e le fragilità della vittima. Nello specifico si distinguono tre momenti ben precisi:

  • accumulo della tensione: in questa fase la vittima inizia a cogliere il comportamento ambiguo e fuorviante del suo partner. Il fruitore esperisce atteggiamenti aggressivi e ostili al fine di soggiogare la vittima, nonostante non siano mai presenti tracce di violenza fisica, ma al contempo sussistano altre forme della stessa. In questo primo periodo il partner utilizza silenzi assordanti e prolungati a carattere punitivo, facendo credere che la causa del suo comportamento debba essere ricollegata ad una condotta poco corretta e conforme della sua donna. Inizia così a delinearsi uno squilibrio fra le parti, nel quale la virilità dell’uomo riesce a far soccombere la sua compagna;
  • esplosione della violenza o fase di attacco: in questa seconda fase il baricentro della relazione viene leggermente alterato a favore della vittima per poi riportarsi di nuovo verso il suo carnefice. Il partner riesce a cogliere i segnali di evitamento da parte della stessa e in tale modo capisce di non aver il pieno controllo psicologico. La vittima inizia a provare sentimenti di paura, terrore, impotenza ed inizia a temere per la propria incolumità. L’uso della forza e della violenza da parte del suo carnefice riesce a ripristinare il predominio sulla vittima attraverso l’uso delle mani, i calci e in casi più gravi il ricorso ad oggetti contundenti;
  • luna di miele o falsa riappacificazione: in quest’ultima fase l’uomo esperisce in modo temporaneo un frivolo senso di colpa per come ha agito, ma ciò che incute più timore nello stesso è che la vittima possa in qualche modo chiedere aiuto o denunciarlo; di conseguenza, per paura, il carnefice si occuperà di ristabilire, come nell’idillio iniziale, una falsa pace provvisoria facendo credere alla vittima di essere cambiato e di aver riconosciuto i suoi sbagli. La vittima, d’altro canto, intravede la possibilità di cambiamento e si lascia illudere, facendo così prevalere la speranza di miglioramento. In questo modo si stabilisce la fase denominata “relazione abusante”.

Da tale ricostruzione è possibile evincere che la violenza di genere non si presenta quasi mai come effetto isolato ma che anzi, si fa sempre più pericolosa e intensa con il trascorrere del tempo e lo sviluppo involuto delle relazioni intraprese.

  1. Le forme della violenza
  •  La violenza psicologica

La violenza psicologica è considerata, molto spesso, come: subdola, invisibile rivelandosi un vero e proprio abuso emotivo. Essa è caratterizzata da pattern di azioni che l’abusante utilizza per controllare e dominare la sua partner, insinuando in essa paura, terrore e disagio. Il fruitore mette in atto comportamenti che variano d’intensità e frequenza, possono essere manifesti o espliciti e non si dispiegano in un unico episodio. Normalmente la vittima, sperimentato su sé stessa il primo cenno di violenza, cercando di giustificare il comportamento stesso come se fosse un atto d’amore da parte del partner, ne autorizza in modo implicito e inconsapevole la legittimazione, creando in tal modo un susseguirsi di eventi a cascata, controproducenti e intimidatori. Il carattere ricorsivo fornisce a questi eventi la possibilità di crescere di gravità, ma soprattutto vengono evidenziate ciclicità e intensità. Il fine ultimo della violenza è la sottomissione mentale dell’altro, al fine di averne giovamento: questo comporta che il partner abbia completo e totale dominio sulla vittima, facendo assumere allo stesso il carattere di “manipolatore emotivo”, poiché in grado di soggiogare e alterare lo stato emotivo della stessa. Questo tipo di violenza crea un livido nell’anima, perché instaura innumerevoli effetti distruttivi che lasciano un segno profondo. L’abusante emotivo mina l’autostima in modo da creare nella vittima un senso di inferiorità e sottomissione. Questo, a lungo andare, crea dipendenza affettiva e la vittima ripone in se stessa la possibilità che prima o poi il suo partner capisca ed interrompa questo circolo vizioso. Questo beneficio del dubbio che la donna possiede fa in modo che si crei un’aspettativa illusoria e inesistente e rimanga nel limbo della speranza. Oltre a ciò, erode lentamente la dignità della stessa, poiché fa sì che acconsenta e obbedisca ai comandi impartitele.

