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criminologia

(di Alberto Biancardo)

Il mobbing si concretizza in un insieme di comportamenti attuati in modo ripetitivo e protratti nel tempo che, per il loro carattere persecutorio e vessatorio, tendono ad emarginare un soggetto dall’ambiente di lavoro, causandogli un danno psico-fisico lesivo della personalità, che si mostra prevalentemente con alterazioni dell’umore e diminuzione dell’autostima. Non essendo analiticamente determinati, i comportamenti includono tutte le forme di sopraffazione. Per la Cassazione, non sono invece considerate mobbing le conflittualità interpersonali entro determinati limiti di tolleranza, le difficoltà relazionali del soggetto, e le strategie organizzative e gestionali legate alla normale attività d’impresa come trasferimenti e licenziamenti economici.
Il termine mobbing, coniato dall’austriaco Konrad Lorenz intorno agli anni settanta, deriva dal verbo inglese ‘to mob’ ossia assalire, accerchiare, in riferimento all’accanimento contro un animale e alla sua esclusione dal branco. Il primo a considerare il mobbing una persecuzione psicologica relativa all’ambiente di lavoro, è stato alla fine degli anni ottanta lo psicologo Heinz Leymann, che lo definiva come una serie di azioni ripetute e protratte, ostili e sistematiche, da parte di uno o più individui contro un singolo privo di difesa (1).
Il mobbing è un fenomeno recente che nasce e si sviluppa negli Stati Uniti. Solo dopo gli anni novanta acquisisce rilievo anche in Italia, senza essere tuttavia mai elevato al rango di fattispecie giuridica autonoma. Non vi è, infatti, una definizione giuridica di mobbing ed una specifica tutela da parte dell’ordinamento.

Tipologie di mobbing

Una prima distinzione si ha, in considerazione degli autori dei comportamenti (‘mobber’), fra mobbing verticale e mobbing orizzontale. Il mobbing verticale può essere discendente o ascendente. Quello discendente (bossing (2)) si ha qualora gli atteggiamenti persecutori provengano dal datore di lavoro o un superiore gerarchico, con azioni dirette o indirette che hanno l’obiettivo di escludere il lavoratore e indurlo a licenziarsi. Questa diffusa tipologia, si concretizza in atti di violenza psichica, in particolare con l’assegnazione di incarichi poco gratificanti e continue umiliazioni che demotivano il dipendente, e che causano un senso di inadeguatezza ed emarginazione.
Una sottocategoria di bossing, potrebbe essere definita ‘mobbing da strategia aziendale’: lo stress psico-fisico provocato al lavoratore ha in questo caso il solo fine di indurlo a lasciare l’impiego per ridurre il personale. Rari sono invece i casi di mobbing ascendente o ‘dal basso’ (low mobbing), che si concretizza in azioni che mirano a screditare o mettere in discussione l’autorità di superiori gerarchici da parte dei lavoratori. Si ha invece il mobbing orizzontale quando i comportamenti persecutori sono messi in atto da uno o più colleghi nei confronti di un altro di pari grado, volti di solito ad emarginarlo e screditarne credibilità e reputazione. Sempre più spesso si ha il mobbing combinato, fusione di mobbing orizzontale e verticale.
Qualora la vittima carichi la famiglia di tutte le frustrazioni accumulate sul lavoro a seguito del mobbing subìto, si ha il doppio mobbing (3), particolarmente diffuso in quelle aree ove alla famiglia è attribuito un ruolo primario. Dopo una fase iniziale di comprensione da parte dei familiari si ha un distacco che isola ulteriormente la vittima.
Si ha mobbing trasversale quando persone fuori dall’ambito lavorativo, in accordo col mobber creano ulteriore emarginazione nei confronti della vittima.
Differente alle precedenti tipologie è il mobbing sessuale, che si concretizza con molestie, generalmente nei confronti di persone di sesso femminile, da parte di uomini in posizione gerarchica superiore nell’organigramma aziendale. Il molestatore non ha, infatti, l’intento di allontanare la vittima ma di tormentarla ossessivamente. Le vessazioni si concretizzano in un vero e proprio ricatto a scopo di molestia sessuale, e i rifiuti hanno spesso l’effetto di atti ritorsivi contro la vittima.
Il mobbing non riguarda esclusivamente il mondo del lavoro, ma anche altri contesti: in casi diversi dall’ambiente lavorativo è definito mobbing sociale. Un soggetto può diventare infatti vittima di mobbing in altri contesti, come l’ambiente di studio (mobbing scolastico). In quest’ultima ipotesi, però, bisogna considerare la giovane età dei soggetti coinvolti e il sovrapporsi con il fenomeno del bullismo.
Si può, infine, proporre una ulteriore distinzione, in funzione delle prospettive di durata del mobbing, fra: permanente, ove le vessazioni nei confronti di un soggetto cessano solo quando siano interrotte dall’autorità giudiziaria ovvero quando i mobber ottengano le dimissioni del mobbizzato, e transitorio, nei casi in cui dopo un periodo di vessazioni i mobber perdano l’interesse nei confronti di una determinata vittima per accanirsi su un altro lavoratore. Ciò accade, ad esempio, nei confronti dei neoassunti. In questi casi potrebbero essere frequenti ipotesi in cui la ‘vittima’ diventa ‘carnefice’, poiché da mobbizzato, al momento di una successiva assunzione potrebbe divenire mobber.

Rilevanza giuridica

Perché il mobbing assuma rilevanza sul piano giuridico, i comportamenti vessatori devono protrarsi nel tempo in maniera ripetuta e abituale. Esso si verifica, difatti, ove vi sia una pluralità di atti prolungati, aventi un minimum standard di nocività.
In assenza di una definizione giuridica di mobbing, la tutela del lavoratore si desume da Costituzione, Codice civile e penale. La salvaguardia costituzionale contro il mobbing si può far risalire all’art. 2 Cost. che tutela la dignità umana, all’art. 32 che riconosce la tutela della salute e all’art. 41 che vieta attività economiche che arrecano danno alla sicurezza, libertà e dignità umana. Nel Codice civile la difesa del lavoratore vessato trova fondamento nell’art. 2087 che tutela l’integrità fisica e personalità morale del lavoratore, imponendo al datore di adottare tutte le misure idonee a tal fine. Lo Statuto dei lavoratori all’art. 15 predispone una protezione contro i comportamenti discriminatori da parte del datore di lavoro.
Anche in ambito penalistico non vi è una specifica fattispecie di mobbing: la fonte di tutela si identifica perciò nei tradizionali rimedi del nostro ordinamento, ed è riconducibile a varie figure di reato come i maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p., le lesioni personali di cui all’art. 582 c.p., e la violenza privata, art. 610 c.p.
E’ il lavoratore che dovrà dimostrare che nei suoi confronti è stata perpetrata una serie di comportamenti persecutori, come ad esempio critiche immotivate, dequalificazione professionale, isolamento, molestie. L’oggettiva difficoltà a provare i fatti è il maggior deterrente ad intentare azioni legali per mobbing. Va considerata anche la difficoltà di dimostrare la patologia, in quanto essendo una malattia psicologica non vi è diagnosi certa. Sono necessari certificati medici, perizie ed accertamenti tecnici che attestino lo stato di depressione, ma ciò non basta in quanto dovrà essere anche provato il nesso causale fra la condotta di mobbing denunciata e il danno subìto. La vittima dovrà poi provare che tali comportamenti non sono isolati, ma sono stati reiterati o perseveranti, e perpetrati entro un considerevole arco temporale (minimo un anno). Risultano a tal fine fondamentali le dichiarazioni testimoniali di coloro che durante gli atti persecutori si trovavano sul luogo di lavoro. Tuttavia è particolarmente complessa la dimostrazione della continuità degli eventi persecutori, proprio per la difficoltà nel trovare colleghi pronti a testimoniare contro gli altri colleghi o addirittura contro un superiore gerarchico. Ciò ha fatto sì che gli operatori giuridici ritengano fortemente aleatorie le cause intentate per mobbing.
Il difficile rapporto fra fattispecie astratta e dimostrazione giudiziale aveva fatto sì che una sentenza del 2000 cercasse di delinearne i confini giuridici. Nel caso concreto il giudice aveva escluso il mobbing in quanto conflittualità e scontro verbale erano stati considerati normali rapporti interpersonali sul luogo di lavoro. Compito dell’interprete è proprio stabilire quando la conflittualità si trasforma in atteggiamento persecutorio. L’assenza di definizione giuridica ha reso necessario il ricorso all’elaborazione di indici presuntivi per individuare quando un soggetto è sottoposto a mobbing. La Suprema Corte (sentenza n. 1262 del 23/01/2015), uniformandosi a precedenti orientamenti giurisprudenziali (4) enuclea come indici rilevanti ai fini della condotta lesiva: la molteplicità dei comportamenti persecutori protratti nel tempo anche leciti se considerati singolarmente; la sussistenza dell’evento lesivo nella sfera psico-fisica del lavoratore; il nesso causale fra condotta lesiva e pregiudizio psico-fisico; presenza dell’elemento soggettivo, ossia intento persecutorio, da una parte della dottrina ritenuto però non necessario per avere una situazione di mobbing. Secondo la Corte possono ricondurre al mobbing un insieme di atti «anche leciti se singolarmente considerati».
In sede processuale il mobbing è di più facile identificazione se si abbina a vicende oggettive come un demansionamento, oppure un licenziamento, o danni fisici, in tal caso con tutela di tipo penalistico. Ma per essere accertato come mobbing deve essere data prova della realizzazione di una serie di atti vessatori coordinati al fine di emarginare il dipendente.

