Sociologia Identità

LA PRESENTAZIONE DEL “SELF” AL PUBBLICO IN TEMPI MODERNI

L’articolo ha l’obiettivo di svolgere una riflessione sulla presentazione della propria identità nel quotidiano attraverso i social media. Si sviluppa iniziando dalla presentazione di cos’è l’identità di un individuo e l’identità collettiva, collegandosi ai lavori di Loredana Sciolla e di Ervin Goffman. Partendo da quest’ultimo viene analizzata la teoria dell’interazione nei tempi moderni e come può essere collegata ai social network, approfondendo i rischi e come la legge italiana tutela da essi gli utenti del web: focalizzandosi su programmi di prevenzione.

Introduzione

L’identità dell’individuo non è solo, come da definizione del dizionario, “il complesso dei dati personali caratteristici e fondamentali che consentono l’individuazione o garantiscono l’autenticità, specialmente dal punto di vista anagrafico o burocratico”, ma molto di più. L’identità “individuale” è la definizione di sé come soggetto irripetibile, con un carattere sociale che si manifesta attraverso l’individuazione, vale a dire la distinzione tra sé e l’altro, e l’identificazione, cioè il sentirsi parte di una relazione.

Secondo la studiosa Loredana Sciolla, l’identità individuale ha tre dimensioni: una personale, che si basa sui riconoscimenti di sé e degli altri, una sociale, basata sulla relazione con gli altri e con i gruppi sociali e una culturale, che si acquisisce attraverso la cultura e la società in cui si è educati. L’identità, però, non solo è individuale, ma può anche essere collettiva, la quale si riferisce alla percezione di sé come parte di un gruppo, che può essere un genere, un’etnia, una generazione, con una dimensione soggettiva (per chi ne fa parte) e oggettiva (categorizzazione sociale esterna). Comprende anch’essa una dimensione integrativa, sociale, che sottolinea la necessità di approvazione sociale da parte dell’opinione pubblica.

L’essere coscienti della propria identità permette di assumere coscienza di sé, del proprio “self”, come lo chiama il sociologo Ervin Goffman. Esso è la rappresentazione sociale di sé stessi, che si costruisce in base alle aspettative degli altri e al contesto in cui si interagisce. A seconda del contesto e chi ci troviamo davanti presentiamo un self diverso. Questo concetto sta alla base della teoria dell’interazione, sempre ideata da Goffman: sostiene che ogni individuo si trova immerso in una rete di relazioni sociali, che influenzano la sua vita e la sua identità. Le persone assumono varie “maschere” a seconda delle situazioni in cui si trovano, creando delle interazioni sociali diverse. Queste interazioni sono simili a dei copioni teatrali, divise in ruoli specifici e fasi da seguire.

Il self nei social media e i rischi

Questa teoria, ideata nel 1959, può essere rapportata all’impiego quotidiano che viene fatto dei social media ai giorni d’oggi. Ogni utilizzatore, nel momento in cui inizia a pubblicare contenuti, vuole mostrare un’idea perfetta e felice di sé. Raramente sui social vengono presentate delle immagini negative di sé ai propri interlocutori, anzi vengono messe da parte e fatte quasi scomparire. Questo ha alimentato la concezione che non si possano condividere proprie rappresentazioni imperfette, creando questi cumuli di falsa perfezione e di ideali irraggiungibili nella vita reale. Il social è diventato lo specchio di ciò che vogliamo essere, eliminando i propri difetti. La nostra rappresentazione nei media è come vogliamo apparire agli altri anche nella realtà.

Uniformandosi a ciò che viene esposto dagli altri viene sottolineata l’esigenza di appartenere ad un’identità collettiva, quindi alla ricerca di approvazione dell’opinione pubblica. Di conseguenza, si arriva a una vera e propria dipendenza dai social network, rendendo difficile la concentrazione durante attività che la richiedono come il lavoro, lo studio, o anche solo la lettura o la visione di un film. Ormai, anche durante le uscite la sera con amici non si riesce a non condividere il momento sulle proprie storie di Instagram, a causa di un costante bisogno di far vedere le cose socialmente considerate belle che vengono fatte. La maggior parte degli utenti avverte la necessità di pubblicare in tempo reale cosa stanno facendo, come se cercassero l’approvazione continua da parte di altri. Si arriva ad un momento in cui se non ci si organizza per svolgere attività si inizia a soffrire di disagi psicologici e a soffrire di FOMO (the Fear of Missing Out), vale a dire la paura di essere esclusi, una forma di ansia sociale che si manifesta con la preoccupazione di non essere coinvolti in esperienze piacevoli e considerate gratificanti che coinvolgono persone conosciute.