Una delle caratteristiche che accomuna tutte le donne vittime di violenza psicologica è la solitudine, sperimentata a seguito della paura esercitata dal suo aggressore. La vittima è solita mettere in atto comportamenti difensivi/protettivi quali attacco/fuga o freezing. Quest’ultimo è configurato come una strategia adattativa che coinvolge il sistema nervoso parasimpatico ed include la percezione di un pericolo eccessivamente minaccioso, di conseguenza la reazione che otterremo sarà di blocco temporaneo. Tuttavia, si ha la sensazione che ciò che accade non sia reale, caratteristica dissociativa che permette di tollerare il dolore fisico e psichico.

La violenza psicologica e il controllo si esercitano specialmente con l’isolamento, che ha l’unico vantaggio tale per cui la donna non si debba confidare con alcuno, aumentando la possibilità di continuare l’abuso favorendo l’escalation. È riscontrabile, in una prospettiva culturale, che il livello della violenza psicologica contro le donne sia direttamente proporzionale al livello di isolamento dalla rete sociale. Un soggetto isolato ha maggiori probabilità di commettere violenza, inoltre sentirà meno il peso della perdita di reputazione di un individuo in cui il legame sociale è saldo. È identificabile un aspetto trasversale, tale per cui la violenza viene esercitata sui figli. Si tratta quindi di un’altra forma di controllo sulla donna, con evidenti similitudini con la violenza assistita. Il ricorso alla violenza è la strategia di chi si sente schiacciato senza nulla da offrire o da perdere. Uno studio scientifico[1] pubblicato su “The Lancet”. condotto tra il 2008 e il 2018 dalla ricercatrice Jessica Leight dell’International Food Policy Research Institute, mette in evidenza delle strategie volte a sviluppare la riduzione della violenza da parte del partner abusante sulle donne più fragili. Nel medesimo studio, Lynmarie Sardinha[2], referente dell’analisi effettuata, evidenzia come la violenza crei un forte trauma che molto spesso permane nel tempo, lasciando delle profonde ferite. Inoltre, mette in risalto stime a carattere globale tentando di far emergere diverse correlazioni tra violenza fisica e sessuale. Infine, la ricercatrice offre un database di percentuali registrate con PROSPERO “International Prospective Register of Sysyematic Reviews”, analizzando l’aumento del tasso di violenza sulle donne: es. le adolescenti quindicenni violentate sono il 24-28%.

  • Violenza sessuale

Si definisce violenza sessuale o stupro il reato commesso da chi utilizza la propria virilità in modo illecito, per costringere con prevaricazione, atti e minacce un’altra persona a subire atti sessuali o a compierli contro la propria volontà. Come ogni forma di violenza, è insita un’idea della donna di un essere umano inferiore, per cui la sua realtà psichica ed emotiva vengono cancellate e il suo corpo usato e umiliato. Questo retaggio culturale è lo stesso che ancora oggi viene considerato come una delle cause scatenanti la violenza sessuale: il modo di vestire o le abitudini di vita delle vittime; un perverso modo di pensare che colpevolizza la donna riducendo in tal modo la realtà e gravità del problema, cioè l’identità razionale e la mentalità patriarcale di alcuni uomini. In realtà, in nessun caso è possibile tentare di giustificare una violenza così inaudita cercando cause superficiali, tra cui l’abbigliamento più o meno provocatorio, lo stato psichico della donna e l’uso di alcol. Ci si concentra piuttosto nell’indagine su un possibile stato di alterazione delle funzioni psichiche del perpetuatore di violenza, che spesso nella sua quotidianità appare conforme alle norme sociali. Orbene, i dati rilevati ci dicono che il fruitore della violenza manifesta un senso di impotenza che lo spinge ad attuare con la forza ciò che appaga la sua libido.