Rilievi penalistici e criminologici

Nel rapporto fra mobbing e responsabilità penale, l’assenza di una specifica fattispecie rende necessario il ricorso ad altre figure di reato per la tutela della vittima: è possibile fare riferimento al reato di violenza privata prevista dall’art. 610 c.p., minaccia (art. 612 c.p.), atti persecutori (art. 612 bis c.p.), diffamazione (art. 595 c.p.), al reato di lesioni personali non solo fisiche ma anche psicologiche previsto dall’art. 582 c.p., e in particolare al reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p), fino ai più gravi reati di violenza sessuale (art. 609-bis c.p.), estorsione (art. 629 c.p.), istigazione al suicidio (art. 580 c.p.). Altra importante ipotesi di reato contestata in caso di mobbing è l’abuso d’ufficio (art. 323 c.p.). E’ poi da considerare l’aggravante prevista dall’art. 61 n. 9 c.p., ossia l’aver commesso il fatto con abuso dei poteri, violazione dei doveri inerenti a pubblica funzione o servizio. A questi va aggiunto il risarcimento del danno patito dal soggetto, inteso non solo come eventuale danno biologico ma anche come danno psicologico.
Per aversi il mobbing però, il comportamento vessatorio deve essere sistematico, con le caratteristiche oggettive di una persecuzione e discriminazione ripetute nel tempo, e sorretto dalla consapevolezza di determinare nella vittima uno stato di sofferenza tale da renderle intollerabile la permanenza sul luogo di lavoro. Quando i comportamenti sono associati ad altri che rivelano il dolo, ovvero la coscienza e la volontà di ledere l’integrità fisica e morale del lavoratore, e quando sono protratti per un consistente lasso di tempo, potranno integrare il reato di maltrattamenti.
La sistematicità delle vessazioni può consistere in una serie di comportamenti come l’isolamento, l’attribuzione di incarichi meno qualificati o il demansionamento, che presi singolarmente non hanno rilevanza penale, ma la assumono se considerati nel complesso, proprio perché finalizzati alla svalutazione della dignità e personalità del lavoratore. Può però essere il risultato di comportamenti che costituiscono ipotesi di reato anche se autonomamente considerati, e che possono perciò essere perseguiti autonomamente, come la violenza privata, minacce, percosse o diffamazione. In questi casi sarà più facile ottenere una condanna, ed il mobbing assumerebbe la funzione di un aggravamento della pena. Resta però difficile cogliere sia la natura unitaria del fenomeno, che l’intento perseguito dal mobber. La Corte di Cassazione ha individuato un importante requisito nel rapporto di ‘para-familiarità’ tra i soggetti coinvolti, nel senso che, pur non rientrando nel contesto tipico della famiglia, il rapporto fra il mobber e la vittima deve comportare una relazione abituale e consuetudinaria di vita, per l’ipotesi di reato di maltrattamenti in famiglia (Cass. Pen., Sez. VI, sentenza 6/2/2009, n. 26594). Questa sentenza della Suprema Corte rende certamente più facile l’applicazione della fattispecie di reato dei maltrattamenti in famiglia nei casi di mobbing, raffigurando perciò una maggior tutela penale del lavoratore.
Si è parlato del mobbing come un complesso di condotte vessatorie e persecutorie persistenti, sistematiche e protratte nel tempo (di solito di minimo un anno) generalmente nell’ambito lavorativo, da parte di colleghi, datori o superiori gerarchici nei confronti del lavoratore, che si concretano in comportamenti aggressivi e ostili, e con azioni che assumono forme di persecuzione psicologica col fine di emarginare il dipendente provocandogli un disagio con effetto lesivo del suo equilibrio psicofisico e della personalità, causa di disturbi psicosomatici e dell’umore. Il contesto ambientale che vede nel mobbing un comportamento giuridicamente rilevante è quindi quello lavorativo. Tali violenze psicologiche perpetrate sul posto di lavoro hanno generalmente lo scopo di isolare una persona scomoda, distruggendola socialmente e psicologicamente in modo da causarne il licenziamento o le dimissioni. Gli effetti degli atteggiamenti persecutori provocano danni soprattutto psicologici alla vittima, traducendosi in una minor autostima e sicurezza in se stessi, forma ansiosa e depressiva, con rilevanti effetti sulla capacità lavorativa e di relazione. Il mobbing è perciò una forma di terrore psicologico esercitato sulla vittima che si manifesta esteriormente con: isolamento; emarginazione; persecuzione e violenza psicologica intenzionale; assegnazione di compiti dequalificanti; inattività forzata; trasferimenti ingiustificati; esercizio di forme di controllo; umiliazioni e offese dell’immagine sociale; attacchi per screditarne la reputazione; richiami e denigrazione in presenza di terzi con critiche alle capacità professionali e personali allo scopo di demotivare il soggetto; sanzioni immotivate; compromissione dello stato di salute con turni massacranti; violenze o minacce di violenza. Talune di queste azioni, se isolate non sono considerate illecite, ma diventano mobbing quando sono sistematiche e ripetute nel tempo.
Segnale premonitore del mobbing è una fase di anomalie relazionali fra vittima e mobber, prima che il comportamento si renda manifesto. Nel caso in cui la vittima denunci le vessazioni viene colpevolizzata dai suoi persecutori. Nella fase di allontanamento si ha l’isolamento della vittima che inizia a manifestare sindromi depressive, e può culminare con le dimissioni volontarie come tentativo di liberazione.
Dal punto di vista vittimologico il mobbing è la distruzione psicologica, mirata e continuata nel tempo sul luogo di lavoro, con ripercussioni sull’equilibrio psicofisico della vittima, causa di disturbi fisici di origine psicosomatica (gastrite, insonnia, ecc.) e psichici (insicurezza, attacchi di panico, ansia, stress, depressione, ecc.). Studi pubblicati da eminenti riviste (5) dimostrano l’impatto negativo dello stress, a seguito di tensioni sociali e azioni persecutorie, sul sistema cardiocircolatorio della vittima.
L’intenso coinvolgimento emotivo e psichico subìto dalla vittima non le consente di elaborare l’evento traumatico e mettere in atto strategie di adattamento comportamentale e cognitivo, di talché essa cade in uno stato di inerzia, senza reagire all’evolversi degli eventi, precipitando in un circolo vizioso di autocommiserazione e perdita di autostima. Gli effetti sul sistema psichico e nervoso sono inequivocabili, tanto che si parla di malattie specifiche da mobbing. I danni permangono per lungo tempo, i disturbi vengono somatizzati e nei casi più gravi divengono irreversibili. Si accusa un distacco dalla realtà, perdita della capacità di concentrazione e depressione, che si manifesta con sindromi maniaco persecutorie che non sempre la vittima riesce a collegare alle violenze psicologiche subìte nell’ambiente di lavoro.
La situazione psicologica è spesso aggravata dal fatto che le vittime del mobbing, ricorrano a sostanze alcooliche o psicotrope per ridurre lo stato di malessere, amplificando ulteriormente i disturbi e aggravando lo stato mentale. In condizioni di stress protratto si tende a cronicizzare la propria situazione psichica (autocommiserazione, senso di inadeguatezza) e sociale (rifiuto di rapporti sociali con chiunque e isolamento). Il calo dell’autostima e senso di colpa portano ad uno stato di frustrazione e ad una profonda crisi, che si ripercuote anche sul piano familiare e relazionale, fino ad una depressione che nei casi più gravi può indurre a meditare e tentare il suicidio.
Nella fase di accertamento sarà lo specialista, perito o tecnico del tribunale ad avvalersi, ad integrazione dell’esame obiettivo, di test ed esami psicodiagnostici. La valutazione psicodiagnostica si fonda sull’integrazione tra anamnesi, valutazione clinica, cioè colloquio e osservazione, e test, cognitivi e non cognitivi.
Il metodo più adeguato per limitare i danni del mobbing è il supporto di un esperto, cioè uno psicologo che aiuti la vittima a non chiudersi in se stessa e a reagire al disagio. Non sempre però le vittime si rendono conto dei propri disturbi conseguenti al mobbing, nonostante la sintomatologia sia evidente. I sintomi più diffusi sono gli stati d’ansia e alterazione della condotta, disturbi del sonno e del comportamento, farmacodipendenze, disturbi psicosomatici (tachicardia, emicranie, colite, ecc.). Col tempo i problemi psicologici si aggravano fino a sviluppare un vero e proprio quadro psicopatologico con gravi sintomatologie ansioso-depressive e disturbi che tendono a cronicizzarsi assumendo la forma di sindrome dei disturbi post-traumatici cronici da stress, disturbo dell’adattamento, Burnout, attacchi di panico, disturbo di personalità paranoide, depressione endogena. L’intervento dello psicologo dovrebbe avvenire sotto due profili: la terapia farmacologica, e la psicoterapia, in particolare le terapie sistemiche di gruppo.