Il giudizio altrui

L’esposizione della propria figura porta anche il rischio di ricevere critiche e commenti negativi, tendenti al bullismo, giustificati dal fatto di essersi messi in mostra al pubblico e di dover accettare quello che viene in risposta a questo atto. Per quanto sia importante poter mostrare la propria identità a volte può comportare un pericolo, mettendo a repentaglio persino la propria salute mentale. Gli utenti dei social media spesso si sentono legittimati a commentare e criticare negativamente la persona che ha pubblicato il contenuto, senza tenere a mente che si tratta di un essere umano con delle difficoltà come tutti. Il mostrare solo tematiche positive e considerate belle fa credere che sia tutta la propria vita, di conseguenza i commentatori si sentono autorizzati a poter contestare e disapprovare quello che hanno visto con cattiveria.

Ma se si è alla costante ricerca di approvazione, ricevere commenti negativi, quindi una forma di cyberbullismo, cosa può comportare? Le persone possono essere portate a non volersi più esibire, non solo sui social, ma anche nella vita reale. Si inizia ad autoconvincersi che, come si viene dipinti dai commenti, è la rappresentazione veritiera della propria identità.

Secondo la legge italiana il cyberbullismo viene definito come “forma di maltrattamento perpetrato in danno di soggetti minorenni utilizzando le tecnologie dell’informatica e della telematica”. Il Codice penale tutela chi ne è vittima con la legge 70/2024, aggiornata recentemente, che cita nel primo punto “La presente legge è volta a prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo in tutte le loro manifestazioni, in particolari con azioni di carattere preventivo e con una strategia di attenzione e tutela nei confronti dei minori, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, privilegiando azioni di carattere formativo ed educativo e assicurando l’attuazione degli interventi, senza distinzione di età, nell’ambito delle istituzioni scolastiche, delle organizzazioni degli enti locali, sportive e del Terzo settore che svolgono attività educative, anche non formali, e nei riguardi dei soggetti esercenti la responsabilità genitoriale […]”. Essa evidenzia come sia essenziale il corretto insegnamento di internet nei confronti degli utenti, in particolare i giovani, per evitare e cercare di eliminare episodi di bullismo sul web. Quest’ultimo può diventare reato in caso in cui si configura come: calunnia, ingiuria, diffamazione, molestia, furto d’identità e atti di violenza verbale e fisica. Nel caso in cui chi commette il reato ha un’età inferiore a quattordici anni ne rispondono i genitori. Superata questa età si può arrivare anche a una pena detentiva, da uno a sette anni. Se questi atti avvengono per mezzo di una o più persone con testimoni al seguito, la legge punisce con la reclusione, dai sei mesi ai tre anni, anche chi è testimone di tali e non interviene o denuncia. Per far sì che questo non accada sono stati creati programmi di prevenzione nelle scuole, durante i quali viene appreso ai giovani studenti il corretto uso dei mezzi di comunicazione tecnologici.

Conclusioni

In conclusione, si può affermare che, seppure sia essenziale per sentirsi bene con sé stessi, esporre la propria identità può comportare dei rischi, sia nella vita reale che nella vita sui social media. La costante ricerca di approvazione pubblica porta solo all’esprimersi solo parzialmente, vale a dire solo la parte di noi che si sa anticipatamente che verrà accettata dalla società. È essenziale imparare a non criticare e giudicare apertamente cosa viene pubblicato sui social, in quanto questo può portare a delle conseguenze negative per chi li riceve. Per questo la creazione di programmi dediti all’apprendimento di un corretto uso dei media è importante, soprattutto di questi tempi, in cui vengono a contatto sempre più presto con le nuove generazioni.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

NESSUN COMMENTO

Lascia un Commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.