I dati Istat relativi al 2017 riguardo alle violenze sessuali mostrano e indicano che le più diffuse sono le molestie fisiche, i tentati stupri e gli stupri da parte di altri. La maggior parte delle violenze esercitate sulle donne vengono compiute da partner, parenti o amici e non, come si potrebbe pensare, da sconosciuti.

Secondo il National Institute of Justice, il 31,5% delle vittime riporta contusioni come ecchimosi, lividi e fratture. L’area genitale è quella più colpita, è possibile avere una correlazione con le disfunzioni della sfera sessuale spesso residuali. La violenza sessuale sembra essere riconducibile a maggior incidenza di dismenorrea, amenorrea e menorragia. Le vittime di stupro presentano tassi raddoppiati di disturbi sessuali e riproduttivi. L’abuso sessuale può condurre a molteplici problemi psicologici, tuttavia si tratta di un fattore di rischio non nei confronti dei disturbi stessi[3]. Di conseguenza, è possibile comprendere come questa tipologia di violenza possa generare sintomi come un vero e proprio Disturbo Post-Traumatico da Stress. Infatti, nel DPTS le emozioni, gli incubi notturni e le immagini possono ricondurre alla mente l’insieme di emozioni turbolente e disturbanti come depressione, irritabilità e rabbia. È riscontrabile che una donna vittima di violenza sessuale cerchi di allontanare i ricordi traumatici dalla sua quotidianità. In casi più gravi, la vittima è colpita da amnesie più o meno parziali e ricordi estremamente confusi. Alcuni problemi tipici associati all’abuso sono riconducibile alla sensazione di sentirsi tradita. L’abuso che viene commesso all’interno delle mura domestiche o comunque perpetrato dal proprio partner induce la vittima a vivere come una profonda ferita il fatto di non essere stata amata nel modo corretto. Ciò conduce essa ad una profonda sfiducia nei confronti della gente e all’attuazione di comportamenti aggressivi nei confronti delle persone dello stesso sesso abusante. L’abuso, anche svincolato da legami relazionali, genera una correlazione negativa tra la bassa autostima e la sensazione di non essere degni d’amore. Inoltre, l’abuso e la molestia possono provocare sensazioni di evitamento della vita sessuale in generale, oppure la scelta di una omosessualità di ripiego oppure possono emergere stati di paura, angoscia, senso di colpa e repulsione fisica (Welch et al., 2007) fino a degenerare a condizioni più gravi di ansia generalizzata e fobica, disturbi dell’umore, psicosomatici e depressivi. Ansia, insicurezza e depressione avvertite possono minare anche il rapporto tra la donna-madre e il proprio figlio compromettendo la capacità della donna di comprenderne le esigenze col rischio di pregiudicarne le competenze genitoriali (Boyer et al., 1992)[4].

  • Violenza Domestica

La violenza domestica, Domestic Violence Against Women (DVAW), sembra essere un fenomeno in costante aumento. Nello specifico, la violenza domestica riguarda “Ogni forma di violenza fisica, psicologica o sessuale che riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo” (OMS, 1997). La violenza domestica ha come sintomo più evidente lo squilibrio di potere ancora esistente tra uomo e donna e si sviluppa nell’ambito dei rapporti familiari coinvolgendo donne di ogni estrazione sociale e livello culturale. Essa provoca ingenti danni fisici e psicologici, nonché costi sociali rilevanti. Tra le mura domestiche, le vittime di violenza vengono colpite in modo aggressivo, inaspettato, incapaci di difendersi dai maltrattamenti dei loro compagni di vita, tramutatisi in persecutori. Uno degli aspetti più preoccupanti è che la DVAW presenta una coesistenza di forme di violenza (fisica, sessuale, psicologica ed economica) che continua ad essere un fenomeno impenetrabile, a causa dell’atteggiamento di protezione che la vittima assume verso il proprio contesto familiare. Il 95% dei soggetti che si rivolge al medico in conseguenza di violenza domestica è donna. Le donne hanno più probabilità di essere violentate o uccise dal partner che da chiunque altro. Le stime degli esperti affermano che ogni anno negli USA circa due milioni di donne vengono picchiate violentemente dal compagno. Durante la pandemia di Covid-19 la violenza domestica è diventata più comune in molti paesi. I motivi sono riconducibili, probabilmente, allo stress dovuto alla perdita di reddito e alla riduzione sostanziale di relazioni interpersonali. Inoltre, le vittime degli abusi non hanno potuto fuggire in un rifugio o in un altro luogo sicuro.