Straining

Il termine ‘straining’ deriva dall’inglese forzare, affaticare, e si concretizza in vessazioni e persecuzioni compiute sul luogo di lavoro, con ripercussioni sull’equilibrio psicofisico della vittima. La differenza con il mobbing consiste nel fatto che strainer e vittima si trovino in rapporti parafamiliari, cioè fra loro sussista un rapporto consuetudinario di frequentazione intensa. Nonostante non vi sia una nozione o fattispecie giuridica di straining, tali atteggiamenti persecutori andrebbero ad integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.). Mentre nel mobbing è necessario dimostrare in giudizio una continuità di comportamenti, per la dimostrazione dello straining basta una singola azione persecutoria. Il fenomeno infatti si esaurisce con una singola condotta con effetti duraturi, come ad esempio il demansionamento di un lavoratore. La maggior semplicità nel provare lo straining, lo rende più efficace nella lotta contro le vessazioni sul luogo di lavoro.

Impulsi motivazionali del mobber

Le motivazioni del mobber possono essere molteplici: dalla semplice politica aziendale con lo scopo di ridurre gli organici contenendo i costi del personale (c.d. mobbing pianificato) a motivazioni puramente psicologiche come il bisogno di dominio del prossimo, o più comuni come il razzismo nei confronti di minoranze e la competizione.
Ad uno o più mobber e alla vittima spesso si aggiungono gli spettatori che, pur non essendo direttamente coinvolti, tengono comportamenti che possono influire sulle vessazioni incentivandole ovvero tenere un comportamento passivo di mero spettatore. Gli spettatori sono di solito colleghi che rifiutano di assumere posizioni e restano indifferenti, o aiutano il mobber in quanto hanno timore di diventare loro stessi vittime.
Un importante aspetto riguardo la motivazione dell’agire, evidenziato da D. R. Cressey, è quello della ricerca da parte del mobber del mantenimento o acquisizione di uno status sociale di spicco nell’ambito del gruppo, a scapito della vittima. Ciò evidenzia nel mobber una forte personalità narcisistica, in quanto con qualsiasi mezzo, anche a danno degli altri, deve emergere nel gruppo. Questo non avviene solo per aggressività ed egoismo, ma anche per un senso di insicurezza del mobber, che lo induce a far subire ad altri le vessazioni per un senso di autodifesa e per essere rispettato dai colleghi.

La recente normativa del lavoro e il mobbing

La reintegrazione nel posto di lavoro per i dipendenti illegittimamente licenziati, ridotta a rimedio eccezionale dalle recenti normative sul lavoro, non ha fatto altro che dare maggior potere al datore di lavoro ed a condurre il lavoratore in uno stato di soggezione tale da essere più esposto a casi di mobbing verticale. La possibilità di licenziare il dipendente con un semplice indennizzo e il ruolo marginale del sindacato, hanno infatti attribuito al datore maggior potere nei confronti del lavoratore, che per non perdere il posto di lavoro deve sottostare alle richieste più o meno lecite e ai ricatti della dirigenza. Ad esempio il c.d. ‘demasionamento facile’ offre al mobber uno strumento di pressione nei confronti dei lavoratori.
Permane inoltre, per il lavoratore, la difficoltà di prova nel giudizio circa l’intento vessatorio dell’autore del mobbing. Il demansionamento non rappresenta più per la giurisprudenza un valido elemento da cui poter desumere l’intento vessatorio e la sussistenza del dolo, perciò vengono a mancare elementi oggettivi su cui fondare un’accusa di mobbing. Inoltre le ragioni di riorganizzazione e di riassetto economico dell’azienda costituiscono in giudizio un facile argomento per giustificare demansionamenti e licenziamenti.

Conclusioni

Nonostante l’importanza assunta negli ultimi decenni, nel nostro Paese il mobbing non gode ancora della dovuta attenzione. La mancanza di un’autonoma fattispecie giuridica e soprattutto le difficoltà nel provare i fatti, costituiscono un deterrente per chiunque voglia querelare datore di lavoro o colleghi che si rendano protagonisti di atteggiamenti persecutori. La problematicità più consistente è rappresentata dalla necessità di provare il nesso causale fra i danni psicofisici e le condotte vessatorie, e soprattutto la persistenza e ripetitività degli eventi. In alcuni Paesi con cultura giuridica di Common Law, è stata introdotta la nuova fattispecie di straining, che risolve gran parte delle problematicità. Per la dimostrazione dello straining basta infatti una singola azione persecutoria, a differenza del mobbing che richiede la dimostrazione in giudizio di una continuità delle condotte persecutorie.
La mancanza di attenzione del nostro legislatore verso il mobbing era stata, a partire dagli anni novanta, in parte soppiantata dalla giurisprudenza di legittimità. La situazione odierna del lavoratore, di maggior precarietà e soggezione nei confronti di superiori gerarchici e datori di lavoro, non ha fatto altro che moltiplicare i casi di bossing e diminuire ulteriormente le denunce per persecuzioni sul luogo di lavoro. Si riscontra una maggior sfiducia delle vittime del mobbing nel ricorrere alle corti. La creazione di una specifica fattispecie giuridica di mobbing, che possa identificarne le caratteristiche in modo certo e predeterminato, in una logica moderna di certezza del diritto, sarebbe la soluzione ideale. Nel 2017 in Commissione Giustizia della Camera è stato depositato un testo che prevede l’introduzione nel codice penale del reato specifico di mobbing. L’entrata in vigore di una legge che prevede il reato di mobbing o straining sarebbe un enorme passo avanti, ma è altresì necessario predisporre tutele concrete per quei dipendenti che testimoniano a favore di un collega vittima di mobbing.

(1) Leymann H. (1992), Leymann inventory of psychological terror, Violen, Karlskrona.
(2) Termine introdotto in psicologia del lavoro da R. D. Brinkmann, Mobbing, bullying, bossing.
(3) Ege H. (1996), Mobbing. Che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro, Pitagora.
(4) Il mobbing si concreta in una serie di comportamenti vessatori protratti nel tempo nei confronti di un lavoratore da parte del gruppo di lavoro o dal suo capo, con intento persecutorio finalizzato all’esclusione dal gruppo. Devono quindi ricorrere molteplici elementi: una serie di comportamenti persecutori protratti nel tempo anche leciti se considerati singolarmente; l’elemento soggettivo, cioè la volontà persecutoria e vessatoria del datore, superiore o altro dipendente; l’evento dannoso; il nesso fra condotta e lesione (Cass. lav. 8855/2013).
(5) Fra queste in particolare l’“American Journal of Physiology”.

L’utilizzo dei prodotti grafici nella diagnosi medica (neuropsicologica, psichiatrica e neurologica)

di Sylwia Skubisz-Slusarczyk[i]

(Traduzione dalla lingua polacca a cura di Jolanta Grebowiec-Baffoni)

L’obiettivo della seconda parte di questa elaborazione è una breve panoramica dei collegamenti delle scienze sulla scrittura con diverse discipline di scienza, del loro reciproco intreccio e delle conclusioni comuni nel contesto della “diagnosi” sulla base della scrittura. Tale conoscenza è un prezioso materiale durante lo svolgimento delle analisi, delle considerazioni e delle verifiche, svolte nell’ambito della scrittura manuale. Il contesto di questo tema è molto ampio e il grado della sua complessità è molto significativo, prendendo in considerazione che in maggior parte dei casi sono necessari i riferimenti agli argomenti medici che si collegano con questi casi in modo immediato. Per questo motivo anche in questa parte ci limitiamo a presentare solo gli elementi più importanti (fattori) connessi con i cambiamenti che si verificano nel grafismo della persona.

by Paweł Łabuz[i] and Irena Malinowska[ii]

Polish laws and regulations concerning fighting against human trafficking

(Key words: human trafficking, organ trafficking, prostitution, begging, crime, organized criminal group).

Summary:

The article was carried out to analyze the phenomenon of human trafficking as a problemof law and to the social aspect of organized crime. Article indicates human trafficking as a crime and organized crime. This phenomenon occurs in Poland and in the world ofmass participation of international organized groups. Handel human beings is a complex social process. Development believes that the intensified training ofofficers of the Police organizational units and non-governmental organizations who deal with the present problem in the identification of trafficking victims to their position, poverty and deprivation, it will affect much on the efficient and effective operation of these institutions and non-governmental organizations in reducing the scale of the phenomenon this practice.

(di Anna Płońska)

Traduzione dalla lingua polacca a cura di Jolanta Grębowiec-Baffoni

Relazione della XXVII Conferenza Scientifica Internazionale “I Compiti delle unità amministrative degli autogoverni territoriali con l’utilizzo del potenziale dei gruppi di disponibilità nel superamento delle minacce della sicurezza pubblica”.

Nei giorni 12-13 maggio 2016 a Wrocław (Breslavia) in Polonia, ha avuto luogo la XXVII Conferenza Scientifica Internazionale intitolata “Compiti delle unità amministrative degli autogoverni territoriali con l’utilizzo del potenziale dei gruppi di disponibilità nel superamento delle minacce della sicurezza pubblica”.

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Inoltre, avrà le competenze per gestire, “proteggere” e mettere in sicurezza dati sensibili di imprese pubbliche e private; collaborare con le organizzazioni statali per la difesa, l’investigazione e la sicurezza, sviluppando capacità e competenze per interagire tra le Forze armate, le Forze di polizia e la società civile.

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(di Renata Włodarczyk[i])

Introduzione

La società umana da secoli cerca di comprendere il fenomeno del suicidio e delle sue cause. Inizialmente questo tipo di morte veniva interpretato come l’influenza del soprannaturale sui malati di mente, ma anche sugli uomini completamente sani. Queste credenze e interpretazioni appartengono ormai alla storia, tuttavia anche oggi è difficile comprendere le cause delle tendenze al suicidio, poiché non esistono le risposte comuni e non è possibile spiegarle in modo razionali. Ancora oggi è impossibile indicare un fattore concreto che in un certo momento della vita spinge l’uomo a prendere la decisione di morire. Indubbiamente questo problema va considerato in modo interdisciplinare, con la valutazione oggettiva dei comportamenti autodistruttivi. Alcune scienze cercano di approfondire il problema (per esempio suicidologia, psicologia, sociologia, medicina legale, criminologia) cercando di determinare questo argomento complesso, in modo coerente e logico.

Suicidologia – definisce una scienza interdisciplinare che studia i suicidi, tentativi di suicidio e l’autodistruzione compresa in sensu lato. All’interno della suicidologia sono state indicate alcune problematiche di base, fra queste:

  1. prevenzione del suicidio;
  2. trattamento dei pazienti dopo tentativi di suicidio;
  3. studio dei fattori che influenzano le tendenze ai suicidi (ambientali, psicologici e biologici).

Psicologia – è incentrata sulla persona, sui suoi disturbi e sui suoi problemi emotivi. La mancanza di resistenza allo stress, l’immaturità sociale, la mancanza di fiducia in se stessi, la mancanza di competenza, di motivazione e di perseveranza – sono alcuni aspetti che precludono il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Inoltre, la frustrazione derivante da diverse sventure riduce ulteriormente l’autostima e accresce i problemi psicologici dell’individuo. Di solito in questo momento inizia la crisi emotiva associata ad un atteggiamento negativo, che comporta la sensazione di mancanza del senso della vita. Questa sensazione esclude la possibilità di autorealizzazione, senza la quale l’uomo non è in grado di funzionare normalmente. Gli psichiatri concordano sulla depressione (potenziata dalle sostanze psicoattive), come su una delle cause che influisce sui pensieri suicida.

Sociologia – cerca le cause dei pensieri suicida nelle relazioni familiari e sociali dell’individuo e nella società nella quale la persona non è in grado di autorealizzarsi. Queste condizioni favoriscono le azioni autodistruttive. L’esigenza di adattarsi alle norme sociali può diventare un peso per le persone incapaci di esprimersi nelle condizioni che non lasciano spazio all’individuo e creano l’angoscia.

Medicina forense – nell’ambito di tanatologia il suicidio è uno dei tipi di morte violenta, che deve essere dimostrata ed esposta dal perito nel parere peritale elaborato per gli organi di polizia e della giustizia. Nella perizia è importante la descrizione delle osservazioni svolte in fase di autopsia sui segni all’interno e all’esterno del corpo che sono stati originati prima della morte, durante l’agonia o dopo la morte. Inoltre vengono prese in considerazione gli eventuali tentativi di suicidio e la descrizione delle cause della morte, come per esempio impiccagione, annegamento, avvelenamento, salto da una altezza, taglio delle vene, ecc. dove con certezza viene esclusa o confermata l’azione di altre persone.

Criminologia – è la scienza sociale che si occupa di ricerche e di conoscenze degli atti criminosi come una parte del comportamento deviante, ma anche come un fenomeno sociale (che definisce la provenienza dell’unità dagli ambienti patologici, in altre parole criminogeni). Per questo motivo focalizza la sua attenzione sulla personalità del criminale, sulla vittima (sulle vittime), ma anche sulle istituzioni e sui meccanismi di controllo realizzati nelle società ai fini di prevenzione e di lotta contro i crimini.

Secondo gli approcci delle scienze sopranominate, il suicidio avviene nel momento quando la persona non è in grado di liberarsi dalla propria sofferenza e le cause di tale situazione vanno cercate nei diversi ambiti. Fra le cause più frequenti vengono elencate: disfacimento della famiglia, depressione, lutto, incapacità di lotta contro i problemi, bassa autostima, sensazione di incomprensione o di svalutazione, solitudine, ma anche abuso di alcool, droga o le altre sostanze psicotrope. Gli scienziati ritengono che la causa dei pensieri suicida va cercata anche nei condizionamenti genetici ereditati da generazione in generazione. Le cause e i motivi possono essere molteplici e possono seguire anche le tendenze di alcuni gruppi sociali, come per esempio gli ultimi trend dell’Internet con le devastanti influenze di autodistruzione, seguiti soprattutto dagli adolescenti mediante portali sociali, giochi virtuali, alcuni tipi di arte, film o musica.

Certamente le persone con un’alta sensibilità sono più sottoposte alle influenze di ogni fattore esteriore, di conseguenza sono più a rischio dei pensieri suicida. Per queste persone, con un’insufficiente resistenza emotiva, ogni esperienza dolorosa rappresenta un grande peso psichico[ii].

Le teorie psicologiche dei comportamenti suicidi

Ogni fenomeno che riguarda la persona e la società deve essere trattato dal punto di vista psicologico, perché permette di comprendere i processi decisionali e motivazionali dell’individuo. Il suicidio quindi dovrebbe essere considerato nell’ambito della interpretazione psicologica della situazione vitale della persona, poiché l’atto di autodistruzione è una reazione del suicida alla realtà circostante. In questo caso condizionamenti, motivazione e personalità del suicida sono aspetti che interessano sia psicologi che psichiatri.

Nella psicologia e nella psichiatria esistono molte teorie delle cause di suicidi. Una delle basi delle ricerche è connessa con la tipologia di Durkheim che si basa sulla motivazione del suicida.

Nel suo ambito vengono distinti quattro tipi di suicidi:

  1. Anomici – i legami fra la persona e la società vengono spezzati o rallentati – ciò consiste in deformazione della realtà alla quale la persona era abituata (per esempio la perdita del lavoro);
  2. Egoistici – la persona che non ha mai creato i legami con la società si sente estranea, le manca il sostegno e il senso della vita;
  3. Altruistici – i legami sociali vengono percepiti in modo particolarmente forti, ciò comporta il desiderio di sacrificarsi per gli altri (per esempio la morte nell’incendio oppure l’annegamento durante il salvataggio di un’altra persona);
  4. Fatalistici – situazioni difficili che diventano un peso costante (per esempio una malattia grave, l’invalidità permanente).

Questa divisione ha dato l’inizio alle altre teorie strettamente psicologiche, come per esempio la teoria della fuga di R.F. Baumeister. L’autore descrive la propria concezione, secondo la quale il suicidio è per la persona una fuga dal suo “dolore interiore”. L’inizio del processo suicidogeno avviene dal momento quando le attese della persona sono diverse dai risultati realmente raggiunti. Questi risultati riguardano fra l’atro i bisogni connessi con la realizzazione delle ambizioni, dei sentimenti o della situazione economica, che si rivelano diversi da quelli programmati, perciò l’individuo li tratta come una sconfitta personale che comporta la frustrazione. Nella fase successiva l’individuo riconosce che le avversità riscontrate lo perseguiteranno per sempre; saranno durature e immutabili ed ogni aspetto della vita ne sarà colpito. In questa situazione avviene la crisi interiore che si manifesta attraverso il “dolore interiore”. Il suicida cerca di dimenticare le proprie angosce e di concentrarsi sulla realizzazione degli obiettivi più vicini. Questa fase si caratterizza per un indebolimento del controllo degli impulsi, perciò rappresenta il rischio di comportamenti connessi con l’uso di droghe, alcool o altri stupefacenti che generano la dipendenza dell’organismo. In risultato la dipendenza comporta le difficoltà di lotta contro i problemi e i limiti nella capacità del pensiero logico. Il suicidio è la conseguenza del dolore emotivo, che secondo la convinzione soggettiva dell’individuo, diventa insopportabile[iii]. In questo luogo bisogna considerare soprattutto l’influenza della droga, in quanto significativa nei comportamenti suicida per l’abbassamento dell’autocontrollo che facilita l’autodistruzione. Inoltre la dipendenza dalla droga è una delle cause di attentati alla propria vita. Il pericolo aumenta quando i fattori di rischio del suicidio sono più numerosi (uso della droga, depressione, disturbi della personalità, psicosi deliranti, ecc.). La droga inoltre comporta le alternazioni della personalità e origina la convinzione che il suo uso costante è in grado di originare gli stati emotivi positivi. Con il tempo la carenza della droga nell’organismo aumenta la depressione e genera diverse forme di paure. Di conseguenza gli individui dipendenti dalla droga perdono la percezione del proprio valore e il loro autocontrollo diminuisce notevolmente. In risultato di ciò una bassa autovalutazione esclude la possibilità di ritorno alla vita sociale e di lotta per le proprie ambizioni. Una crescente depressione può comportare gli atti di aggressività e perfino il desiderio di un atto di autodistruzione[iv].

La storia di un adolescente suicida

Stanisław F[v] di sedici anni si è suicidato il 24 dicembre 2012, ovvero alla vigilia di Natale. La sua famiglia è stata percepita dai vicini come una famiglia ideale, nella quale il padre, medico e la madre, giornalista e scrittrice, facevano il possibile per garantire le buone condizioni e la stabilizzazione della loro casa.

Dopo il suicidio del figlio la madre ha rilasciato un’intervista per il programma televisivo di serie “Attenzione” (TVN polacca) nella quale ha riferito che quanto poco sapeva del proprio bambino, l’ha capito soltanto mentre riordinava le sue cose dopo la sua morte. Il ragazzo scriveva i racconti e le poesie, dipingeva, frequentava la scuola di musica, suonava il sassofono e il pianoforte. Gli amici l’hanno sempre considerato come una persona vulnerabile, con la personalità molto fragile. Solo dopo la morte del ragazzo i genitori hanno scoperto un’alta quantità delle sue “strane” opere, nelle quali Stanisław raffigurava la propria angoscia.