Le vittime di violenza domestica possono subire lesioni fisiche, lividi, tagli, fratture ossee, perdita di denti e ustioni. Le lesioni possono interferire con la capacità della vittima di lavorare, di conseguenza ci può essere una perdita di reddito. I danni fisici provocano alla vittima una sensazione di disagio e la portano ad allontanarsi dai familiari e dagli amici[5]. È possibile che la vittima venga contagiata da infezioni sessualmente trasmissibili (HIV, HPV, epatite, vaginosi batterica). Talvolta, l’aggressore uccide la vittima. È stato riscontrato, che a seguito della violenza domestica, molte vittime sviluppano problemi psicologici, tra cui depressione, Disturbo Post-Traumatico da Stress, disturbi alimentari e abuso di sostanze. Quando l’abuso diminuisce, persiste quello psicologico che ricorda alla vittima di poter subire violenze fisiche in qualsiasi momento. L’abuso psicologico risulta essere più dannoso di quello fisico, spesso le conseguenze sono devastanti. Immediatamente dopo un’aggressione sessuale il comportamento della vittima può variare da loquacità, pianto e tremore, fino ad arrivare alla mancanza di emozioni e immobilità. È probabile che sia un modo per evitare di pensare a quanto sia successo o di tenere le emozioni sotto controllo. Le vittime di un’aggressione sessuale hanno paura, sono ansiose e irritabili. È inoltre possibile che possano provare vergogna o sentirsi colpevoli di qualcosa che abbia indotto lo stupro o se avrebbero potuto fare qualcosa per evitarlo. Esse possono non riuscire a ricordare parti importanti dell’evento.

  • Violenza assistita

La violenza sulle madri è un fenomeno ampiamente diffuso e spesso sottovalutato; costituisce la condizione di molti casi di violenza assistita vissuta dai minori. Essa, quando agita contro una donna che è anche madre, non colpisce solo i singoli membri della diade ma è anche un attacco alla relazione madre figlio. Può mettere a rischio la salute psicofisica e la vita stessa delle madri e dei bambini. Una madre maltrattata è una madre traumatizzata e la violenza, soprattutto se cronica, produce sintomi assimilabili al DPTS che influenzano gravemente la relazione con i figli e la capacità di accudimento. Le aggressioni fisiche e psicologiche creano un clima di terrore e di pericolo all’interno della Domus che minano a ledere l’autostima e l’identità della donna, squalificata relativamente alle proprie competenze genitoriali, col rischio di impedire lo sviluppo di un rapporto sereno e sicuro[6]. L’esperienza di violenza infantile subita e/o assistita, specialmente se ripetuta, è un fattore che spiega sia il comportamento violento adulto, sia la tendenza da parte della vittima ad accettare la violenza. Il rischio di subire molestie sessuali raddoppia, mentre quello di subire violenze sessuali aumenta di ben quattro volte. È fondamentale saper distinguere sia le situazioni conflittuali sia le situazioni di maltrattamento per poter evitare di identificare come conflitti o litigi situazioni dove avvengono atti o comportamenti maltrattanti sulla madre, anche gravi e reiterati. È necessario fin dal principio tenere conto del grado di pericolosità della situazione, al fine di non compiere passi che aumentino il rischio rispetto all’incolumità fisica, psichica e il pericolo di vita.