Alcuni giorni prima della morte il ragazzo era di ottimo umore. Alla madre ha raccontato di aver conosciuto una ragazza, ha parlato dei suoi ottimi voti nello studio e Anna ha avuto l’impressione che il suo figlio guardasse il proprio futuro con fiducia e ottimismo. Stanisław frequentava uno dei migliori licei in Varsavia, nel quale è stato promosso il programma antidroga. Nonostante che nella scuola gli studenti venissero sottoposti a sorpresa ai test antidroga e il rilevamento anche della più piccola dosi dei narcotici nell’organismo comportava l’allontanamento definitivo dal liceo, le persone frequentanti ammettevano che sul territorio dell’istituto l’acquisto di stupefacenti non presentava nessun problema.

La sera della vigilia la famiglia stava finendo gli ultimi preparativi per la cena, quando Anna ha chiesto alla figlia di chiamare il suo fratello Stanisław a venire a tavola. E’ stata proprio la sorella a trovare il corpo impiccato del fratello nella sua stanza.

I giorni successivi i genitori cercavano di darsi una risposta sul motivo di questa tragedia. Solo allora hanno deciso di controllare la stanza del figlio. La scoperta è stata scioccante sia per loro che per gli insegnanti del ragazzo, era palese che Stanisław ogni giorno assumeva la droga.

Fino a quel momento niente faceva presumere la dipendenza del figlio, nonostante i suoi continui stati di paura e di un’immensa tristezza nessuno era in grado di immaginare il desiderio di morire, che riempiva il cuore del ragazzo. Non riuscendo a risolvere in nessun modo l’angoscia del figlio i genitori l’hanno iscritto alla terapia psichiatrica e psicoterapeutica. Dopo qualche di tempo dall’inizio delle cure l’adolescente sembrava star meglio. I genitori erano convinti di aver reagito in modo efficace e non immaginavano che il loro figlio presentasse i sintomi di dipendenza dalla droga.

I genitori erano sempre presenti: sceglievano per i loro figli le scuole migliori, guardavano gli stessi film e discutevano su ogni tema. L’argomento di azione nociva della droga veniva sollevato in continuazione. Stanisław ogni volta rassicurava i genitori di non aver mai assunto gli stupefacenti, nonostante che i suoi amici avessero già provato il “brivido della droga”.

Tuttavia, la riproduzione di una conversazione telefonica dopo la morte del ragazzo ha permesso di scoprire i fatti diversi e non lasciava nessun dubbio. Il contenuto della registrazione rivelava il dialogo di Stanisław con un coetaneo sull’acquisto della droga e sull’organizzazione delle festicciole con la presenza dei narcotici.

Nessun comportamento del figlio ha mai tradito la sua tossicodipendenza. I genitori ricordavano solo un episodio quando il ragazzo è tornato da una festa con l’odore di birra addosso. La madre allora gli ha parlato della nocività dell’alcool, lui ha chiesto scusa ed è tornato nella propria camera. L’episodio non si è ripetuto mai più.

Stanisław leggeva la letteratura impegnativa, si interessava dell’arte e approfondiva gli argomenti di sinestesia[vi]. Per questo motivo la madre Anna non riesce a trovarsi pace per non aver capito e non aver reagito in modo adeguato alla sensibilità del figlio.

Anna F. ha fondato una fondazione per i genitori con l’obiettivo di ampliare la conoscenza sugli effetti devastanti della droga, cercando di convincere i genitori di svolgere i test sulla presenza degli stupefacenti nell’organismo dei loro figli. La donna, svolgendo questa attività, cerca di dare il senso alla morte del suo bambino[vii].

Il blog condotto dalla donna porta il seguente messaggio: “se credete che il bambino ben curato, ben educato, caro, con cui parlate molto e con il quale avete un buon contatto, sia al sicuro, allora sbagliate. (…) Genitori, fate ai vostri figli adolescenti i test antidroga. Solo in questo modo riuscirete ad evitare le altre tragedie, solo in questo modo riuscirete ad evitare la distruzione della psiche degli altri giovani (…)[viii].

 

Il suicidio come risultato della depressione

Secondo la madre di Stanisław F. non è stata la depressione un vero motivo della morte del figlio. Questa malattia viene spesso sottovalutata e purtroppo tale approccio non di rado finisce con l’autodistruzione. Anna F. oggi è sicura che la causa della morte del figlio è da attribuire esclusivamente alla droga. Le statistiche delle ricerche dimostrano però che la droga di solito non è una causa immediata dei comportamenti autodistruttivi ma soltanto un mezzo che facilita il gesto del suicidio. I pensieri suicida creano i problemi di natura emotiva e persino della sfera psicologica. Attualmente tutti i problemi vengono portati al livello cognitivo, realistico ecc., di conseguenza non vengono accolti i problemi della psiche umana. Comunemente si crede che tutti i problemi possono essere risolti farmacologicamente, in modo ragionevole e comprensibile.

La depressione si può curarla attraverso una precisa analisi dei meccanismi della malattia. Secondo la teoria di Sigmund Freud la depressione influisce sull’uomo “similmente al lutto”. In uno e nell’altro stato la persona è immersa nella tristezza, nel dispiacere, sente il vuoto, ma “nel caso del lutto la persona non si sente colpevole, la sua autovalutazione non diminuisce”. Secondo il fondatore della psicoanalisi “la depressione non origina né la rabbia, né l’aggressione. Tutta la rabbia che il soggetto prova è volta all’interiorità dell’individuo e si genera sulla base delle esperienze dell’infanzia”. Più spesso tale stato si genera nelle persone che nell’infanzia hanno versato tutto il loro amore su un genitore, ma ne sono state deluse. L’amore percepito dal bambino non è stato così profondo e incondizionato come l’avrebbe desiderato, in risultato nell’individuo nasce la rabbia e la disperazione. Tuttavia, per non perdere il poco dell’affetto dei genitori il bambino non esprime la propria rabbia all’esterno ma volge tutta l’aggressività verso se stesso. In risultato il ragazzo sente il graduale aumento di autosvalutazione e sente la necessità di autopunirsi o anche di autodistruggersi. Questi fattori possono essere connessi con la concezione della teoria della fuga di R.F. Baumeister, poiché sono questi gli elementi essenziali che permettono di creare le versioni determinanti le immediate cause di suicidio[ix].

Stanisław F. si è suicidato nella vigilia di Natale. Nell’ambito psichiatrico quel periodo viene definito come il massimo punto della depressione per molte persone che compiono l’atto suicida. Questa giornata diventa l’esteriorizzazione di tutto ciò che per tutti gli altri giorni dell’anno veniva profondamente nascosto. In quei momenti le persone sole e vulnerabili non riescono a trovare un posto per se stesse.

La madre ha rivelato che a volte Stanisław scherzando menzionava il suicidio, ma il suo atteggiamento in quei momenti era così innocente da far credere che era un modo per attirare l’attenzione su di sé.

Nessuno conosce i motivi della disperata decisione del ragazzo. Tuttavia si può trarre l’ipotesi che in questo caso la droga è stata un mezzo del suicidio e non la sua causa. E’ molto probabile che la droga abbia peggiorato lo stato psichico del ragazzo, di conseguenza i suoi problemi di natura emotiva sono peggiorati, rendendolo capace al gesto estremo.

La droga permette di dimenticare i problemi solo per un attimo, il suicidio non è una soluzione, ma quando non ci si riesce a trovare la comprensione anche nelle persone più care, il togliersi la vita può sembrare un’unica via di fuga[x].

Note

[i] Dott.ssa Renata Włodarczyk, phd – Scuola Universitaria della Polizia a Szczytno

[ii] I. Pospieszył, Patologie społeczne, Warszawa 2008, pp. 61-68 e pp. 103-106.

[iii] B. Hołyst, Suicydologia, Warszawa 2012, pp. 532-543.

[iv] Idem, pp. 795-801.

[v] Stanisław Fryczkowski – i dati del ragazzo e la sua storia sono stati resi pubblici dalla sua madre, Anna, “per avvertire gli altri” – verso la prevenzione dei suicidi e per la difesa degli altri giovani; fonte: http://annafryczkowska.blox.pl/html; ultimo accesso: 7.04.2015.

[vi] Sinestesia nella psicologia – capacità di associare le sensazioni percepite da diversi sensi, per esempio l’associazione degli odori con i gusti, i suoni e i colori. Nella letteratura: il mezzo stilistico che consente di attribuire a un senso le percezioni percepite con un altro senso; fonte: http://sjp.pl/synestezja, ultimo accesso: 7.04.2015.

[vii] Link del programma televisivo “Attenzione”: http://uwaga.tvn.pl/63276,wideo,407820,samobojstwo_16-latka_winne_narkotyki,samobojstwo_16-latka_ winne_narkotyki,reportaz.html; ultimo accesso: 7.04.2015.

[viii] http://annafryczkowska.blox.pl/html; ultimo accesso: 7.04.2015.

[ix] Z. Freud, Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, Tsd. Biogr. Nachw. Von Peter Gay Fischer, Frankfurt 1994, E. Fromm, Anatomia ludzkiej destrukcyjności, Poznań 1998, Wyd. Rebis.

[x] Il suicidio è “come addormentare il cane che in quel momento soffre, ma il quale si può ancora curare. Semplicemente non è una soluzione. Il valore è la lotta per la sua salute e non l’anestesia radicale di una sofferenza potenzialmente passeggera; fonte: http://3dno.pl/smierc-i-depresja/; ultimo accesso: 7.04.2015.