L’esposizione alla violenza assistita può essere di due tipologie: diretta o indiretta. Nel caso della prima tipologia, il fanciullo vede o sente la violenza subita da una persona da cui è legato effettivamente nel momento in cui è agita da parte del suo aggressore. Nel secondo caso, invece, il bambino prende coscienza attraverso la lettura dei segni che questa lascia: ferite, contusioni, lesioni. Spesso i testimoni di violenza assistita subiscono a loro volta maltrattamenti fisici o psichici. Prendendo in esame lo studio della violenza assistita, è necessario rilevare con estrema attenzione quali siano i fattori di rischio e di protezione. “Intendiamo fattori di rischio tutto ciò che include condizioni interne o esterne all’individuo, che interferiscono o potrebbero interferire con uno sviluppo sano: temperamento, lutti o traumi” (Tambelli, 2017). I bambini vittime sono testimoni involontari di aggressività, violenza, brusche separazioni e manipolazioni: tutto ciò viola il diritto di vivere un’infanzia serena e non permette di ricevere le giuste attenzioni e risposte ai bisogni. Assistere ad atti violenti, rivolti alla mamma, produce sui bambini un impatto catastrofico di tipo fisico, morale, sociale e psicologico. I danni provocati dalla violenza assistita inficiano, tra l’altro, le capacità relazionali del minore verso i coetanei e gli adulti, nonché il corretto sviluppo di una personalità sana e in grado di muoversi adeguatamente in un contesto sociale. Nel lungo periodo si assiste anche ad un elevato rischio di riproducibilità della violenza, ovvero di sviluppare comportamenti violenti in età adulta. La probabilità che le bambine possano diventare a loro volta vittime di violenza è alta[7]. “I fattori di protezione, invece, sono caratteristiche dell’individuo o del contesto considerabili come ostacoli all’emergere della patologia, riducendo il rischio e potenziando la capacità di coping e resilienza del bambino” (Tambelli, 2017). Studi statunitensi mettono in evidenza che vittime di situazioni di maltrattamento ricorrono a trattamenti psichiatrici con una frequenza almeno quattro volte maggiore rispetto alle donne che non vivono questa condizione; ciò comporta continui aumenti di tentativi suicidari, stati depressivi, disordini cognitivi. Affrontare il problema della violenza assistita significa uscire dalla dinamica privata e mettere in discussione modelli sociali e culturali profondamente radicati ed estremamente diffusi. Risulta fondamentale creare un collegamento diretto con il concetto di empowerment, inteso come processo finalizzato a modificare le relazioni non simmetriche nei diversi contesti e sostenere una campagna di sensibilizzazione fin dalla tenera età per preservare e non incorrere in situazioni complesse e traumatiche.

  • Violenza in gravidanza

La gravidanza costituisce un momento di vita delicato, soprattutto quando subentrano atti di maltrattamento e violenza interpersonale o quando essa stessa è l’esito di una violenza. In questi casi rappresenta una “doppia crisi”, inducendo la persona offesa a trovarsi di fronte ad uno dei più grandi dilemmi esistenziali, impreparata e traumatizzata, ma obbligata a fare una scelta: proteggere la salute del nascituro o mettere a rischio la propria incolumità, non allontanandosi dalla relazione abusante. “La violenza fisica subita in gravidanza comporta esiti negativi per la salute della madre e del bambino, aumentando per entrambi il rischio di morbilità e mortalità” (Jameson, 2018)[8]. “Una prima criticità riguarda il fatto che un terzo delle donne che rimane incinta a seguito di violenza sessuale non scopre di essere in attesa fino al secondo trimestre di gravidanza, mancando occasione di attivare prontamente le dovute cure prenatali” (Basile et al., 2018)[9]oppure attuandone di carenti, come spesso si verifica a seguito di gravidanze non pianificate, specie quando sono l’esito di esperienze traumatizzanti” (Shah et al., 2010)[10].  Inoltre, alcune donne non entrano mai nel circuito delle cure prenatali (primo trimestre): ciò è particolarmente frequente nel caso di vittime adolescenti, a causa dello scarso supporto sociale e della limitata conoscenza di tutte le possibilità di gestione della situazione. “Molte vittime di lesioni fisiche, ad esempio, accedono ai reparti di emergenza/urgenza durante la gestazione, ma non necessariamente a specifiche strutture di ginecologia e ostetricia, ritenendo erroneamente che l’assistenza “in emergenza” possa essere sufficiente” (Jameson, 2018). “Per le vittime di abusi psicologici possono subentrare restrizioni ai contatti con familiari, amici, finanze e ai trasporti, unite al tentativo del partner di contrastare l’ingresso ai servizi poiché ciò potrebbe costituire lo svelamento dei maltrattamenti” (OMS, 2011).

Da alcuni studi sono emersi alcuni fattori di rischio che possono indurre ad avere maggiori probabilità di subire violenza in gravidanza. Dubini e Curiel (2006)[11] e Baldry e Ferraro (2008)[12] ne identificano cinque:

  • Una storia di violenza precedente;
  • Una gravidanza indesiderata, con un aumento del rischio di violenza di quattro volte;
  • La giovane età della donna: più quest’ultima è bassa, più aumenta il rischio di violenza con un picco tra sedici e diciannove anni, dove il rischio è aumentato di circa tre volte;
  • Le donne appartenenti a gruppi etnici immigrati sono più esposte al rischio di maltrattamento, con più difficoltà ad accedere ai servizi ed esprimere i propri problemi in assenza del partner, il quale svolge spesso il ruolo d’interprete;
  • Un partner con problemi di alcolismo, poche persone attorno con le quali confidarsi, una situazione di stress e una marcata difficoltà a socializzare.

Considerazioni conclusive: l’importanza “del fare rete

A fronte, non solo della gravità degli atti violenti perpetrati nei confronti delle donne ma anche della gravità delle conseguenze che quest’ultime possano subire, sia a livello psico-fisico che relazionale, si rileva un forte ritardo e una, purtroppo, scarsa incisività dell’apporto socio-istituzionale sia in termini di prevenzione che di aiuto e sostegno effettivi. In Italia, solo negli ultimi due decenni numerose associazioni di donne hanno fatto sentire la propria voce, rompendo il silenzio e aprendo servizi specializzati nell’aiuto di donne e minori in difficoltà. Si può affermare che è proprio grazie ai centri antiviolenza e alle culture femministe che questo problema non sia rimasto sommerso nella sfera privata. D’altra parte, bisogna considerare che per le Istituzioni diventa difficile mettere in atto misure efficaci di prevenzione a fronte di situazioni quasi impenetrabili. Diversamente ragionando, infatti, si rischia di chiedere un intervento statale improntato allo schema del c.d. Stato di polizia, incompatibile con l’assetto dei valori costituzionali. Oltre tutto, sarebbe impossibile realizzare un controllo così invasivo per tutto il territorio. Ecco allora, l’importanza “del fare rete”. A questo proposito, risulta incisivo il fattore culturale. In altri termini, così come la violenza di genere ha le sue radici in un fattore culturale allo stesso modo la lotta a tale fenomeno può diventarlo, disinnescando quei retaggi disfunzionali che continuano ad ostacolare l’azione sociale proattiva in relazione a tale problematica. Per questo risulta importante valorizzare le differenze tra uomo e donna e cercare di sviluppare ed accogliere una cultura di rispetto e di non violenza, cercando di inibire gli stereotipi che ostacolano l’individuo nel suo sviluppo personale e nell’affermazione nella società. Ed è proprio nell’atteggiamento sociale che si possono cercare le soluzioni più efficaci. Si pensi al ruolo dei mass-media e di internet nella comunicazione sociale che, depurati dallo stampo propagandista rivolto ad ottenere consenso politico e introiti economici, possono sensibilizzare notevolmente la società. Allo stesso tempo, le Istituzioni sono chiamate ad intervenire predisponendo risorse economiche ed organizzative volte a sostenere capillarmente il lavoro di prevenzione e di aiuto e sostegno che le associazioni e gli enti territoriali offrono. Senza voler banalizzare è chiaro che ove vi siano più risorse da impiegare in un progetto, aumentino le possibilità di realizzazione e di successo dello stesso. A livello normativo, infatti, non si rilevano deficit. Negli ultimi anni si è assistito ad una proliferazione di misure volte a normare in maniera diretta e specifica tale fenomeno (da ultimo si menziona il c.d. codice rosso rafforzato). È sul piano concreto che si incontrano le maggiori difficoltà, a partire dalla scoperta e neutralizzazione della violenza, per finire alla gestione delle conseguenze subite dalle vittime. Nel primo caso si assiste ad un clima di reticenza determinato dalla falsa speranza di un cambiamento in positivo e/o dalla paura di scatenare maggiore violenza (evitamento di fronte alla denuncia) a cui si unisce la percezione di insicurezza generata anche dai ritardi e dalle distanze proprie degli interventi socio-istituzionali. Nel secondo caso ci si riferisce alle possibilità di recupero psico-fisico spesso rallentate o nel peggiore dei casi mai realizzate del tutto. In questo senso si riscontrano impasse socioassistenziali che contribuiscono a generare solitudine e paura dell’abbandono. Per queste ragioni risulta fondamentale l’azione congiunta degli attori sociali di cui il singolo fa parte. Il fenomeno della violenza di genere nasce e si perpetra dalle relazioni sociali e per tale ragione, si pensa che l’intensificarsi delle stesse verso l’obiettivo comune: lotta alla violenza di genere possa raggiungere risultati più positivi.