(Anna Płońska[i] – Traduzione dalla lingua polacca di Jolanta Grębowiec Baffoni)

 

La pratica della lotta contro i crimini economici. Un resoconto sulla Terza Conferenza Internazionale di Londra dedicata alla Criminalità dei Colletti Bianchi

A metà del mese di ottobre del 2014, nel pieno cuore del quartiere degli affari di Londra, ormai per la terza volta ha avuto luogo la conferenza internazionale riguardante la criminalità economica “Third International White Collar Crime Istitute”, organizzata dalla Sezione per le Cause Penali dell’Associazione Americana degli Giuristi (American Bar Association, Criminal Justice Section). ABA Criminal Justice Section è stata fondata nel 1920 e oggi conta oltre 20 mila membri, fra l’altro: giudici, magistrati, avvocati, pubblici ministeri, professori delle leggi penali, studenti di giurisprudenza ma anche gli altri funzionari della giustizia impiegati nelle cause penali. Questa molteplicità delle mansioni indubbiamente permette di mantenere l’approccio interdisciplinare, necessario nelle attuali sfide di fronte alle quali si trova la legge penale.

Nella sede della cancelleria legale Berwin Leighton Paisner che si trova in Adelaide House presso London Bridge a Londra, oltre 120 importanti specialisti dell’ambito della criminalità economica provenienti da numerosi paesi, fra l’altro: Gran Bretagna, Stati Uniti, Cina, Indie, Corea del Nord, Francia, Germania, Polonia, Svizzera, Danimarca, Austria, Grecia e Turchia, hanno discusso sui problemi essenziali nell’ambito delle differenze legislative che diventano il fondamento per attuazione della responsabilità penale per i crimini economici, ma anche nell’ambito dei risultati della crisi economica che ha toccato i singoli paesi, a diversi livelli.

Nella prima giornata, dopo una breve introduzione di James E. Felman, CynthiaHujar e Michael Caplan e dopo l’apertura della conferenza da Nicholas Purnell, si è svolta la prima sessione sul tema “Il procedimento penale e il procedimento preliminare: la comparazione dei meccanismi di esecuzione della legge, di funzionamento degli organi di inseguimento e di scambio internazionale delle prove”, nella quale hanno partecipato Nina Marino, Ilias G. Anagnostopoulos, Jennifer Downing, Ross Dixon, Elvan Sevi Firat e Jimmy Pappas. I relatori, in modo chiaro e interessante, hanno presentato i casi della loro quotidiana esperienza lavorativa, e la loro discussione ha reso possibile l’individuazione degli alcuni aspetti differenti negli singoli paesi. Come un esempio delle differenze legislative è interessante indicare il sistema greco dove nella legge penale non esiste la responsabilità penale societaria

Nella fase successiva sono state svolte due sedute parallele. Nella prima Aaron Stephens, Tushar Ajinkya, Indrani Franchini, Paul Laffan, Janet Levine oraz Richard Sallybanks hanno discusso sul tema “I cambiamenti globali nell’osservanza della politica di anticorruzione nelle attività di investigazione e nell’esecuzione della legge”. Durante il dibattito sono state toccate fra l’altro le questioni delle nuove norme e delle iniziative che sorgono in vari paesi, delle problematiche connesse con lo svolgimento delle attività internazionali di investigazione, ma anche alcune questioni legate con i fattori culturali ed etici che influiscono sul fattore della vita umana.

Nello stesso tempo aveva luogo un’altra seduta, altrettanto interessante, sul tema “Le conseguenze negative – non è la fine quando credi che sia la fine – immigrazione, esclusione, e gli altri fattori influenti sul cambiamento della vita”. Il dibattito svolto da Prof. Lucian E. Dervan dalla Facoltà di Legge di Southern Illinois University, Roger A. Burlingame, Amanda Pinto, William N. Shepherd e Joe D. Whitley, riguardava i risultati delle condanne per i crimini economici di carattere globale (come per esempio il lavaggio di soldi sporchi svolto da uno o più delinquenti sui territori di alcuni paesi). I relatori hanno toccato fra l’altro le questioni dei trend attuali di questo fenomeno soprattutto negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna, con la considerazione di tutto il mondo. Si discuteva sugli “effetti collaterali” che possono sorgere davanti ai legali e ai loro clienti nella fase di procedimento penale nelle cause per i crimini economici.

Un argomento interessante e nello stesso molto importante è stato sollevato nella relazione “L’etica nello sport: le sfide nella sua introduzione”, esposta da Michael G. Garcia, durante il pranzo svoltosi nel rappresentativo Fishmongers’ Company Banqueting Hall. L’autore, Michael G. Garcia, è il responsabile della Camera Investigativa della Commissione Etica presso la Federazione Internazionale di Calcio (FIFA). Facendo riferimento all’attuale problema della corruzione nel calcio mondiale, Garcia ha rivolto la richiesta di pubblicare il suo ampio rapporto sull’asta per i Campionati Mondiali di Calcio del 2018 e 2022. Riferendosi agli esempi dell’Comitato Olimpico Internazionale e del Professionale American Football League (NFL), Garcia ha messo in evidenza che le controversie connesse con il procedimento dell’asta, è per FIFA un’ottima occasione alle riforme.

            Un altro dibattito, svoltosi ormai nella seconda sessione delle sedute dei sottogruppi, è stato dedicato al tema “Informatori/attività Qui Tam”. Durante la discussione è stata sollevata soprattutto la problematica di sviluppo del fenomeno degli informatori e dell’influenza della loro attività sulle imprese, sulle indagini interne ma anche sulla giustizia. Sono state esposte anche le più importanti conquiste e le concrete proposte di far fronte a questo fenomeno. Nella discussione hanno partecipato: Scott L. Marrah, Christine Braamskamp, Nicholas C. Harbist e Felicity Johnston.

Nello stesso momento, nell’altro gruppo di seduta, si è discusso su “I regolamenti delle istituzioni finanziarie: il consolidamento della collaborazione fra gli organi globali”. Il tema principale della discussione è stata “la congestione dell’ambiente regolativo”, come sfida nelle attuali attività delle istituzioni finanziarie. Il tema sollevato, tuttavia, non è l’unico problema che sorge oggi davanti alle istituzioni finanziarie, che sempre più spesso devono risolvere i problemi dei regolatori dai paesi di tutto il mondo. In questo dibattito hanno partecipato i relatori: Pamela Chepiga, Marc P. Berger, Calum Burnett, e Robert Patton.

L’altra sessione plenaria riguardava un argomento molto attuale di cibersicurezza, nella discussione intitolata “La cibersicurezza – le nuove norme riguardanti la tutela della privacy e i nuovi pericoli della criminalità organizzata”. Il tema per la sua attualità ha suscitato molto interesse poiché la cibercriminalità è uno dei pericoli più grandi che si verifica in ogni settore della vita e ad ogni livello sociale. Durante la discussione Edward R. Mcnicholas, Andy Archibald, Michael Drury i AmyJeffress hanno indicato sia i pericoli che le indicazioni pratiche per i giuristi che si trovano di fronte alle sfide della sicurezza cibernetica.

Il secondo giorno della conferenza è stato aperto da Emily Thornberry MP. La prima sessione plenaria è stata intitolata “Le politiche antitrust: investigazioni globali condotte dagli Stati Uniti, investigazioni condotte dall’UE, querele collettive e richieste di risarcimento dei danni”. Questa parte è stata dedicata alla politica della tutela della concorrenza e alle importanti problematiche riguardanti le intese attuate da due o più imprese con l’obiettivo di controllo e di coordinamento delle condotte della concorrenza sul mercato. Le intese di questo tipo sono illegali sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea. Nella discussione, oltre i rappresentanti di questi paesi, hanno partecipato anche i delegati della Cina e della Corea del Sud, ciò ha permesso la più complessiva percezione del fenomeno delle intese illegali e comprendere l’importanza della necessità di una collaborazione internazionale volta all’inseguimento di queste condotte e di una collaborazione internazionale nell’ambito di procedimenti penali delle pratiche concorrenziali illegali. Nello stesso ambito si è discusso sulle procedure riguardanti le aste. Le discussioni sono state aperte alla conclusione delle relazioni di Kirby Behre, Yong SeokAhn, dr. Markus Rubenstahl e dr. Zhan Hao.

La sessione plenaria finale è stata dedicata al tema “La moneta virtuale – l’onda del futuro o una tendenza transitoria”. Secondo o resoconti dei relatori, funzionari governativi ed esperti del settore privato: Laura Colombelle Marshall, Michael J. Driscoll, Kathryn R. Haun, Susan Lea Smith, e Carol R. Van Cleef, nel corso dell’ultimo anno l’utilizzo delle valute virtuali, soprattutto della valuta Bitcoin, nel giro degli affari, è notevolmente aumentato. Contemporaneamente è aumentato anche il suo utilizzo nella criminalità economica. Durante questa sessione plenaria si è discusso non solo sulle regolamentazioni nel settore del diritto penale e civile, ma anche sui problemi attuali e sule prospettive future del sistema di pagamento, spesso controverso, con l’uso della moneta virtuale.

Al termine della Conferenza, “Third International White Collar Crime Institite”, le donne partecipanti alla Conferenza sono state invitate al pranzo presso la Cancelleria Legale K&L Gates, durante il quale è stata svolta la tavola rotonda “Le donne e i Colletti Bianchi”. Le partecipanti hanno potuto toccare le questioni riguardanti la diversità di genere negli ambienti giuridici. Non sono mancate le storie ispiratrici e il sostegno reciproco.

Link al programma della Conferenza

http://www.americanbar.org/content/dam/aba/events/criminal_justice/london14_agenda.authcheckdam.pdf

Praktyka zwalczania przestępczości gospodarczej – sprawozdanie z Trzeciej Międzynarodowej Konferencji poświęconej Przestępczości Białych Kołnierzyków w Londynie.

W połowie października 2014 r., w samym sercu biznesowej dzielnicy Londynu, już po raz trzeci odbyła się międzynarodowa konferencja dotycząca przestępczości gospodarczej „Third International White Collar Crime Istitute” organizowana przez Sekcję do Spraw Karnych Amerykańskiego Stowarzyszenia Prawników (American Bar Association, Criminal Justice Section). ABA Criminal Justice Section została założona w 1920 r., a w jej skład wchodzi ponad 20 tysięcy członków, w tym między innymi: sędziów, prokuratorów, adwokatów, oskarżycieli, profesorów prawa karnego, studentów prawa, a także innych pracowników wymiaru sprawiedliwości zajmujących się sprawami karnymi. Ta różnorodność niewątpliwie pozwala zachować niezbędne w dzisiejszych czasach interdyscyplinarne podejście do wyzwań stawianych prawu karnemu.

W siedzibie kancelarii prawnej Berwin Leighton Paisner, mieszczącej się w Adelaide House przy London Bridge w Londynie ponad 120 wybitnych specjalistów w dziedzinie przestępczości gospodarczej z wielu krajów, w tym m.in. z Wielkiej Brytanii, Stanów Zjednoczonych, Chin, Indii, Korei Północnej, Francji, Niemiec, Polski, Szwajcarii, Danii, Austrii, Grecji i Turcji dyskutowało na temat istotnych problemów, powstających na gruncie zarówno różnic legislacyjnych będących podstawą konstruowania odpowiedzialności karnej za przestępstwa gospodarcze, jak i skutków kryzysu ekonomicznego, który w różnym stopniu dotykał poszczególne kraje, czy wreszcie różnic socjologicznych i kulturowych, które mają niebagatelny wpływ na efektywność ścigania owych przestępstw.

     W pierwszym dniu, po krótkim wprowadzeniu James E. Felman, Cynthia Hujar oraz Michael Caplan oraz otwarciu konferencji przez Nicholas Purnell, odbyła się pierwsza niezwykle interesująca sesja plenarna na temat „Postępowanie karne i postępowanie przygotowawcze: porównanie mechanizmów egzekwowania prawa, funkcjonowania organów ścigania oraz międzynarodowej wymianie dowodów”, w której udział wzięli Nina Marino, Ilias G. Anagnostopoulos, Jennifer Downing, Ross Dixon, Elvan Sevi Firat oraz Jimmy Pappas. Prelegenci w niezwykle jasny sposób przedstawiali precedensy, z jakimi spotykają się na co dzień reprezentując swoich klientów, a w wyniku prowadzonej przez nich dyskusji można było klarownie zauważyć wybrane aspekty różnicujące poszczególne systemy prawne. Jako przykład odmienności legislacyjnych poszczególnych państw można wskazać chociażby na fakt, iż w greckim systemie prawa karnego nie występuje korporacyjna odpowiedzialność karna.

            W dalszej części konferencji równolegle prowadzone były dwa panele, z których w pierwszym Aaron Stephens, Tushar Ajinkya, Indrani Franchini, Paul Laffan, Janet Levine oraz Richard Sallybanks dyskutowali na temat „Globalne zmiany w przestrzeganiu polityki antykorupcyjnej, czynnościach dochodzeniowych oraz egzekwowaniu prawa”. Poruszano m.in. kwestie nowych przepisów oraz inicjatyw powstających w różnych krajach, problemów związanych z prowadzeniem międzynarodowych czynności dochodzeniowych, jak również kulturowych i etycznych czynników wpływających na czynnik ludzki.

W tym samym czasie odbywał się równie interesujący panel na temat „Negatywne konsekwencje – To nie koniec, kiedy myślisz, że to koniec – imigracja, wykluczenie i inne czynniki wpływające na zmianę życia”, gdzie o skutkach, jakie niosą za sobą skazania za przestępstwa gospodarcze o charakterze globalnym (np. przestępstwo prania pieniędzy popełnione przez sprawcę/sprawców na terenie kilku państw) dyskutowali: Prof. Lucian E. Dervan z Wydziału Prawa Southern Illinois University, Roger A. Burlingame, Amanda Pinto, William N. Shepherd oraz Joe D. Whitley. Prelegenci poruszali przede wszystkim kwestie aktualnych trendów występujących w tej dziedzinie w Stanach Zjednoczonych, Wielkiej Brytanii, jak i na całym świecie. Poruszone zostały także zagadnienia skutków ubocznych, jakie mogą dotknąć prawników oraz ich klientów na etapie postępowania karnego w sprawach o przestępstwa gospodarcze.

Bardzo ważną częścią konferencji był wykład na temat „Etyka w sporcie: wyzwania w jej wdrażaniu” wygłoszony podczas obiadu, odbywającego się w bardzo reprezentacyjnym Fishmongers’ Company Banqueting Hall, przez Michael G. Garcia, pełniącego funkcję niezależnego przewodniczącego Izby Śledczej Komisji Etyki Międzynarodowej Federacji Związku Piłki Nożnej (FIFA). W nawiązaniu do palącego problemu korupcji w światowej piłce nożnej, Garcia wezwał do opublikowania swojego obszernego raportu dotyczącego przetargu na Mistrzostwa Świata 2018 i 2022. Powołując się na przykłady Międzynarodowego Komitetu Olimpijskiego oraz Zawodowej Ligii Futbolu Amerykańskiego (NFL), podkreślił on, iż kontrowersje wiążące się z procedurą przetargową dają FIFA idealną okazję do reformy.

Kolejny panel dyskusyjny, w drugiej już serii paneli w podgrupach, poświęcony był tematowi „Informatorzy/działania „Qui Tam””. Dyskutowano w nim w szczególności o rozwoju zjawiska informatorów i ich wpływu na przedsiębiorstwa, dochodzenia wewnętrzne a także wymiar sprawiedliwości. Omówione zostały również najnowsze osiągnięcia i trendy radzenia sobie z omawianym zjawiskiem. W powyższym panelu udział wzięli: Scott L. Marrah, Christine Braamskamp, Nicholas C. Harbist, oraz Felicity Johnston.

W tym samym czasie, w drugiej grupie panelowej dyskutowano na temat „Regulacje instytucji finansowych: wzmocnienie współpracy między globalnymi organami”. Główny tematem podjętej dyskusji było „zatłoczenie środowiska regulacyjnego”, z którym to wyzwaniem zmierzać się muszą obecnie instytucje finansowe. Nie jest to jednak jedyne wyzwanie stawiane globalnym instytucjom finansowym. Stają one bowiem również przed problemem coraz większej liczby zapytań ze strony regulatorów z krajów na całym świecie. Prelegentami w powyższym panelu dyskusyjnym byli: Pamela Chepiga, Marc P. Berger, Calum Burnett, oraz Robert Patton.

Kolejna sesja plenarna dotyczyła bardzo aktualnego zagadnienia cyberbezpieczeństwa, a tematem panelu dyskusyjnego było „Cyberbezpieczeństwo – nowe przepisy dotyczące ochrony prywatności i nowe zagrożenia przestępczości zorganizowanej”. Obecnie bowiem cyberprzestępczość stanowi jedno z najpoważniejszych zagrożeń. Podczas dyskusji, Edward R. Mcnicholas, Andy Archibald, Michael Drury i Amy Jeffress wskazywali zarówno na zagrożenia jak i na praktyczne wskazówki dla prawników stojących przed wyzwaniami bezpieczeństwa cybernetycznego.

Drugiego dnia konferencji, słowo wstępne wygłosiła Emily Thornberry MP. Pierwsza sesja plenarna, zatytułowana „Polityka antymonopolowa: globalne dochodzenia prowadzone przez Stany Zjednoczone, dochodzenia prowadzone przez UE oraz powództwa zbiorowe i roszczenia o odszkodowanie”. Panel ten poświęcony był polityce ochrony konkurencji oraz istotnym zagadnieniom związanym z kartelami oraz procedurami przetargowymi. Jak wiadomo, tworzenie karteli, tj. porozumień pomiędzy dwoma lub więcej przedsiębiorstwami w celu koordynacji zachowań konkurencyjnych na rynku, jest traktowane jako zachowanie bezprawne zarówno w Stanach Zjednoczonych jak i krajach UE. W dyskusji, oprócz przedstawicieli powyższych krajów udział wzięli także przedstawiciele Chin i Korei Południowej, co pozwoliło na globalne spojrzenie na zjawisko bezprawnych karteli i współpracy międzynarodowej mającej na celu ich ściganie, a także międzynarodowych postępowań karnych w zakresie prawnie zabronionych praktyk antykonkurencyjnych. Prelegentami w tym panelu byli: Kirby Behre, Yong Seok Ahn, dr Markus Rubenstahl, oraz dr Zhan Hao.