NOTE

[1] Leight J. Intimate partner violence against woman: a persistence and urgent challenge. The Lancet. 2022 Feb 26;339(10327):770-771

[2] Sardihna L., et al., Global, regional, and national prevalence estimates of physical or sexual, or both intimate partner violence against woman in 2018. The Lancet.2022 Feb 26;339(10327): 803-813. https://bal.lazio.it/notizie/violenza-domestica-una-donna-su-cinque-ne-e-vittima-nel-corso-della-vita/

[3] https://old.jpsychopathol.it/ abuso-sessuale-impatto-psicopatologico specifico”

[4] Boyer, D., & Fine, D. (1992). Sexual abuse as a factor in adolescent pregnancy and child maltreatment. Family Planning Perspectives, 24, 4–19. https://www.erudit.org/fr/revues/crimino/2014-v47-n1-crimino01303/1024008ar/

[5] https://www.msdmanuals.com/it/casa/problemi-di-salute-delle-donne/violenza-domestica-e aggressione-sessuale/violenza-domestica

[6] https://www.msdmanuals.com/it/casa/problemi-di-salute-delle-donne/violenza-domestica-e-sessuale/ violenza-domestica 28 29 Https://www. savethechildren.it/blog-notizie/i- i-segnali-della-violenza-domestica-e-come-riconoscerli https://www.tutelaminoriunife.it/tm/wp-content/uploads/2014/10/La-violenza-assistita-

[7] https://www.opl.it/psicologia-attuale/violenza-2.php http://www.tutelaminoriunife.it/wp-content/uploads/2014/10/La-violenza-assistita-F.Miola_.pptx Tambelli, R. (2017). Manuale di psicopatologia dell’infanzia. Milano: Il Mulino

[8] Jameson, B. (2018). Expo- sure to interpersonal violence during pregnancy and its association with women’s prenatal care utilization: a meta-analytic review. Trauma, Violence, & Abuse, 15, 1–18. https://bmjopen.bmj.com/content/10/10/e037522

[9] Basile, K.C., et al, (2018). Rape-related pregnancy and association with reproductive coercion in the U.S. American Journal of Preventive Medicine, 55, 770–776. https://www.cdc.gov/violenceprevention/datasources/nisvs/summaryreports.html

[10] Shah, P. S., & Shah, J. (2010). Maternal exposure to dome- stic violence and pregnancy and birth outcomes. A sy- stematic review and meta-a- nalyses. Journal of Women’s Health, 19, 2017–2031

[11] Dubini V. & Curiel P. (2006), La violenza come fattore di rischio in gravidanza, in AAVV, Violenza contro le donne: compiti ed obblighi del ginecologo, Atti del 6 Corso AOGOI di Medicina perinatale, Eritema, Ferrara.

[12] Baldry A.C. & Ferraro E. (2008), Uomini che uccidono. Storie, moventi e investigazioni, Centro Scientifico Editore, Torino., https://it.readkong.com/page/la-violenza-come-fattore-di-rischio-in gravidanza-4042287#:~

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