Końcowa sesja plenarna, poświęcona była tematowi „Wirtualna Waluta – powiew przyszłości czy przemijający trend”. Jak wskazywali prelegenci – zarówno urzędnicy państwowi jak i eksperci z sektora prywatnego: Laura Colombell Marshall, Michael J. Driscoll, Kathryn R. Haun, Susan Lea Smith, oraz Carol R. Van Cleef, w ostatnim roku wykorzystywanie w obrocie gospodarczym wirtualnych walut, w szczególności waluty Bitcoin znacznie wzrosło. Tym samym wzrosło również ich wykorzystanie w ramach przestępczości gospodarczej. W trakcie tej sesji plenarnej omawiano nie tylko unormowania z zakresu prawa karnego i cywilnego, ale również aktualne problemy i prognozy na przyszłość dla, bez mała, kontrowersyjnego systemu płatności, jakim jest wirtualna waluta.

Po zakończeniu konferencji „Third International White Collar Crime Institite” kobiety w niej uczestniczące miały okazję wzięcia udziału w odbywającym się w Kancelarii Prawnej K&L Gates obiedzie i panelu dyskusyjnym pt. „Kobiety i Białe Kołnierzyki”, gdzie poruszane były kwestie różnorodności płci w środowisku prawniczym. Nie zabrakło także inspirujących historii oraz wzajemnego wsparcia.

Link do programu konferencji: http://www.americanbar.org/content/dam/aba/events/criminal_justice/london14_agenda.authcheckdam.pdf

Note

[i] Anna Płońska phd – ricercatrice presso la Cattedra di Legge sui Reati e del Diritto Penale Tributario – Facoltà di Legge, Amministrazione ed Economia dell’Università di Wrocław.

dr Anna Płońska – Katedra Prawa o Wykroczeniach i Karnego Skarbowego – Wydział Prawa, Administracji i Ekonomii, Uniwersytet Wrocławski

 

 

 

 

 

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(di Pietro Pavone)

La prestigiosa Università polacca di Wroclaw è stata teatro, dal 4 al 6 giugno 2014, del XVI Simposio di Studi sulla Scrittura.
Di fronte ad una numerosa platea, illustri esponenti delle scienze criminalistiche hanno dibattuto sui temi oggetto dell’evento apportando preziosi contributi personali nonché studi di casi concreti.
Le esperienze professionali nei diversi contesti internazionali dei relatori che si sono succeduti sul pulpito hanno arricchito l’analisi degli argomenti, offrendo agli stessi una connotazione di multidisciplinarità assolutamente essenziale nello studio delle scienze criminalistiche.
In questo quadro di necessaria amplificazione degli orizzonti della conoscenza intorno al tema dello studio sulla scrittura e sui documenti, ECONOMIAeDIRITTO.it ha trovato naturale collocazione presenziando le tre giornate dei lavori con relazioni ed interventi che hanno suscitato l’apprezzamento dei presenti.
L’opening del Simposio – come da tradizione – è stata affidata al Prof. Zdzislaw Kegel, fondatore dell’evento e membro del Comitato Scientifico del CeSED.
Si è dunque entrati nel vivo del dibattito affrontando gli aspetti grafici della scrittura, con particolare riguardo all’attività di analisi peritale, per poi sostenere il delicato tema della psicologia della scrittura. La valorizzazione dello scambio delle conoscenze grafologiche, resa possibile dal panorama internazionale rappresentato dai presenti nella “Sala della Musica” del Palazzo Principale dell’Università di Wroclaw, si è palesata nell’intervento del Prof. Iride Conficoni, dell’Università degli Studi di Urbino, che ha autorevolmente trattato il significato psicologico delle aste delle lettere nella grafologia morettiana, mettendo in risalto che “l’aspetto grafico della direzione assiale, risulta configurabile in una precisa caratteristica del grafismo e costituisce un unicum nel panorama grafologico internazionale”. La stessa relazione ha indotto la riflessione sulla centralità del sistema nervoso nell’esame della scrittura, con particolare riferimento ai riflessi provocati sui muscoli della mano.
Il tema della “firma modificata” ha posto le basi per le considerazioni in ordine alla falsificazione documentale, fenomeno criminale certamente non nuovo e recente, considerato che i falsi appartengono alla storia del crimine in Europa e nel mondo.
Da un punto di vista criminologico-giuridico, la falsificazione documentale è rilevante non solo quale condotta in sé, ma soprattutto quale condotta prodromica alla commissione di altre violazioni, di regola più gravi o rilevanti (ad esempio, evadere le imposte): il fenomeno della illecita sottrazione al pagamento delle imposte presenta una correlazione molto stretta con la falsificazione documentale, che il Direttore Editoriale dott. Claudio Melillo non ha mancato di evidenziare nella sua relazione concernente “L’importanza dell’analisi documentale e grafologica nella lotta all’evasione fiscale internazionale. Il caso italiano”.
Peraltro, la nocività sociale di condotte di contraffazione documentale, nel settore tributario italiano, si amplia ulteriormente ove si consideri che l’attività di accertamento è solo eventuale e comunque successiva rispetto al disvalore sociale già inesorabilmente realizzatosi.
Le considerazioni svolte attualizzano e rafforzano l’ambizioso progetto di ricerca in materia di “Criminologia e Criminalistica Tributaria”, di cui il Dott. Melillo è ideatore e coordinatore, finalizzato ad “analizzare i comportamenti che inducono gli individui e le imprese all’evasione fiscale e ad individuare misure preventive di questo grave fenomeno nonché meccanismi premiali per i soggetti virtuosi”.
Il caso italiano è stato ulteriormente messo a fuoco dal Responsabile di Redazione Avv. Giovanbattista Greco, che ha fornito un quadro essenziale della giurisprudenza relativa al valore probatorio della consulenza tecnica grafologica nell’ordinamento processuale civile italiano, prima distinguendo tra consulenza tecnica “deducente” e consulenza tecnica “percipiente”, poi soffermandosi sul valore attribuito nel nostro ordinamento alla consulenza grafologica.
La Prof.ssa Jolanta Grebowiec Baffoni, Responsabile delle Relazioni Internazionali della Rivista, curatrice della Rubrica di Criminologia e Criminalistica nonché docente presso l’Ateneo ospitante ha avuto un ruolo fondamentale sia nella fase di preparazione del Simposio che nel suo concreto svolgersi, consentendo la simultanea traduzione di diverse relazioni e arricchendo l’evento con uno specifico contributo, unitamente al Prof. Fabio Gabrielli (curatore della Rubrica Persona e Città e Preside della Facoltà di Scienze Umane presso la Libera Università degli Studi di Scienze Umane e Tecnologiche di Lugano) in merito al bisogno di ritorno allo studio filosofico del documento in una società sempre più tecnologica e meno attenta all’altro, in modo da poter ritrovare i significati di fondo dell’esistenza umana.
In sostanza il meeting di Wroclaw, riuscendo, con estremo rigore scientifico, a coniugare i temi della psicologia applicata alle scienze del crimine, dell’importanza dei mezzi d’indagine per l’analisi tecnica e grafica dei documenti, della consulenza grafologica peritale e del suo valore probatorio, della falsificazione dei documenti, dell’erosione di materia imponibile indotta dal falso documentale, si è posto come un evento assolutamente interdisciplinare, in perfetta linea con lo spirito che anima la Rivista di ECONOMIAeDIRITTO.it, che è quello di “sostenere il principio di integrazione tra economia e diritto”.

 

 

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Dal 4 al 6 Giugno del 2014 si svolgerà la sedicesima edizione del Simposio di Studi sulla Scrittura organizzato dall’Università polacca di Wroclaw.

All’evento, che vedrà la partecipazione di alcuni tra i più illustri esponenti delle scienze criminalistiche operanti nel panorama internazionale, ECONOMIAeDIRITTO.it sarà presente con numerose relazioni.

Il Direttore Editoriale dott. Claudio Melillo affronterà il tema de ‘L’importanza dell’analisi documentale e grafologica nella lotta all’evasione fiscale internazionale. Il caso italiano’; il Responsabile di Redazione Avv. Giovanbattista Greco riferirà su ‘Il valore probatorio della consulenza tecnica grafologica nell’ordinamento processuale civile italiano’.

La Prof.ssa Jolanta Grebowiec Baffoni, curatrice della Rubrica di Criminologia e Criminalistica nonchè docente presso l’Ateneo ospitante ed il Prof. Fabio Gabrielli, curatore della Rubrica Persona e Città e Preside della Facoltà di Scienze Umane presso la Libera Università degli Studi di Scienze Umane e Tecnologiche di Lugano, terranno interventi congiunti dal titolo ‘Dal testo all’esistenza, La fomazione dei giovani attraverso il documento filosofico‘ e ‘L’ansia e il rilassamento nella scrittura adolescenziale. I possibili vantaggi dell’applicazione dell’analisi grafo-linguistica in pedagogia e in assistenza sociale. Studi dei casi‘.

Informazioni e programma completo.

di Lucio Tonello1,3, Fabio Gabrielli1,3,  Massimo Cocchi1,3, Alfredo De Filippo2, Marino D’ Amore2 , Leandro Abeille2, Andrea Carta2, Alessandro Bozzi2

Al liceo ero bravo in matematica e alla fine del V anno ero indeciso se iscrivermi a matematica o a legge. Alla fine ho scelto legge.

Accidenti, eri indeciso tra due facoltà così diverse?

Mah, se ci pensi bene, il discorso di un avvocato deve essere una sequenza logica, come una dimostrazione di un teorema. Pensa anche al lavoro di un giudice. Alla fine, legge e matematica non sono poi così diverse…

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